Speranza o minaccia? Il dubbio nel
dibattito vaticano sugli Ogm
Alla
fine lo hanno ammesso anche alcuni tra i più noti sostenitori degli
Ogm: «Gli organismi geneticamente modificati non sono la risposta
alla fame nel mondo. Essa dipende dalle guerre, dalle politiche di
assistenza allo sviluppo, dall’educazione. Se non si affrontano
questi problemi è inutile chiedere che si produca un cibo diverso».
Lo ha detto chiaramente il professor Francesco Salamini,
direttore del Max Plank Institut per le biotecnologie, invitato
a presiedere la prima delle quattro sezioni del seminario di studio
organizzato dal Pontificio consiglio giustizia e pace.
Un incontro, dal titolo "Ogm: minaccia o speranza?",
convocato a Roma il 10 e 11 novembre scorsi, per «raccogliere», come
ha spiegato il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente
del dicastero, «dati che potranno servire per un discernimento etico
e pastorale sempre più necessario e indilazionabile». Sottoposto,
come ha dichiarato lo stesso cardinale Martino, «a pressioni
provenienti da molteplici fonti e portatrici di esigenze diversificate
e in qualche modo incompatibili», il Vaticano ha provato a intessere
un dibattito non ideologico su un tema che scuote l’opinione
pubblica e sul quale convergono molteplici interessi.
«Il dibattito però sarebbe potuto essere più proficuo», ha
notato il gesuita Roland Lesseps, ricercatore del Kasisi
agricoltural training center di Lusaka, in Zambia, «se la
discussione fosse stata meno orientata. Sarebbe stato meglio se ci
fossero state anche le voci dei vescovi e dei leader delle Chiese del
Brasile, delle Filippine e del Sudafrica, per esempio». Invece la
maggioranza delle persone intervenute al dibattito si sono schierate
in difesa degli Ogm. «Dal punto di vista sanitario ci sono le massime
garanzie», hanno spiegato il professor Giuseppe Bertoni,
direttore dell’Istituto di Zootecnia dell’Università cattolica, e
il professor Francesco Sala, dell’Università di Milano, «e
non si capisce perché ci sia nell’opinione pubblica una paura così
viscerale e irrazionale».
«Ma non tutti, in aula, erano concordi con le affermazioni della
maggioranza degli intervenuti, al punto che alcuni, polemicamente
hanno lasciato l’incontro», precisa padre Lesseps.
Un altro gesuita, padre Peter Henriot, aveva chiarito,
insieme con lo stesso Lesseps, che la Chiesa in Zambia ha appoggiato
la decisione del Governo di vietare gli Ogm perché «secondo uno
studio del Kasisi agricoltural training center e del Jesuit
centre for theological reflection, l’introduzione di questi
prodotti diminuirebbe la produzione, aumenterebbe l’uso di erbicidi,
ridurrebbe la biodiversità, abbasserebbe i guadagni dei piccoli
produttori che garantiscono l’80 per cento del fabbisogno alimentare
dello Zambia. L’agricoltura tradizionale verrebbe sostituita dalla
coltivazione intensiva di cibo per scopi commerciali, realizzata in
grandi aziende agricole meccanizzate, col risultato di aumentare la
disoccupazione».
«Nessun preconcetto di fronte alla ricerca scientifica», ha
spiegato durante l’ultima sessione di studio monsignor Elio
Sgreccia, vice presidente della Pontificia accademia per la vita, «ma
occorre verificare che questi cibi non comportino pericoli per la
salute, che ci sia una informazione trasparente perché chi acquista
il prodotto sappia se questo è manipolato o meno. Inoltre va
conservata la biodiversità: un prodotto che dà maggiori profitti e
maggiori quantità rischia di spazzare via quello tradizionale. Infine
occorre rivedere la disciplina dei brevetti perché, se per coltivare
un certo tipo di pianta bisogna ogni anno ricomprare il seme dalla
ditta multinazionale che lo ha fornito, si viene a creare una
dipendenza, una nuova colonizzazione. Invece che diventare un aiuto
per la popolazione più povera diventa una beffa».
Problemi ben conosciuti dagli studiosi che sono intervenuti al
seminario e che hanno ribadito, comunque, che «i prodotti
geneticamente modificati non sono più dannosi di altri già presenti
in natura, anche se bisogna valutare caso per caso la sicurezza
sanitaria e quella ambientale». In conclusione: nessuna risposta
definitiva e, per il momento, nessuna presa di posizione del Vaticano
sugli Ogm. «Il seminario è stato un primo momento di studio all’interno
di un sentiero», ha concluso il cardinale Martino, «che la Santa
Sede intende percorrere con prudenza, serenità e nella verità».
Annachiara Valle
Quaranta anni dalla "Pacem in
terris":
colloquio a Camaldoli
Numerosi
incontri e iniziative hanno segnato il 40° anniversario della Pacem
in terris. Tra gli altri un "Colloquio" che si è tenuto
a Camaldoli ai primi di novembre per iniziativa della Comunità
monastica e di un gruppo di laici legati alla memoria di padre Benedetto
Calati. Il convegno è nato dal desiderio di confrontare lo «stupore»
di due generazioni: quella che aveva vent’anni nel 1963 e i giovani
che hanno vent’anni oggi. I primi furono sbalorditi dalla lettera di
Papa Giovanni. Non solo loro, non solo gli adulti, cattolici e laici.
Stupirono i popoli, i teologi, gli uomini politici. Era venuto un Papa
di nome Giovanni: aveva spalancato le finestre della Chiesa e aveva
annunciato al mondo che la pace non solo è desiderata da tutti, ma è
possibile, è necessaria. E tutti, credenti e non, devono costruirla
insieme.
Ricordare oggi l’enciclica Pacem in terris vuol dire
misurare la distanza che ci separa da allora, le occasioni perdute, le
tragedie: almeno venti milioni di morti in guerra, centinaia di
milioni per fame, la violenza che vince dappertutto.
Eppure... I più giovani presenti al colloquio hanno portato
riflessioni ed esperienze incoraggianti. Universitari della Fuci,
studenti del Mir, di Pax Christi, del gruppo di Esodo, della
comunità di Marango, dell’associazione Rondine, del
Movimento nonviolento hanno raccontato il loro impegno per la pace e
la speranza che li guida. Insomma, nello spirito della Pacem in
terris si può continuare a battersi per la pace e a costruire,
non solo sognare, un mondo diverso.
Il filosofo Roberto Mancini ha tenuto una splendida
relazione sulla pace come fondamento, metodo e fine dell’impegno
civile e religioso e della dignità dell’uomo. A lui si sono
aggiunte le testimonianze di persone che da anni lavorano per
diffondere una cultura di pace: Raniero la Valle con la sua
"università della pace", Giovanni Benzoni e Salvatore
Scaglione col "Progetto Iride" e l’Annuario della
pace, Gianni Novelli col Cipax, Enrico Peyretti con
"Il foglio" (non quello quotidiano!), il vescovo Dante
Bernini, già presidente di "Giustizia e pace", suor Antonietta
Potente, teologo domenicana che è andata in missione in Bolivia.
Infine, gli attori Angela Goodwin e Franco Giacobini hanno
proposto una affascinante lettura delle parole di Papa Giovanni
incrociate con le voci della cultura contemporanea e le invocazioni di
padre David Turoldo. Insomma, anche da Camaldoli, in questa
stagione di guerra infinita, viene una certezza: l’impegno per la
pace non è una illusione per anime belle, ma è l’unica, globale,
maniera di vivere degnamente la vita quotidiana, familiare,
professionale, sociale e politica. Già, perché in conclusione è
stata dichiarata una sfida: ci sarà un qualche partito che abbia il
coraggio di fondare, non solo per slogan, tutto il suo progetto
politico sulla pace?
Angelo Bertani
Berlino chiede aiuto al Vaticano
A
Berlino arriverà un "visitatore apostolico"? A chiederlo è
stato un gruppo di preti e operatori pastorali della stessa
arcidiocesi tedesca, con una lettera indirizzata all’inizio di
novembre al cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della
Congregazione per i vescovi. I mittenti si dicono profondamente
preoccupati per la crisi finanziaria in cui versa la diocesi,
precisando però che «si tratta, molto di più, di una difficile
crisi spirituale ed ecclesiale... La pastorale retrocede, lasciando il
posto a funzionari – ben pagati – nel campo giuridico ed
economico... Quasi non si distinguono più le responsabilità del
vescovo». Il risanamento delle finanze prevede, tra l’altro,
pesanti tagli ai seminari. Il vescovo di Berlino, cardinale Georg
Sterzinsky, ha risposto con un comunicato stampa dicendosi «dispiaciuto
che la lettera sia stata spedita prima che i firmatari ne parlassero
con lui... Alcune delle accuse non sono legittime». Sterzinsky
aggiunge in ogni caso che «desidera un incontro» con quanti
ritengono che un inviato del Vaticano gli sarebbe «di aiuto per
decisioni importanti». A fianco del vescovo si è schierato il
Consiglio pastorale diocesano.
d.r.
Il dramma delle maras angoscia
i vescovi
del Centroamerica
La
stampa lo definisce ormai «la guida spirituale e il profeta del
riscatto dei pandilleros». È monsignor Romulo Emiliani,
già alla guida del vicariato apostolico di Darién, nel nativo
Panama, e oggi vescovo ausiliare di San Pedro Sula, principale centro
economico dell’Honduras e una delle città dove più forti e
violente sono le bande giovanili, chiamate maras o pandillas.
Queste sono ormai presenti in tutta l’America centrale, con una
particolare diffusione in Honduras, El Salvador e Guatemala, dove
riunirebbero rispettivamente 40 mila, 30 mila e 100 mila ragazzi e
giovani tra gli 8 e i 35 anni. Le più grandi sono la Mara
Salvatrucha e la Mara 18, nate tra le comunità di ispanici
negli Stati Uniti e radicatesi nei quartieri periferici di Los
Angeles, San Salvador e Tegucigalpa in seguito all’espulsione di
molti giovani immigrati. Secondo la polizia, le pandillas sarebbero
responsabili della metà dei reati commessi in Honduras e Salvador, in
particolare rapine, furti, spaccio di droga, stupri e omicidi.
Dal 1998 oltre 2 mila ragazzi fino a 23 anni sono stati ammazzati
in Honduras. Secondo l’organizzazione umanitaria cattolica Casa
Alianza, molti morti sarebbero bambini di strada e presunti pandilleros
assassinati dalla polizia e dai militari. Le stesse autorità
hanno ammesso l’esistenza di "squadroni della morte",
composti di agenti delle forze dell’ordine, dediti alla
"pulizia sociale". Tuttavia il presidente Ricardo Maduro e
il suo omologo salvadoregno Francisco Flores hanno ottenuto dal
Parlamento il varo di leggi "antimaras", che ne
vietano l’esistenza, considerano reato punibile con pene da 9 a 12
anni di carcere il semplice fatto di appartenervi e parificano le
sanzioni previste per i minorenni a quelle comminate agli adulti in
caso di omicidio. Quindi hanno lanciato grandi operazioni congiunte
tra polizia ed esercito che hanno portato all’arresto di centinaia
di pandilleros.
Nel novembre 2002 monsignor Angel Garachana, vescovo di San
Pedro Sula, e monsignor Emiliani avevano pubblicato una lettera
pastorale, in cui, oltre a denunciare i gruppi non identificati «che
si dedicano a eliminare giovani solo perché sono tatuati»,
individuavano le cause principali del fenomeno delle maras nella
disgregazione, nella «violenza familiare» e nelle «grandi
disuguaglianze sociali che producono esclusione e miseria». Perciò i
due vescovi giudicavano «urgente promuovere i cambiamenti sociali ed
economici che riducano gli effetti dell’estrema povertà».
Da allora monsignor Emiliani si è offerto come mediatore in un «dialogo
privato tra la Chiesa e i leader delle maras per una
riconciliazione», proponendo «accordi legali per garantire ai pandilleros
che abbandonino le bande di non essere arrestati o ammazzati».
Tra settembre e ottobre alcuni mareros, sotto la sua
protezione, hanno chiesto a Maduro di aprire un negoziato, denunciando
che molti delitti imputati loro sono opera di «killer prezzolati».
Più prudente è stato l’arcivescovo di San Salvador, monsignor Fernando
Saenz Lacalle, che ha appoggiato la legge "anti-maras",
chiedendo però il rispetto della «dignità» dei pandilleros.
In Nicaragua, invece, monsignor Abelardo Mata, vescovo di
Estelì, si è schierato a favore di una riforma che consenta di
abbassare l’età in cui sono applicate le sanzioni valide per gli
adulti: «Qui chi ha 16 anni può votare, ma se commette un reato è
considerato un bambino».
Mauro Castagnaro
Sri Lanka: conflitto istituzionale,
la Chiesa
si schiera per il dialogo
«Pregate
per la pace in Sri Lanka». Da Colombo, capitale del Paese asiatico, l’appello
dei missionari Oblati di Maria Immacolata rimbalza per il pianeta
tramite i messaggi di posta elettronica inviati agli amici e i lanci
delle agenzie di stampa cattoliche. Siamo ai primi di novembre e la
grande isola dell’Oceano Indiano sprofonda in una pericolosa crisi
istituzionale.
Avvalendosi dei poteri che l’impianto presidenziale della
Repubblica le conferisce, il giorno 4 la presidente Chandrika
Kumaratunga ha dichiarato lo stato d’emergenza, sospeso per 15
giorni le sedute del Parlamento e licenziato tre ministri (Interno,
Difesa e Comunicazioni) assumendo personalmente la guida dei dicasteri
decapitati. Il tutto mentre il primo ministro, Ranil Wickremesinghe,
si trova in viaggio ufficiale negli Stati Uniti. Il colpo di mano
presidenziale non è solo l’esito di una difficile coabitazione ai
vertici repubblicani di due accaniti avversari politici. È anche il
contrapporsi di approcci diversi al processo di pace aperto con i
ribelli tamil, dopo due decenni di guerra civile e oltre 60
mila morti.
Il primo ministro, al Governo dal dicembre 2001, ha scelto la
strada della trattativa a oltranza con le Tigri per la liberazione
della patria tamil. Il loro impegno a cessare il fuoco e a lasciar
cadere la rivendicazione di sovranità e indipendenza per le aree a
maggioranza tamil, lo ha premiato con la revoca della messa al
bando del movimento e la disponibilità a concedere ampia autonomia
amministrativa ai territori al centro della contesa.
La presidente recalcitra e pone ostacoli, ripetendo che il Governo
è troppo accondiscendente e rischia di compromettere la sicurezza del
Paese. Se con la Kumaratunga si schierano alcuni partiti di sinistra e
settori non trascurabili della maggioranza cingalese e del monachesimo
buddhista, al primo ministro si affiancano tutti coloro che sono
stanchi di una guerra civile sanguinosa e fino a pochi mesi fa
apparentemente senza via d’uscita.
La Chiesa cattolica dello Sri Lanka, i cui membri (oltre un
milione, su 20 milioni di abitanti) appartengono a entrambe le etnie,
appoggia la via dialogante e negoziale in nome del bene comune. Al
quale la Conferenza episcopale fa riferimento anche il 12 novembre
scorso rivolgendosi ai politici. «Questo momento di crisi», scrivono
i vescovi, «richiede alla leadership del Paese grande coraggio,
convinzione e lungimiranza. Resistendo a pressioni politiche e
avidità personali, si abbia di mira in primo luogo il benessere della
nazione».
Con tre ministeri chiave nelle mani del capo dello Stato, i
negoziati di pace sono fermi al palo. Il Governo norvegese ha sospeso
la sua opera di mediazione tra le parti e le Tigri tamil tengono
un basso profilo in attesa di vedere l’esito del braccio di ferro
tra presidente e primo ministro. Un confronto che potrebbe sfociare in
nuove elezioni se una commissione appositamente nominata non riuscirà
a ricomporre l’equilibrio dei poteri.
g. sand.
Instabilità politica in Costa d’Avorio:
nel mirino il cardinale
Il
cardinale Bernard Agré, arcivescovo di Abidjan, sarebbe a
rischio di vita. È l’allarme lanciato dal Governo ivoriano, secondo
il quale il porporato sarebbe minacciato da individui che progettano di
assassinarlo. Secondo il ministro della Sicurezza interna, Martin
Bléou, il Governo avrebbe ricevuto «informazioni insistenti» a
questo proposito. Ma l’arcivescovo non sarebbe l’unica personalità
minacciata. Questo progetto, insiste il ministro, prende di mira altre
persone illustri e ha come «obiettivo di scioccare l’opinione
pubblica nazionale e internazionale per dimostrare che il Governo è
incapace di assicurare la sicurezza dei beni e delle persone e di
ottenere la caduta del potere».
Nonostante Bléou abbia assicurato che il Governo prenderà «tutte
le misure necessarie per far fallire questo tenebroso progetto», la
sola minaccia la dice lunga sulla situazione di persistente instabilità
e insicurezza che regnano nel Paese, tuttora diviso in due parti: il
Nord, sotto il controllo dei ribelli, e il Sud, controllato dall’esercito
governativo. In ottobre, i tre principali gruppi armati sollevatisi lo
scorso anno e riuniti nella coalizione "Forze nuove", hanno
abbandonato l’esecutivo, decretando così un sostanziale fallimento
del processo di normalizzazione del Paese.
Anche il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, in
visita a metà novembre in Costa d’Avorio, ha insistentemente invitato
tutte le parti in causa a trovare vie praticabili per la pace e la
riconciliazione. «La pace è una precondizione indispensabile per una
cooperazione soddisfacente tra l’Unione europea e la Costa d’Avorio»,
ha dichiarato all’agenzia Misna il portavoce del presidente Ue,
Reijo Kemppinen, che ha aggiunto: «Senza sforzi reali per il
disarmo, senza un’azione concertata e simultanea di tutte le parti
coinvolte nel processo di pace, non sarà possibile ottenere alcun
risultato concreto». Il portavoce del presidente ha inoltre annunciato
lo stanziamento di 400 milioni di euro destinato ai Paesi africani per
sostenere i processi di riconciliazione in atto.
Anche i capi di Stato della Comunità economica dell’Africa
occidentale (Cedeao/Ecowas) sono intervenuti sulla crisi ivoriana al
termine del loro incontro dell’11 novembre, lanciando un appello alle
Nazioni Unite, affinché valutino la possibilità di inviare un
contingente di pace nel Paese.
L’idea di fondo, si legge nel comunicato finale, è di «incrementare
la missione Ecowas in Costa d’Avorio e trasformarla in una forza di
peacekeeping dell’Onu». Le Nazioni Unite sono già presenti nel Paese
con poche decine di ufficiali e per il momento non sembrano intenzionate
ad assumersi ulteriori oneri.
Anna Pozzi
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