 La
sfida di Dio
di Vincenzo Marras
Le tracce del Suo volto sulle strade del mondo. È la sfida di Dio.
È l’Incarnazione. L’assunzione da parte di Dio di un corpo umano
ha voluto significare che Dio stesso non poteva "dirsi"
senza diventare volto. Per questo è venuto incontro alla ricerca dell’uomo,
prendendo dimora in quel Gesù di Nazareth, che ha raccontato con i
suoi gesti, con la sua parola, il suo essere «Dio con noi». Così
alcuni uomini lo hanno visto, ascoltato, toccato con mano. Invano
però cercheremo la descrizione del suo profilo, il colore dei suoi
occhi, il taglio delle sue labbra... Nei Vangeli non c’è una riga
che descriva il volto di Gesù. Tuttavia, in questa «assenza del
volto» che nessuno può compiutamente riempire, ci ha lasciato delle
impronte. Sono i suoi occhi, gli occhi aperti di Gesù... speranza per
quell’uomo cieco fin dalla nascita. È il suo toccare... il muto, e
il farsi toccare... dall’emorroissa. È il suo chinarsi «mosso a
compassione» sul lebbroso... È la sua morte in croce, dove si rivela
pienamente donandosi. «Maestro, dove abiti?», domandano a Gesù quei
primi cercatori di Dio. Dove si trova Dio? Dove lo posso incontrare?
È domanda, ancora attualissima, in mezzo a tanto irrazionale
soggettivismo di esperienze religiose. Ci spiazza un Dio che veste i
nostri panni quotidiani, che esprime la sua grandezza non con la
potenza, ma con l’amore e la condivisione. Così come aveva
inquietato Giovanni Battista: «Sei tu colui che deve venire o
dobbiamo attenderne un altro?». Forse anche a noi l’incontro con
quel giovane di Nazareth non avrebbe detto niente di più di quanto
oggi, in una strada delle nostre metropoli, ci avrebbe detto quello
con un trentenne dai capelli rasati – piercing, collana al collo,
dai pantaloni di panno blu scuri, dalla maglietta a righe –, se il
Padre avesse deciso d’inviarlo nella nostra epoca e nelle nostre
latitudini. In Gesù, Dio si è gettato nella storia, nella nostra
storia. È un Dio che scende tra gli uomini. Nel volto di Gesù ci
sono i nostri volti di uomini, trasfigurati nel Suo, e questo Suo
volto ci rimanda a cercarlo di nuovo nei volti degli uomini.
Rinvenirlo richiede occhi aperti che sappiano scorgere dietro un volto
umano il Suo volto.
Misuriamo anche noi – che non ci siamo sottratti all’incanto
della sua figura e del suo annuncio – tutta l’inadeguatezza delle
nostre parole, dei nostri mezzi espressivi. Ma non potevamo non
raccogliere la sfida di cercare il volto di Gesù nelle nostre strade.
Jesus è nato per questo. In questi venticinque anni di
racconti e di cronache di religiosità e di fede abbiamo interpretato
nelle nostre pagine non soltanto il bisogno di avere un’informazione
a 360 gradi, ma abbiamo esigito da noi e dai nostri lettori un
supplemento di passione per partecipare alle vicende della Chiesa,
andare alle radici della fede, per testimoniare con più forza la
speranza che è in noi, come dice l’apostolo Pietro. Di questa
avventura siamo grati debitori a chi ha coraggiosamente voluto Jesus,
Giuseppe Zilli e Leonardo Zega; a chi lo ha intrepidamente diretto,
Antonio Tarzia e Stefano Andreatta; ai redattori e collaboratori che
si sono alternati in questi anni – un elenco che a fatica
riusciremmo a contenere e che tuttavia non possiamo astenerci almeno
di accennare: Montonati, Bertani, De Paoli, Ravasi, Ricca, Spinsanti,
Messori, Chiusano, Monticone, Sorge, Zavoli, Piana, Parazzoli, Carena,
De Rosa... –; e infine a quanti ci hanno accompagnati, lettori della
prima ora e dell’ultima, con fedeltà, senso critico e
incoraggiamento. A partire da questi primi venticinque anni si rinnova
il nostro impegno. Jesus vuole ancora interpretare e raccontare
il passaggio del Nazareno per le nostre strade. Gesù è nostro
contemporaneo. La sua incarnazione continua. Il suo Natale siamo noi,
uomini e donne del terzo millennio.
Vincenzo Marras
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