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Fenomeno più sconosciuto, ma ancora più drammatico, è quello delle bambine di strada. Molte di loro non hanno mai avuto una vera infanzia; alcune, appena adolescenti, sono già divenute madri. La prostituzione minorile si sta rapidamente diffondendo in Kenya. Sempre più bambine vengono forzate a offrire prestazioni sessuali, soprattutto nelle zone turistiche di Mombasa e Malindi, oltre che a Nairobi.

Scoppiata nel 1983, la guerra tra Nord e Sud Sudan si è trascinata per vent’anni, provocando più di due milioni di morti, inasprendosi dal ’99, con l’inizio dello sfruttamento del petrolio. Oggi i negoziati di pace sono a una fase cruciale, ma non è ancora chiara la sorte di alcune regioni, tra cui le Montagne Nuba che si trovano a Nord, ma sono abitate da popolazioni alleate con l’esercito di liberazione del Sud.

 

Agli estremi confini

LA FRATERNITÀ DI PADRE KIZITO
di Anna Pozzi - foto di Tadej Znidarcic
  

È uno dei pochi che osavano andare ad aiutare la minoranza Nuba del Sudan quando era sotto le bombe degli aeroplani governativi. Ma la missione di padre Renato Sesana ha orizzonti sempre nuovi, radicati nella vita condivisa all’interno di una comunità che si chiama Koinonia.
  

Il piccolo aereo russo sorvola la sconfinata savana del Sudan meridionale. Tre ore di volo con un rumore assordante e un atterraggio incerto su una pista di terra rossa persa nella boscaglia. Padre Renato Sesana, Kizito per questa terra e questa gente, scende rapido e altrettanto rapidamente vengono scaricati bagagli e aiuti. E poi via, l’aereo riparte immediatamente perché fino a pochi mesi fa la contraerea governativa poteva colpire in qualsiasi momento.

La gente gli si fa subito intorno. Lunghi capelli bianchi e cespugliosi, una folta barba a incorniciare un sorriso sempre disponibile e sopracciglia scarmigliate che sovrastano uno sguardo mobilissimo, padre Kizito è ormai un’icona inconfondibile sulle Montagne Nuba. Qui, in questo angolo di Sudan, primo avamposto africano nel cuore arabo e islamico del Paese, si combatte dall’83 una lotta coraggiosa contro l’esercito governativo, ma soprattutto contro l’invasione culturale e religiosa, che cancella radici e tradizioni, che opprime e rende schiavi rubando l’anima e l’identità. Di questa lotta padre Kizito è stato uno dei protagonisti e delle voci. Non solo perché, rischiando in prima persona, ha portato aiuti e conforto quando nessuno osava spingersi fin lassù. Ma anche perché per primo ha denunciato al mondo il dramma di questo popolo dimenticato da tutti, che fieramente ha rifiutato di inginocchiarsi di fronte all’arroganza dei signori del Nord.

Bambini di strada ospitati dal centro Kivuli alla periferia di Nairobi, fondato da padre Renato Kizito Sesana.
Bambini di strada ospitati dal centro Kivuli alla periferia di Nairobi,
fondato da padre Renato Kizito Sesana. Si calcola che nella sola
capitale keniana ci siano 100 mila minori costretti a vivere allo sbando.

Ora il sogno di pace e libertà che i Nuba e padre Kizito hanno coltivato per anni sembra essere più reale. I negoziati in corso a Nairobi sono infatti giunti a una fase decisiva. «Oggi il termine pace», dice padre Kizito, «non è più mera utopia. Potrebbe finalmente concretizzarsi in un accordo che metterà fine a questa guerra. Occorre però essere vigilanti. Perché questa pace rischia di essere un compromesso imposto da potenze esterne, Stati Uniti in testa, e siglato tra élite che non rappresentano le popolazioni sudanesi. Premesse pericolose che non danno garanzie sufficienti perché possa reggere nel tempo».

Ecco che esce l’anima del politologo e quella del giornalista. O forse semplicemente quella di un attento osservatore e conoscitore delle cose africane. Perché padre Kizito è tutto questo e molto altro. Difficile definire questo personaggio eclettico, imporgli un’etichetta, catalogarlo in una categoria ben precisa. Anche ricondurre la sua missione all’impegno per le Montagne Nuba sarebbe riduttivo. Padre Kizito è di quelle persone che una ne fa e cento ne pensa. E molte ne realizza. Del resto, il suo anelito al fare sempre qualcosa di nuovo è un elemento che appartiene al suo modo di essere più profondo. Sin da quando decise di farsi missionario.

Il missionario comboniano si prepara a celebrare l'Eucaristia nella piccola cappella del centro.
Il missionario comboniano si prepara a celebrare l’Eucaristia
nella piccola cappella del centro.

Classe 1943, originario di Lecco sulle rive del lago di Como, Renato Sesana si diploma come perito tecnico e lavora per qualche anno alla Moto Guzzi di Mandello. La sua vocazione sacerdotale matura sin dall’inizio in chiave missionaria. «A quel tempo», ricorda, «mi sembrava che questa scelta mi avrebbe permesso di operare all’interno della Chiesa con un margine maggiore di libertà».

Entrato nel noviziato dei missionari comboniani, viene ordinato sacerdote nel 1970. Da subito il suo impegno missionario si coniuga con quella che sarà l’altra costante della sua vita: l’attività giornalistica. Comincia a lavorare per il mensile Nigrizia, di cui sarà direttore dal ’73 al ’75. Due anni dopo si laurea in Scienze politiche all’Università di Padova, quindi parte per lo Zambia, dove all’epoca non c’era nessun comboniano: per tre anni lavora in un contesto rurale, poi in una parrocchia alla periferia della capitale Lusaka. È qui che padre Renato diventa definitivamente Kizito, una scelta che testimonia nel nome, ma ancor più nello stile di vita, un approccio e una vicinanza quanto più possibile aderente ai valori della cultura africana.

La sede del teatro di strada Amani, termine che significa "pace".
La sede del teatro di strada Amani, termine che significa "pace".

L’idea di fare cose nuove non lo abbandona. «L’impatto con la missione in terra d’Africa», spiega, «mi ha convinto della necessità di sperimentare la nostra presenza missionaria come comunità, coinvolgendo altri, soprattutto i laici, nel cercare strade nuove». Padre Kizito passa molto tempo nei villaggi, a stretto contatto con la gente; ne conosce usi e costumi, il modo di pensare e di vedere le cose, lo stile di vita e la spiritualità. Ma quando sta in missione con i suoi confratelli sente la distanza che lo separa dalla gente. Una distanza che segna una differenza, che pone barriere, che traccia un confine tra il missionario e l’africano.

Finché nella parrocchia alla periferia di Lusaka, padre Kizito comincia a radunare attorno a sé alcuni giovani volonterosi e motivati. Decidono di vivere insieme anche se ci sono solo due stanze a disposizione; a un certo punto sono addirittura una dozzina, un po’ ammassati in quegli spazi angusti, che tuttavia favoriscono l’incontro, lo scambio, la conoscenza reciproca. È un po’ come stare in famiglia, con un forte spirito di unità e comunione. Per la prima volta sperimentano insieme il senso profondo di essere comunità.

Padre Kizito insieme ad alcuni dei ragazzi più grandi del centro Kivuli.
Padre Kizito insieme ad alcuni dei ragazzi più grandi del centro Kivuli,
cui si riferisce anche l’immagine sotto. Ai giovani, oltre a corsi
professionali, vengono proposte attività di animazione e sportive.

È un pensiero fisso, questo, per padre Kizito. «Si trattava di vivere un impegno forte, come cristiani e come cittadini. Ciascuno era pronto ad assumersi le proprie responsabilità e ad essere protagonista delle attività pastorali e di quelle sociali, della propria vita e di quella della comunità locale. Per me significava anche guardare molte cose dal di dentro, dal punto di vista degli africani, a partire dal loro modo di pensare, sentire, vedere. Un’esperienza molto forte e formativa, che mi ha convinto della necessità di impegnarmi a fondo su questa strada ancora poco sperimentata in Africa, quella di investire in comunità di giovani laici, desiderosi di impegnarsi in prima persona in nome del Vangelo. La rivoluzione piu radicale e quella della fraternità».

E infatti, quando nell’88 viene trasferito a Nairobi per fondare New People, un periodico oggi diffuso in molti Paesi dell’Africa anglofona, accanto all’attività giornalistica padre Kizito coltiva il desiderio di riproporre anche qui il modello di comunità sperimentato in Zambia. Ma Nairobi non è Lusaka; la capitale del Kenya è una metropoli di 4 milioni di abitanti, frenetica e occidentalizzata, un paradiso per pochi ricchi circondato da un mare di miseria. È difficile creare legami, costruire rapporti di fiducia, realizzare qualcosa insieme.

Alcuni dei ragazzi più grandi del centro Kivuli.

Padre Kizito ci prova un paio di volte, due false partenze. Ma non demorde. In testa ha il motto di Daniele Comboni "Salvare l’Africa con gli africani", che non è semplicemente uno slogan, è un impegno programmatico. «Comboni era un uomo del suo tempo, con tutti i limiti e i difetti dell’epoca, ma è morto per l’Africa in Africa. Il suo è stato un impegno per tutta la vita e per un’unica idea: "Ama Dio e il prossimo tuo". E il suo prossimo si identificava con l’Africa e gli africani. Questa è stata la sua grandezza, che ha senso ancora oggi. Purtroppo, però, siamo ancora lontani dal realizzare il sogno di Comboni, per la nostra incapacità o non volontà di dare responsabilità agli africani, specialmente ai laici». Poi nel ’91, l’incontro quasi casuale e contemporaneo con tre giovani animati da una grande voglia di lavorare e di impegnarsi. Nasce così, in modo del tutto informale, quella che oggi è una grande e vivace comunità. L’hanno chiamata Koinonia, "fraternità", per esprimere il senso di famiglia che lega i diversi membri, per dire la volontà di stare insieme nel senso più cristiano e africano del termine, per ribadire, soprattutto, il radicamento nel Vangelo a cui si sono ispirati.

Oggi Koinonia conta oltre venti membri. Alcuni si sono sposati e hanno integrato la vita familiare all’interno dell’esperienza comunitaria. Altri sono entrati da poco, mentre molti chiedono di farlo. Tutti danno un contributo essenziale alla crescita del gruppo, ma anche allo sviluppo della realtà circostante, a partire dalla loro cultura e tradizioni, con le loro idee e aspirazioni e con il loro modo africano di essere cristiani.

Gita comunitaria a una serie di piccole cascate che si trovano presso Nairobi.
Gita comunitaria a una serie di piccole cascate che si trovano presso Nairobi.

«Quello che abbiamo sempre cercato di fare», dice Kizito, «è di tradurre in un contesto più strutturato qualcosa di veramente africano. Di riesprimere, cioè, i valori più profondi della cultura di questa terra in una nuova dimensione, arricchita e rafforzata dall’incontro con il Vangelo».

Uno degli esempi più belli e riusciti è la "Casa di Anita", dove tre famiglie keniane hanno adottato otto bambine di strada ciascuna, allargando i confini della tradizionale famiglia africana oltre i legami di sangue. Il senso di appartenenza che annulla le distanze e cancella le differenze è radicato in un forte sentimento cristiano di apertura e disponibilità verso il prossimo, mentre l’idea di comunità-famiglia ha radici profonde nella tradizione. Ne è scaturito uno stile di vita nuovo rafforzato da un forte senso di comunione.

Giovani di Koinonia a bordo di un matatu, tipico mezzo di trasporto di Nairobi.
Giovani di Koinonia a bordo di un matatu, tipico mezzo di trasporto di Nairobi. Si tratta di pulmini per l’uso comune ma di proprietà privata,
che possono anche venire affittati da gruppi.

Ma la "Casa di Anita" non è che una delle attività in cui padre Kizito e i giovani di Koinonia hanno cercato di concretizzare questi ideali. All’inizio, a dire il vero, non c’era neppure l’idea di "fare" qualcosa. Si trattava semplicemente di vivere insieme e di condividere un percorso di vita cristiano. Poi s’è cominciato a poco a poco a lavorare con i bambini di strada che circolavano nel quartiere di Riruta, alla periferia di Nairobi; oggi sono una cinquantina quelli ospitati nella casa di Kivuli. Da questo primo impegno ne sono nati altri: le attività con le donne, attraverso il microcredito; quelle con i giovani che imparano un mestiere; o quelle con i rifugiati dei Grandi Laghi. È stato creato Amani People's Theatre, il teatro per la pace, e Africanews, oggi ribattezzata NewsfromAfrica, un'agenzia di informazioni fatta da africani sull’Africa. Missione e comunicazione che ancora una volta si incontrano.

Ancora al centro Kivuli.
Ancora al centro Kivuli.

Sollecitare padre Kizito su questo tema significa sfondare una porta aperta: «Missione è comunicazione», dice convinto. «È comunicare la Buona Novella con tutti i mezzi a disposizione perché il messaggio evangelico passi nel modo più corretto possibile. Anche se poi resto convinto che la fede si trasmette solo attraverso un rapporto personale, grazie all’incontro e alla testimonianza. E qui la comunità è indispensabile». In quest’ottica si inserisce anche la nuova avventura mediatica di padre Kizito: la creazione di Radio Waumini, che in kiswahili significa "credenti" o "fedeli". Si tratta di un progetto che gli è stato affidato dalla Conferenza episcopale keniana e che padre Kizito ha realizzato con la consueta passione, nonostante le difficoltà economiche e gli ostacoli governativi. Dallo scorso luglio la radio trasmette 24 ore su 24 ed è uno strumento straordinario di informazione e formazione, che vede una partecipazione vivace del pubblico sempre pronto a dire la sua sui temi di maggiore interesse.

Gruppo di acrobati addestrati alla scuola di Kizito, dove si imparano anche arti marziali.
Gruppo di acrobati addestrati alla scuola di Kizito,
dove si imparano anche arti marziali.

«Il bisogno e la capacità di comunicare», commenta Kizito, «appartengono profondamente alla cultura africana. Ma le voci dell’Africa restano troppo spesso confinate all’interno del continente. Difficile comunicare con il Nord del mondo, far arrivare la nostra voce e quella degli africani in Occidente, soprattutto le voci più vere, quelle che raccontano dell’Africa più autentica. C’è poca conoscenza e poco rispetto. Specialmente oggi, in un’epoca in cui la cultura occidentale è dominante e controlla il mondo dell’informazione. Il missionario può aiutare a far capire, ad approfondire quella differenza culturale che è propria degli africani. Resta il fatto che trasmettere elementi di conoscenza che vengono dall’Africa è un’impresa controcorrente e faticosa, ma bisogna farlo».

Ai giovani ospiti della comunità si chiede di svolgere semplici lavori domestici, allo scopo di farli sentire "responsabilizzati".
Ai giovani ospiti della comunità si chiede di svolgere semplici
lavori domestici, allo scopo di farli sentire "responsabilizzati".

Anche per questa ragione è nato, sempre all’interno di Koinonia, Africa Peace Point (App), un network che promuove la pace e la riconciliazione a livello locale e organizza percorsi di dialogo interculturale, confrontandosi con realtà del Nord del mondo, legate soprattutto al mondo della cooperazione e delle università. App lavora con studenti europei o gruppi di turismo responsabile, ma ha inviato anche alcuni animatori in Italia per proporre una lettura dall’interno della vita dell’Africa, offrendo un approccio il più possibile scevro da quegli stereotipi, che spesso infarciscono le immagini dell’Africa nei media occidentali. Si tratta di occasioni importanti per promuovere la conoscenza tra i popoli e superare pregiudizi e luoghi comuni che condizionano le relazioni. E per conoscere un’Africa in positivo, fatta di persone che lavorano per migliorare le proprie condizioni di vita e il proprio contesto sociale.

Un’Africa ricca di una cultura antica e feconda e di potenzialità proprie e originali, capace di operare per la pace e lo sviluppo. We belong to each other, "Ci apparteniamo gli uni gli altri", è il motto di Koinonia. Che non è un semplice modo di dire. Per padre Kizito e i suoi ragazzi, è un impegno che riguarda ciascuno all’interno della piccola comunità a cui appartengono, ma anche nella grande comunità di tutti gli uomini.

Anna Pozzi

Il "dispensario", piccolo centro medico in cui ci si prende cura dei bambini di strada di Nairobi.
Il "dispensario", piccolo centro medico in cui ci si prende cura
dei bambini di strada di Nairobi.
  

"Koinonia" e... tutta la tribù

Nata nel 1991 su iniziativa di padre Kizito, la comunità Koinonia è cresciuta rapidamente, pur mantenendo i princìpi ispiratori delle origini. Oggi, accanto alla casa originaria, dove sono ospitati Amani People’s Theatre e Africanews (http://www.newsfromafrica.com/africanews2), è nato Kivuli, il centro per bambini di strada, ma anche per molte altre attività di promozione della popolazione del quartiere di Riruta. A metà del 1998, era nato Africa Peace Point (App), con l’obiettivo di creare uno spazio aperto alla riflessione sulle situazioni di conflitto e alla costruzione di percorsi di pace, che riaffermino sempre la centralità dell’uomo e il valore sacro della vita umana. Il progetto si è ulteriormente rinforzato con la costruzione della Shalom House, la casa della pace, che oggi è un punto di riferimento per la formazione alla pace e alla riconciliazione e per la promozione del dialogo interculturale. Nel ’99 sono state inaugurate le tre case di Anita’s House, sulle colline di Ngong, a una quindicina di chilometri da Nairobi: un modo nuovo e innovativo di occuparsi delle bambine di strada, cercando di recuperarle attraverso uno spirito di famiglia. Nel frattempo, si sono intensificati i progetti di sostegno alle popolazioni delle Montagne Nuba. Il tutto, grazie all’appoggio di Amani, "pace" in kiswahili, una organizzazione non governativa che alcuni amici di padre Kizito hanno fondato a Milano a fine ’94.
Amani onlus, Via Gonin 8, 20147 Milano. 
Tel. 02/48.95.11.49 e 02/41.21.011 - fax: 02/45.49.52.37
e-mail: amani@amaniforafrica.org 
sito web: www.amaniforafrica.org.
Amani
non solo raccoglie fondi e garantisce un appoggio logistico ai progetti di Koinonia, ma organizza molteplici attività di sensibilizzazione sul territorio italiano per una conoscenza e un incontro autentico con l’Africa.

a.p.

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