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Di Ed Sanders, in Italia è stato pubblicato: Gesù. La verità storica (Mondadori, 1999); Il giudaismo. Fede e prassi. 63 a.C. - 66 d.C. (Morcelliana, 1999); San Paolo (Il Nuovo Melangolo, 1997); Gesù e il giudaismo (Marietti, 1992); Paolo, la legge e il popolo giudaico (Paideia, 1989); Paolo e il giudaismo palestinese. Studio comparativo su modelli di religione (Paideia, 1986).

Dello studioso di ebraismo Geza Vermès sono attualmente reperibili in italiano tre titoli: La religione di Gesù l’ebreo. Una grande sfida al cristianesimo (Cittadella, 2002); I volti di Gesù (Bompiani, 2000); Gesù l’ebreo (Borla, 1983). L’opera controcorrente – e discutibile – del biblista Dominic Crossan, Gesù. Una biografia rivoluzionaria, è stata pubblicata nel 1994 dalle edizioni Ponte alle Grazie.

Gran parte dell’arte cristiana è stata influenzata dal lenzuolo che si ritiene abbia avvolto il cadavere del Cristo: la Sindone. Proprio da uno studioso del sacro lino, il medico Pierluigi Baima Bollone, è stato appena pubblicato il saggio La psicologia di Gesù (Mondadori, pagg. 242, € 17,00).

 

Dossier

Il Cristo della nostra storia
a cura di Francesca Soccorsi
  

La ricerca storico-esegetica sul "Gesù della storia" è sempre andata di pari passo, da che mondo è mondo, con la domanda molto più personale su "chi è quel Galileo per me": il Cristo che hanno predicato gli apostoli e la Chiesa? O chi altro? E se ogni artista, nelle diverse epoche, si è cimentato nell’impresa di dare un volto al Nazareno, ogni uomo – credente o meno – non è sfuggito alla necessità di dare un posto nella propria vita all’ebreo crocifisso sul Golgota, fosse anche un posto di secondo piano o addirittura la decisione di tenerlo fuori dalla porta. Anche oggi, dunque, si ripropone l’antica domanda: chi è Gesù per me? E per i nostri contemporanei, figli di un mondo occidentale ricco e talvolta angosciato? È questa la domanda che abbiamo posto a una nutrita pattuglia di "nomi noti" della nostra società, credenti o non credenti che fossero: artisti, politici, studiosi, giornalisti, sportivi, scrittori... Ecco il collage curioso e intrigante che ne è emerso.

Nomadi rom e sinti sfilano in corteo per il "Giorno della memoria" (27 gennaio), dedicato al massacro degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.
Nomadi rom e sinti sfilano in corteo per il "Giorno della memoria"
(27 gennaio), dedicato al massacro degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. L’evento, istituito dal Parlamento italiano nel 2000, ha fornito l’occasione in alcune città di riflettere anche su altri drammi della storia, incluse le persecuzioni contro gli "zingari" (foto S. Montesi).

Franco Cardini storico

Ho difficoltà a parlare di Gesù: preferirei, da cattolico, parlare di Nostro Signor Gesù Cristo, il Messia e Salvatore che ha sconfitto la morte. Questo perché, quando penso a Lui, sento che il mio "io" assume un atteggiamento distinto in quattro livelli. Ho detto "distinto", non "diviso"; e tantomeno "lacerato". Tuttavia, amerei tanto poter ricondurre a piena unità il mio sentire. Anzitutto c’è, appunto, Gesù, Figlio Unigenito di Dio e Salvatore. È il Cristo del Simbolo Niceno, del Credo. Da cattolico, aderisco con tutte le forze di cui sono capace alla fede in Lui. Ma fede è "sustanza di cose sperate e argomento delle non parventi". Mi sento radicato nella fede, ma non intendo far giocare a essa un gioco che non la riguarda.

Tale gioco è la storia. Mi sforzo di vedere la traccia del Cristo in essa. Ma, come storico, debbo confessare che in ciò tutto è scommessa e niente è certo. Le stesse prove strettamente e propriamente storiche dell’esistenza di Gesù di Nazareth sono labili e si può dire inconsistenti. Tuttavia, se tale è il mio parere come storico, diverso è il mio atteggiamento individuale come medievista. Sono vissuto, in quanto studioso, insieme con il Cristo della cultura e del mito medievali: quello della teologia, della mistica, delle cattedrali, della grande arte romanica e gotica. Egli riempie la storia che più amo. Il Cristo-Bambino adorato dai Magi, il Cristo sulla croce che parlò a Francesco d’Assisi, il Cristo Pantocrator dei mosaici bizantini, il Cristo giudice delle cattedrali francesi, il Cristo dell’Imitatio Christi. A Lui penso con le parole di Pierre Drieu La Rochelle: «Un Re, Figlio di Re».

Infine, il mio angolino nascosto, la mia speranza di pover’uomo. Il Gesù della mia infanzia, quello che mia nonna mi ha insegnato ad amare e pregare. Quello che splende nell’ombra delle chiese, piagato e abbandonato: immagine infinita del dolore e della debolezza umani, compagno di chiunque pianga, Amore capace di darsi tutto e liberamente, onnipotenza infinita e al tempo stesso infinita povertà, Dio eppure fratello che soffre con noi e per noi. Il Figlio di Maria, la mano del quale cerco per stringerla e farmi guidare quando ho paura, quando sono incerto, quando sono angosciato, quando mi vergogno del male che ho fatto. Il Cristo-Speranza cui mi affido, temendone la giustizia ma confidando nella Sua pietà.
  

Paola Pitagora attrice

La domanda che mi pongo da sempre è: «Se fossi vissuta in Palestina all’epoca di Gesù sarei stata in grado di riconoscere in quel giovane esagitato che si proclamava profeta il Figlio di Dio?». E la risposta è negativa. Riconoscere il divino quando si manifesta mi sembra essere il compito del perfetto cristiano. E io non posso dire di essere tale: ho paura della morte e sono angosciata alla vista del Cristo crocifisso. Cristo non l’ho ancora incontrato e forse non lo incontrerò mai, ma sono alla sua continua ricerca. In me credo ci sia poco di cristiano, ma posso dire di avere tanta buona volontà: mi impongo come dovere la sincerità e non mi riconosco nell’arroganza occidentale, che niente ha a che spartire col Gesù di Palestina.

Uno dei numerosi Ecce Homo realizzati da Georges Rouault, quasi un simbolo di tutta la sua arte.
Uno dei numerosi Ecce Homo realizzati da Georges Rouault, quasi un simbolo di tutta la sua arte. L’opera in questione, un’acquatinta, risale al 1936.

Giuseppe Lumia deputato, membro della Commissione anti-mafia

Senza Gesù la storia avrebbe poco senso; senza la sua storia la storia dell’umanità si disperderebbe nei mille rivoli del non senso, dell’ingiustizia e della "prepotenza prepotente". Grazie a lui possiamo metterci in relazione con Dio, percepirne la presenza e predisporci a quel "non ancora" che apre i cuori e le menti degli uomini e delle donne di ogni tempo. Non è un Gesù facile, né comodo. È un Gesù che ama la terra e nello stesso tempo ne rifiuta tutte le logiche perverse. È un Gesù che squarcia il velo del tempio, di ogni tempio, di ogni ideologia per indurci a scrutare l’oltre vivendo l’oggi, per condurmi lì dove lui c’è senza esserci. Dove la giustizia lo chiamerebbe, è assente; accanto a quelli che non si rassegnano alle mille forme di ingiustizia, è assente; nei percorsi di liberazione, nei luoghi della disperazione, è assente; dove tutto dovrebbe significare e invocare la potenza della sua divinità, non c’è. Lì, in quei luoghi, in quei percorsi, in quelle attese chiede a me di esserci. Con la mia umanità, con le mie scelte di vita, con il mio impegno laico nella politica, nella società, nelle istituzioni. Questo è il Gesù che ogni giorno incrocio, che in ogni momento mi scuote e mi interpella.
  

Chiara Frugoni medievista

Cristo aveva un affetto particolare per i bambini. In una società povera e agitata da tensioni politiche – cito solo l’occupazione romana – e sociali, quale fu la Palestina in cui Cristo visse, i bambini erano gli elementi strutturalmente più deboli, destinati a un’esistenza breve e grama. In quanto uomo, Cristo volle avere una vita tragica, morendo deriso, disprezzato, torturato. Se penso a Cristo, lo immagino con il volto di un bambino palestinese di oggi: lo sguardo sgomento e vuoto di chi ha visto troppi orrori, i diritti calpestati da un potente che nessuno vuole fermare. Cristo e i bambini, tanti agnelli su un prato.
   

Cecilia Chailly musicista

Ciò che mi colpisce nella vita di Gesù, leggendo il Vangelo, è l’aspetto umano del personaggio, il vigore con il quale esprime le sue idee e il coraggio che ha nel mostrarsi controcorrente rispetto al pensiero comune di quei tempi. È questo tratto della sua personalità che più mi conforta, nei momenti di difficoltà della mia vita artistica, piena di piccole, grandi battaglie morali ed esistenziali; la sua forza e la sua fede mi sono di esempio e incoraggiamento. Gesù lo percepisco nei momenti di maggiore compassione, quando il cuore mi si apre, in quel moto di amore totale e universale, in quell’esperienza spirituale che può essere compresa soltanto da chi l’ha sperimentata. In quei momenti non ha più neanche un nome, per me; la sua essenza è racchiusa nell’emozione che mi travolge, lasciandomi senza parole, nella profonda commozione. Anche attraverso la musica mi sento vicina a lui, quando la suono e soprattutto quando la scrivo; sono convinta che molti dei brani più ispirati mi siano stati suggeriti dal cielo. Dove da pochi mesi riposa il mio grande papà, Luciano, che ancora compiango molto, e che tanto mi ha insegnato su Gesù, e sui valori della vita cristiana. Questo mio "francobollo" è anche un messaggio d’amore per lui, perché so che vicino a Gesù non si sentirà mai solo.

La Cena di Emmaus in un "mosaico" prodotto dai bambini di una scuola materna con tasselli di carta colorata.
La Cena di Emmaus in un "mosaico" prodotto dai bambini
di una scuola materna con tasselli di carta colorata. L’immagine,
solo in apparenza ingenua, raffigura efficacemente gli stati d’animo
dei protagonisti, e contiene vari temi "teologici": i calici, i pani,
il simbolo della croce che si ripete nell’aureola di Gesù e in alto a sinistra. Secondo lo studioso Heinrich Pfeiffer, «il volto di Cristo
è come un sole di bontà e di amicizia per l’uomo,
come solo un’anima bambina può vederlo».

Michele Serra giornalista e scrittore

Gesù ha per me il volto dell’iconografia classica e dei santini della Prima Comunione. Fin da piccolo lo immagino bello, biondo e con una lunga barba. Per questo ricordo che da adolescente sono rimasto molto turbato quando per la prima volta ho visto Il Vangelo secondo Matteo di Pierpaolo Pasolini, con quel Gesù basso, scuro, dai tratti meridionali. La visione del Cristo crocifisso mi ha sempre spaventato e provo inquietudine quando, dal basso in alto, guardo il suo corpo morente, inchiodato alla croce, vero e proprio strumento di tortura.

Parlare di Gesù oggi, attualizzare la sua figura, mi sembra, invece, una forzatura. Se fossi un cristiano non condividerei gli stereotipi mondanizzati che gli sono stati attribuiti: primo socialista, operatore sociale, amico e confidente. Cercare Cristo in altri luoghi e in altre forme è solo una scorciatoia.
   

Moni Ovadia cantastorie e musicista

Il mio Gesù ha cominciato a coincidere con quello della Chiesa quando ho conosciuto la dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra aetate sulle relazioni tra la stessa Chiesa e le religioni non cristiane, nella quale si parla di Cristo come di un ebreo che frequenta la Sinagoga, formato nel segno dell’ebraismo.

Io rivendico con forza le radici ebraiche del cristianesimo: Gesù radicalizza il comandamento del Levitico "Amerai il prossimo tuo come te stesso", invitando a porgere l’altra guancia al nemico. Egli invita alla giustizia e all’amore come forma di giustizia. La redenzione di cui parla è quella degli umili e non dei potenti. Il suo linguaggio è intriso del profetismo ebraico. Per questo a mio avviso la domanda che incombe su ciascuno di noi da 2000 anni e che non troverà risposta neppure tra altri 2000 è: "Ma Gesù voleva davvero uscire dall’ebraismo?".
   

Vauro vignettista

Mi è capitato d’incontrarlo girando per Roma, nei pressi del Vaticano, tra gli innumerevoli negozi di orrendi souvenirs. Annegato tra bambolotti vestiti da guardia svizzera e cupoloni posacenere ho visto il volto di Gesù. Era stampato su di un quadretto, di quelli che si muovono a seconda di dove li guardi (avete presente le vecchie figurine del formaggino Mio?).

Diafano, biondo, con i boccoli e la barba curata, con gli occhi chiusi che, se ti spostavi di poco, si aprivano con le pupille rivolte al cielo. Io mi sono spostato forse di troppo poco, fatto sta che quando l’ho guardato ha aperto un occhio solo, mi ha fatto l’occhiolino, insomma, come a suggerirmi di non prendere sul serio tutto il merchandising che lo circondava e nemmeno quella sua effigie così rileccata. Beh, per me è quello il volto di Gesù, quello di uno che ammiccando in modo un po’ buffo, mi invita a non prendermi troppo sul serio.

(foto S. Montesi).
(foto S. Montesi)
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Marco Lodoli scrittore

Ho sempre sentito Gesù nelle persone buone. La bontà è una forza che ci inquieta più di ogni altra, perché sembra dire: vedi, è possibile. Ci costringe a misurarci con lei, con Lui. Gli intellettuali fanno percorsi tortuosi, e noi proviamo a seguirli nei loro ragionamenti un po’ aridi, facciamo tanta fatica, capiamo poco e quel poco non ci rallegra. Poi incontriamo una persona semplice, che sorride di tante inutili chiacchiere, di quei capelli spaccati in quattro fino alla calvizie. Lei, Lui, ci tende una mano, ci dice una parola chiara e buona, ci solleva. Ecco, Gesù è sempre stato questa possibilità. L’ho sempre percepito come un uomo che sa tutto e che decide di vivere nell’amore. Costantin Levin, uno dei personaggi di Anna Karenina, è l’uomo che ho sentito più vicino a Gesù. A vent’anni volevo essere come Costantin, vivere in campagna, imparare a poco a poco il ritmo segreto delle cose, imparare ad amare. Non ce l’ho fatta, la città, il caos, la letteratura mi hanno ripreso: però ci spero ancora. Gesù ha pazienza, mi aspetta.
   

Liliana Cavani regista

Confesso di non riuscire a vedere il volto di Gesù nei poveri o nei malati che vedo (è il mio limite) e se faccio un gesto gentile lo faccio perché ho pena ma – confesso – una pena resistibile mentre Francesco e Chiara e Annalena Tonelli (la volontaria italiana uccisa in Somalia lo scorso mese di ottobre, ndr) non ci dormivano la notte perché in ogni uomo sofferente vedevano Gesù. La fede che ti fa vedere Gesù in ogni viso è un dono grazie al quale puoi vedere Gesù nel profondo di te e allora gli altri sono anche te in comunione. Non ho questo dono, altri sì. Del resto per averlo non occorre essere teologi. L’ho capito leggendo il diario di Etty Hillesum, ebrea olandese che aveva quel dono, e scrive: «Quando prego non prego mai per me ma per gli altri oppure dialogo in modo pazzo e infantile con la parte più profonda di me che chiamo Dio. Se si prega per qualcuno gli si manda un po’ della nostra forza». Etty muore ad Auschwitz a 29 anni facendo in tempo a scrivere: «Una pace futura potrà essere tale solo se prima ognuno in sé stesso si sarà liberato dall’odio contro il prossimo di qualunque razza o popolo e lo avrà trasformato forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo». Chiedeva moltissimo e d’altronde Gesù è nella Storia soltanto se è nella parte più profonda delle persone. Gesù era nei lager a morire milioni di volte ed Etty lo sapeva. In sostanza è una questione mistica.
   

Gian Carlo Caselli procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino

Del volto di Gesù è lo sguardo l’elemento che più provoca e colpisce. Uno sguardo capace di scendere in profondità e di incontrare la persona, il cuore della persona. Per Gesù questo non significa negare che la libertà dell’uomo possa orientarsi anche verso il male. Significa, piuttosto, rispettare la libertà di ogni persona, non chiudere mai l’individuo nei suoi errori o nelle sue colpe, non rinunziare al positivo che è presente in ciascuno di noi. È uno sguardo che – senza sconti – sa restituire a ognuno le sue responsabilità, giudicando, però, le azioni, non le persone. Uno "sguardo", dunque, carico di compassione, di chiarezza, di fermezza, di verità e di bontà. Uno sguardo che invita, in maniera autorevole e liberante, a "non giudicare". Come logica conseguenza dello sforzo di guardare al cuore dell’uomo. Incontrare la persona, riconoscendo la nostra incapacità di giudicare il profondo orizzonte delle intenzioni, per valutarne le azioni: ecco la lezione di umanità che lo sguardo di Gesù ci regala ogni giorno.

Può sembrare paradossale sostenere che lo sguardo di Gesù invita a "non giudicare" proprio chi – come me – esercita quotidianamente la professione di magistrato. In realtà, il senso profondo della professionalità di ogni operatore di giustizia è dentro questo "sguardo": un invito a fermare il male morale con determinazione e puntualità. Senza mai spegnere la speranza di un possibile cambiamento, personale e sociale.

Un senegalese immigrato in Italia.
Un senegalese immigrato in Italia
(foto S. Montesi).

Luigi Manconi presidente di "A Buon Diritto. Associazione per le libertà"

La tentazione per uno come me, non ateo, non credente e nemmeno laico, è quella di "umanizzare" – fino alla secolarizzazione – la figura di Gesù Cristo: o, se volete, di "sociologizzarla". E, tuttavia, pur se amico e sodale, per ragioni politico-culturali, dei cristiani che sociologizzano il cristianesimo, non è questo ciò che mi sento di fare e che mi viene voglia di fare: fossi cattolico, forse... Dunque, il Gesù Cristo che più mi interessa e mi interpella non è quello che intima «fuori i mercanti dal tempio» e nemmeno quello, pure a me carissimo, che chiede di «visitare i carcerati» e dice di essere stato «mandato per proclamare la liberazione ai prigionieri» (Luca, 4,18). Semmai, il mio Gesù Cristo è quello del «sono venuto a dividere il figlio dal padre». Ovvero il Gesù del conflitto e della contraddizione, che mette in crisi le appartenenze e le acquiescenze (familiari, culturali e fin antropologiche). E che, dunque, prima di promettere consolazione (ben venga anch’essa), annuncia irrequietezza, indisciplina, inquietudine. E non penso solo, e nemmeno soprattutto, al "tormento" degli intellettuali. Penso, piuttosto, a quell’avventura del pensiero e della vita, di cui parla Bruno Forte, auspicando il passaggio dal cogito ergo sum al cogitor ergo sum (sono pensato da un altro) e all’amor ergo sum (sono amato da un altro). Che vale per il legame sociale come per l’amore-passione come per le relazioni – tutte – tra gli umani.
  

Gianni Alemanno ministro delle Politiche agrarie e forestali

Credo che ogni uomo ospiti dentro di sé un proprio senso della divinità, una scintilla che non può fare a meno di accendersi di fronte alla bellezza e alla maestosità di certi paesaggi, come quelli di cui, ad esempio, è possibile godere in montagna. Questo è tanto più vero per chi è credente e come me ritrova negli spettacoli offerti dalla natura il segno inconfutabile di una perfezione che travalica ampiamente i confini dell’umano.

In questo senso penso siano espressione di un sentimento che non esiterei a definire religioso anche i legami che uniscono l’uomo all’ambiente: quei fili invisibili, impercettibili eppure tenaci che allacciano il destino del singolo al territorio in cui nasce o sceglie di vivere. Mi piace pensare che anche il mio impegno politico al Ministero, il sostegno al settore agricolo e forestale, la valorizzazione del lavoro di coloro che più di tutti mantengono vivo il rapporto con l’ambiente, siano apporti utili a rinnovare questo tacito patto fra l’uomo e Dio, dove la natura è tramite e, insieme, espressione quasi tangibile del divino.
   

Margherita Hack astronoma

Non sono credente, Gesù per me non è Dio, ma è la più straordinaria figura della storia dell’umanità, un uomo che è stato sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi. Vedo il volto di Gesù in quello scavato e rugoso dei muratori che faticano e rischiano la vita su alte impalcature, in quello grondante sudore dei neri curvi nei campi, in quello terrorizzato delle ragazze schiave e dei bambini macilenti costretti a mendicare, in quello dei barboni che frugano nei cassonetti delle immondizie, fra la gente frettolosa e indifferente.
   

Ilvo Diamanti docente universitario

Ho guardato Gesù in modo diverso, nel corso degli anni. Però, sempre con occhi ingenui. Senza pormi troppi problemi. Aveva il volto di un bambino, quand’ero bambino anch’io. Incarnava il rapporto con l’infinito; impersonava la speranza. Ma anche la divinità quotidianizzata e giocosa. Mi rendeva familiare il significato e l’esistenza di Dio. Più avanti, ho modellato Gesù in funzione della mia idea e della mia domanda di giustizia sociale. Erano gli anni intorno al ’68 e io, adolescente inquieto, in occasione del Natale allestivo presepi "militanti". Vestivo i pastori da metalmeccanici, sostituivo i trattori ai cammelli e deponevo Gesù e la sua culla in un capannone, invece che in una capanna. Il Gesù dei poveri e dei giusti. In seguito, da adulto, ho smesso di raffigurarlo. Ma non di vederlo. E quando mi capita di scorgerlo, magari di sfuggita, ha il volto degli "ultimi". Per contrasto con lo spirito del tempo, così indulgente con i "primi".

Dettaglio del Cristo nella tomba di Hans Holbein il Giovane (1522).
Dettaglio del Cristo nella tomba di Hans Holbein il Giovane (1522).
Il quadro raffigura con realismo impressionante il corpo di Gesù
disteso nel sepolcro, ancora contratto per le sofferenze della morte.

Mario Cipollini ciclista

La mano di Gesù è importante: è una costante presenza nella mia vita; ogni giorno, quando ho delle difficoltà, soprattutto in bicicletta, lo sento vicino. È una guida, dà il senso alla quotidianità. Lo vedo non solo nelle bellezze della natura, ma anche nella povertà delle persone bisognose, perché Dio è prima di tutto amore e misericordia. Questo mi spinge a prendere parte con gioia a diverse iniziative di solidarietà per cercare di essere vicino alle persone che soffrono e dare loro un futuro felice.
  

Luigi Accattoli vaticanista de Il Corriere della Sera

Cerco Gesù nelle sue parole, quelle che ci hanno trasmesso gli evangelisti. «Sono proprio io! Toccatemi e guardate!», dice per esempio apparendo ai discepoli. Oppure: «Beati voi che ora piangete, perché riderete». Per averle sempre con me, mando a memoria le sue parole. Lo chiamo a me con quelle che meglio si addicono alla situazione mia o del mondo, nel momento in cui lo cerco. Quando viene, mi tengo vicino a lui il più a lungo che mi è possibile. Prendo per mano la mia sposa e i miei figli e ognuno sulla terra – a partire da quelli che non pregano mai – e insieme diciamo "Padre nostro".
  

Giovanni Bachelet docente universitario

"Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam" ("Salirò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza"). Col Salmo 43 si apriva la Messa quando mi preparavo alla Prima Comunione. Erano gli anni del muro di Berlino, di Kennedy, di Papa Giovanni. A casa non c’era la lavatrice, né la lavastoviglie, né la televisione; non avevamo ancora la macchina. E quanti, dei volti che allora mi sorridevano, non ci sono più. Ma non si è spento il sole di quella mattina del 1961, la speranza che Gesù non lasci la mia mano, che possa ricordarsi anche di me nel suo regno, come gli chiedeva il buon ladrone. M’incoraggia, ogni domenica, la preghiera del centurione: «Signore, non son degno che tu entri nella mia casa, ma di’ soltanto una parola...»; e nell’abbraccio dei figli e di mia moglie, dei genitori e di mia sorella, dei miei preti e delle mie suore, dei miei maestri e dei miei amici, dei vivi e dei morti, oso ancora chiamarmi cristiano, seguace del rabbi di Nazareth, del figlio di Dio che ha allietato la mia giovinezza e non mi deluderà in eterno.
   

Natale 2003: la croce è vuota al 
"Getsèman Center"

In quel tempo Egli decise che era giunto il momento di lasciare la casa dei suoi genitori, e di andare per la sua strada. Spense il computer, radunò le sue t-shirt preferite, i suoi jeans vecchi e sdruciti (pagati il triplo di quelli nuovi), e li mise nel suo zainetto. Staccò i poster dai muri della sua cameretta, li arrotolò stretti e ci si fece una canna gigante per farsi coraggio, quindi richiuse dietro di sé la porta e s’incamminò verso l’ufficio di collocamento.

Età? Trent’anni. Titolo di studio? Maestro. Però mi piace predicare tra la gente. Sa, le parabole...

L’impiegato scorse rapidamente con lo sguardo un tabulato, quindi gli scarabocchiò su un foglio di carta l’indirizzo di un’azienda che istallava antenne. Egli appallottolò il foglio tra le dita, lo tirò verso l’alto e il foglio si trasformò in una colomba e volò via.

Giunto che fu a Cologno Monzese si recò al secondo piano, Ufficio Palinsesti. Una distinta signora dall’aria veloce gli chiese cosa desiderasse. Mi piace predicare alla gente. Lei lo osservò più attentamente e disse che sì, il fisico c’era. Occhi azzurri, capelli biondi, magari troppo lunghi, ma poteva andare. Certo non aveva il carisma del trascinatore di folle, ma forse, col tempo...

Parlami dei tuoi dati di ascolto. Mah, non saprei... settecento, forse addirittura mille...

Lei scoppiò a ridere, forte, esageratamente. Egli si accorse che la sua risata era registrata, stava solo stringendo gli occhi e scoprendo i denti, ed era perfettamente sincronizzata. Lei riprese il controllo del suo aspetto e gli chiese quali argomenti trattasse nei suoi discorsi. Amore, giustizia, pace, carità, misericordia... Partì un applauso registrato, ma del tutto casualmente, perché la signora, in preda al panico, la prima volta sbagliò a schiacciare pulsante. La seconda no. Arrivarono gli agenti antisommossa in assetto di guerra che lo afferrarono e lo trascinarono via, fuori dal moderno edificio. Lo pestarono quel tanto che basta e lo lasciarono dolorante sull’erba, ai bordi di un laghetto artificiale nel quale galleggiavano maestosi dei cigni di plastica.

Si diresse allora verso il Tempio, da dove una volta cacciò via i mercanti. Si avvide subito che i mercanti non c’erano più, e non c’era più neanche il Tempio. Era stato raso al suolo e dopo tre giorni, al suo posto, era sorto un megacentro commerciale, il Getsèman Center. Ascese con la scala mobile all’ultimo piano, adibito a sala giochi. Sentì la pressione di una mano sulla spalla, si voltò, e si trovò di fronte al suo amico Iscaryota.

Hai mica trenta euro da prestarmi? Ho terminato i gettoni per i videogames.

Egli frugò nelle tasche, ma a parte una merendina a base di locuste e miele selvatico che gli aveva dato il giorno prima suo cugino Giovanni, non trovò monete. Iscaryota disse ok, non importa, lo baciò sulla guancia, si sentì suonare l’allarme e vennero un paio di vigilantes. Si ritrovò davanti al General Manager del Marketing, Mr. Pilato, che trovò assolutamente disdicevole il fatto che qualcuno potesse entrare in un centro commerciale senza soldi e senza carta di credito. Si asciugò le dita sudaticce in un tovagliolo rinfrescante all’essenza di limone e con un cenno lo fece sbattere fuori dalla porta consegnandolo alla folla dello shopping del venerdì pomeriggio. Venne sbeffeggiato, insultato, deriso. I bambini più piccoli smisero persino di parlare al cellulare per fargli le boccacce. Li perdonò fino a settanta volte sette, poi gli capitò di ripensare a Erode con più benevolenza.

Epilogo.

Spielberg si ispirò a questa vicenda per girare il suo più riuscito spot per la più nota carta di credito. L’inquadratura finale ci racconta come finì la storia.

Tre croci piantate sull’attico della Golgota Mountain Bank. LUI al centro, una croce alla sua destra e una alla sua sinistra.

Vuote.

Dissolvenza.

Elle Kappa

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