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Un’opera fondamentale nella ricerca sul "Gesù storico" degli anni recenti si deve a un sacerdote cattolico americano: John P.Meier, docente di Nuovo Testamento alla Notre Dame University. Il suo capolavoro, Un ebreo marginale (Queriniana), è diviso in tre volumi: il primo si concentra su Le radici del problema e della persona; il secondo è sottotitolato Mentore, messaggio e miracoli; l’ultimo tratta di Compagni e antagonisti.

 

Dossier

L’uomo che abbatte i muri
di Paolo Naso
  

La Facoltà di teologia dell’Università di Heidelberg è ancora oggi uno dei santuari della teologia protestante europea. Molte memorie luterane sono ancora lì, tra quelle mura e in quelle austere biblioteche oggi frequentate da studenti di tutto il mondo e di diverse tradizioni confessionali. Ma Heidelberg non è solo tradizione. Uno dei suoi docenti più noti e in vista, ormai da alcuni decenni, si è incamminato con coraggio su una strada nuova e accidentata. Gerd Theissen, docente di Teologia del Nuovo Testamento, è uno dei massimi esperti del cosiddetto "Gesù storico". Di Gesù la teologia cristiana ha ovviamente detto e scritto innumerevoli e monumentali opere: come provare a cercare e a dire qualcosa di nuovo? Theissen e altri suoi colleghi sono semplicemente andati a cercare altre fonti. Si sono chiesti chi fosse Gesù per gli uomini e le donne del suo tempo, quelli che lo amavano ma anche quelli che lo perseguitavano o che, semplicemente, non lo capivano. Insomma, mettendo tra parentesi Gesù "nella Chiesa", sono andati alla ricerca di Gesù "nella storia". Il risultato di questo lavoro è condensato in diversi libri, il più completo dei quali, scritto con Annette Merz, è Il Gesù storico (Morcelliana, 2000); se non il punto di arrivo della ricerca è certamente una tappa importante di un lavoro che ha prodotto diversi altri titoli: Gesù e il suo movimento (Claudiana, 1977), L’ombra del Galileo (Claudiana, 1990), La porta aperta (Claudiana, 1993). Da questo approccio è derivata una scuola di ricerca teologica che è lo stesso Theissen a spiegarci.

Detenuto alla finestra di una cella di Regina Coeli.
Detenuto alla finestra di una cella di Regina Coeli
(foto S. Montesi).

«Il concetto di "Gesù storico" descrive quel Gesù che possiamo rintracciare con gli strumenti della scienza storica», dice. «In particolare vanno considerate tre strade di ricerca: innanzitutto occorre studiare e comparare diversi documenti storici nella consapevolezza che, per altro, i loro autori potrebbero avere commesso degli errori. Si tratta di fonti del tempo in cui visse Gesù ma anche successive. È il caso dei Vangeli stessi, la cui stesura data tra il 70 ed il 100 d.C. Una seconda strada riguarda quella che potremmo definire la "coscienza del condizionamento". Tutti gli eventi storici sono condizionati dal contesto in cui sono accaduti. E allora dobbiamo contestualizzare le intenzioni di Gesù, il suo successo e il suo fallimento nel quadro dell’ebraismo di quel periodo. La terza strada è quella della comparazione: mettere a confronto Gesù con altri profeti del I secolo ci aiuta a comprendere la sua peculiarità».

  • In questo approccio, che cosa c’è di nuovo rispetto alle cristologie tradizionali?

«Le cristologie tradizionali sono determinate dalla fede dei primi cristiani. Esse hanno detto su Gesù più di quanto Gesù abbia detto su sé stesso. Ovviamente essi avevano una ragione pratica. Hanno dovuto guardare indietro, ai fallimenti e alla risurrezione del loro Maestro. E quindi hanno interpretato tutte le loro memorie alla luce della "fede di Pasqua". Per loro Gesù andava oltre la storia. Provo a spiegarlo con un’analogia: la gente vede in una donna, ad esempio, molto meno di quello che in lei può vedere il suo fidanzato. Quello che lui vede non contraddice necessariamente le altre percezioni, ma può superarle, è molto di più. Le cristologie tradizionali si basano, in certo qual modo, su Gesù visto con gli occhi di fede, amore e speranza di chi ha creduto. Invece il "Gesù storico" è l’altra percezione, quella di uomini e donne che lo osservano e lo valutano con uno sguardo semplice, più generale».

Senzatetto a una mensa della Caritas.
Senzatetto a una mensa della Caritas
(foto S. Montesi).

  • Come e perché è nato quest’interesse? Quali ragioni l’hanno spinta a esplorare questa dimensione di Gesù, forse meno teologica e più universale, meno dogmatica e più storica?

«Quando studiavo, alcuni autorevoli professori mi dicevano che non possiamo conoscere molto sul Gesù storico. Non ho mai accettato questa limitazione e questa rassegnazione. Innanzitutto sono arrivato alla conclusione che anche i Vangeli siano meno influenzati da ciò che è accaduto dopo la Pasqua di quanto non si pensa correntemente. Ad esempio, tra i primi cristiani vi fu un vero e proprio scontro su una questione che ben poco ha a che fare con la morte e la risurrezione di Gesù: la comunità, infatti, discuteva se la circoncisione dovesse essere una condizione d’ammissione per i nuovi cristiani o no. Di questo scontro non vi è traccia nei vangeli. Mai, nei vangeli, Gesù dice qualcosa pro o contro la circoncisione. I vangeli, inoltre, raccontano di Giovanni Battista, Erode e Pilato. D’altra parte noi troviamo queste tre figure anche nei testi di Giuseppe Flavio. Che cosa significa? Che ciò che i vangeli raccontano ha un’essenza storica. Mi è sempre sembrato insensato interessarsi a Gesù solo per motivi teologici».

  • Quali sono i documenti utili a ricostruire il Gesù storico?

«Le fonti più importanti sono ovviamente i vangeli sinottici, poi gli "apocrifi" di Giovanni e di Tommaso, quest’ultimo ritrovato nel 1946. In questi due testi si trovano tradizioni su Gesù probabilmente indipendenti da quelle sinottiche. Possiamo trovare altre notazioni sparpagliate che testimoniano di Gesù nelle epistole di Paolo, nei libri di Giuseppe Flavio o di Tacito. Benché problematiche, altre tracce si riscontrano anche negli scritti rabbinici coevi a Gesù. Insomma abbiamo una ricchezza di fonti storiche. Non è così per altri, ad esempio per Paolo. Abbiamo le sue lettere ma dell’apostolo non vi è traccia in altri documenti storici se non quelli della tradizione cristiana. Forse vi è un cenno in un testo di Luciano di Samosata, ma è un’eccezione».

Dettaglio del Cristo deriso di Mathis Grünewald (1504-1505).
Dettaglio del Cristo deriso di Mathis Grünewald (1504-1505).
Opera intensa, che ha mandato echi fino al XX secolo,
nell’arte tragica di Francis Bacon.

  • Nel raffronto tra le fonti cristiane e le altre, ha ritrovato significative differenze? Che cosa le hanno suggerito?

«Non è necessario per uno storico che le fonti siano prive di incongruenze. Incongruenze e concordanze devono mantenersi in equilibrio. Le fonti possono essere incongruenti proprio perché indipendenti; certo, quando raccontano un evento storico, devono andare nella stessa direzione. Su Gesù abbiamo tradizioni indipendenti che si confermano reciprocamente: i Proverbi, che sono ritenuti la fonte comune dei vangeli di Matteo e di Luca; il vangelo di Marco, il più antico dei tre sinottici; i testi di Luca e Matteo, i vangeli di Giovanni e Tommaso... Tutte queste fonti hanno tratti costanti e propongono elementi utili a ricostruire la figura storica di Gesù. Tutte testimoniano, ad esempio, che Gesù ha proclamato il regno di Dio».

  • Da queste ricostruzioni che immagine emerge di Gesù da parte dei suoi contemporanei? Un rivoluzionario? Un profeta? Un rabbino?

«Sin dall’inizio vi erano posizioni diverse su Gesù. Alcuni di coloro che lo contestavano, lo accusavano di essere una specie di mago che combatteva i demoni con il diavolo. Altri lo consideravano un mestatore che voleva creare il caos nella società del tempo; per altri ancora era un maestro che interpretava troppo liberamente la Torah. Quanto ai suoi seguaci, speravano che fosse colui che avrebbe indicato il Messia d’Israele. Per altri ancora era l’autore di tanti, grandi miracoli... Certo, per molti è stato un profeta, perché ha annunciato l’imminenza del regno di Dio. La sua immagine, insomma, è stata discussa sin dall’inizio della sua predicazione. Però che lui fosse una creatura divina – e proprio il "figlio di Dio" – è stato creduto solo in virtù della "fede di Pasqua"».

Immigrato marocchino studia l’italiano a lume di candela in una casupola della borgata del Quarticciolo, a Roma.
Immigrato marocchino studia l’italiano a lume di candela
in una casupola della borgata del Quarticciolo, a Roma.
L’area nacque negli anni ’30 per raccogliere gli sfollati
degli "sventramenti" edilizi decisi dal fascismo; in seguito
vi si diffusero l’abusivismo e la malavita (foto S. Montesi).

  • Il Gesù storico che relazioni ebbe con gli ebrei del suo tempo?

«La società ebraica del primo secolo era sotto una pressione che potremmo definire "di adattamento"; si doveva infatti integrare nell’impero romano. Le classi agiate di Israele erano ovviamente più pronte al confronto con la cultura romana e greca di quanto non lo fossero i ceti popolari, e questo determinava veri e propri scontri. Il confronto era sulla definizione di "ebreo": si affermavano criteri più rigidi e restrittivi che dividevano l’Israele del tempo. Gesù stesso abbozzava una nuova identità ebraica, interpretando le norme in termini più "aperti" e accettando accanto a sé persone che non le seguivano in alcun modo: i peccatori. Gesù non voleva dividere, ma voleva integrare tutti. Il suo messaggio era di accoglienza anche nei confronti degli stranieri; sosteneva che la fedeltà a Dio non implicava il rifiuto di pagare le tasse all’imperatore. A lui interessava soprattutto, in sintesi, l’assioma centrale dell’ebraismo: la fede nel solo e unico Dio. Il centro della sua predicazione era l’avvento del regno di Dio, e questo significava che Dio s’imponeva contro le forze demoniache e gli uomini più riluttanti. Per questo vinceva i demoni con gli esorcismi e i peccatori con il perdono».

  • Questo ruolo di Gesù nell’ebraismo del suo tempo che cosa suggerisce, secondo lei, nelle relazioni ebraico-cristiane di oggi?

«Una delle acquisizioni più importanti del Gesù storico è che egli ha aderito a due religioni. Era ebreo e resterà ebreo per sempre; tuttavia dopo Pasqua, egli è diventato il fondamento del cristianesimo. Questo riconoscimento non è semplice né per gli ebrei né per i cristiani. Gli ebrei devono assumere che Gesù appartiene loro. Benché non si preoccupasse troppo della precettistica ebraica, egli era un maestro ebreo. D’altra parte i cristiani devono assumere che Gesù non appartiene a loro soltanto. Gli uni e gli altri devono considerare la possibilità che Gesù appartenga a due religioni. In ogni caso per i cristiani vi è un’altra acquisizione specifica: non si può amare Gesù senza amare l’ebraismo, perché l’indagine storica ci dice che Gesù è un figlio dell’ebraismo».

  • E per lei, professore, chi è Gesù?

«È colui che, incontrandoti, trasforma la tua vita. Gesù personifica il più alto valore della vita: l’amore con cui Dio si apre all’umanità. Sulla croce egli personifica la sofferenza e l’ingiustizia del mondo che ci separa da Dio. La fede in Gesù per me, allora, è coraggio per la vita. La crocifissione di oggi è la risurrezione di domani. Una vita affidata a Gesù scorre su due insegnamenti fondamentali: il primo è "Amate i vostri nemici!". Con questa affermazione Gesù ha rotto le frontiere tra persone e gruppi che si dividono l’uno dall’altro. Il secondo è "Gli ultimi saranno i primi!". Con queste parole egli ha abbattuto i muri di separazione tra l’alto e il basso della società. Senza amore e senza abbattere questa barriera, non ci è data nessuna vera possibilità di convivenza».

Paolo Naso

Segue: Il Cristo della nostra storia

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