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L’arte del Rinascimento e del Barocco ha spesso insistito sul tema di Gesù incoronato di spine, accentuando l’aspetto di un Messia disprezzato e coperto di sangue. «Ecco l’Uomo», secondo il Vangelo di Giovanni.

 

Dossier

"Sognatore" ed evangelista
di Marco Ronconi
  

Incontriamo il professor Giuseppe Barbaglio nel suo studio, al centro di Roma. Già dalle prime battute, emerge con chiarezza la grande passione per il proprio lavoro. La stessa passione che lo ha portato a coordinare, insieme a Severino Dianich, il Nuovo Dizionario di Teologia arrivato nel 2000 all’ottava edizione, prima di essere sostituito dal recente Teologia, curato insieme allo stesso Dianich e a Giampiero Bof. Ultimamente, tuttavia, i suoi studi si sono concentrati sul problema del cosiddetto "Gesù storico", da cui è derivato un dettagliato tomo di quasi 700 pagine. Da lì, muove la nostra intervista.

  • Il suo ultimo lavoro su Gesù di Nazareth ha come sottotitolo: "Indagine storica". Come mai un esperto di scienze bibliche si dedica alla storia?

«L’analisi dei testi evangelici porta in modo del tutto naturale al problema della storicità. Da più di due secoli, ormai, gli studiosi si trovano di fronte a un interrogativo decisivo: "Cosa possiamo dire, di storicamente fondato, su Gesù di Nazareth?". È normale, e a mio avviso necessario, distinguere il Gesù di Nazareth dal Cristo della fede. Distinguere non vuol dire separare, ma riconoscere ad esempio che il Gesù di Nazareth nella sua vicenda storica è una realtà che interessa tutti, non solo i credenti. I credenti hanno evidentemente la specificità di credere nel Cristo risorto; l’approccio storico, invece, mostra come Gesù non sia "proprietà" dei soli credenti, ma patrimonio di tutti».

Momento di una manifestazione contro la guerra in Iraq.
Momento di una manifestazione contro la guerra in Iraq
(foto S. Montesi).

  • Gli studiosi, tuttavia, concordano nel dire che i Vangeli non sono stati scritti con un intento storico. Perché ostinarsi a cercare in essi ciò che non si sono premurati di avere?

«I Vangeli hanno un’intenzione che oggi potremmo definire "pastorale": si rivolgono alla fede della comunità cristiana. Questa fede, tuttavia, ha il suo oggetto in Gesù, un personaggio storico, vissuto in Galilea, morto tragicamente e creduto risuscitato. Ne consegue che la vicenda storica di Gesù è oggetto di fede. Direi di più: una visione di fede su Gesù non può prescindere dalla storia. Certamente, la fede ha una sua ottica particolare in quanto parte dalla luce della risurrezione. I Vangeli, in particolare, essendo scritti di fede, costituiscono un genere medio fra quelli che nell’antichità erano la historia e l’encomio: da una certa base storica si produceva un racconto con scopi non strettamente storici. La difficoltà della ricerca storica è trovare nei Vangeli, che sono testimonianze non direttamente storiche, gli elementi storici contenuti».

  • Ci sveli il finale: cosa si può dire alla luce di queste indagini, su Gesù di Nazareth?

«Alla luce dei due secoli di ricerca che abbiamo alle spalle, possiamo individuare risultati di diverso tipo. Sorvolando sui pur interessanti dati di critica storica, una serie di risultati a mio avviso interessanti coincidono con l’inquadramento di Gesù nel suo contesto: Gesù era un ebreo. Rimane un problema interessante investigare quali rapporti ha avuto con i diversi movimenti ebraici del tempo, come farisei, sadducei, esseni, ma il risultato è di grande importanza. Un’altra acquisizione molto significativa è l’accettazione che una vita di Gesù non si può scrivere. Possiamo rintracciare alcuni elementi, ma non possiamo tracciare l’arco completo della sua vicenda. Di alcuni tratti non abbiamo nemmeno la certezza: quanti anni Gesù ha fatto vita pubblica? Seguendo Marco, un anno o poco più, mentre seguendo Giovanni si calcola che fossero tre. Allo stesso modo, non siamo in grado di ricostruire la parabola psicologica di Gesù: come è cresciuto, quali idee lo hanno influenzato...».

  • Dal punto di vista storico, non è quindi possibile fare un ritratto di Gesù?

«Oggi, si discute molto su due immagini contrastanti di Gesù. Secondo il filone seguito da J.D. Crossan, J. Borg e altri, Gesù sarebbe stato soltanto un maestro di vita morale ed etica, che avrebbe insegnato una sovversiva sapienza del vivere. L’altro filone, iniziato da Schweitzer e continuato da E.P. Sanders e altri, e in cui anch’io mi rivedo, dice che Gesù è stato sì un maestro, ma è stato soprattutto un "sognatore", un po’ come Martin Luther King e il suo "I have a dream". Il sogno di Gesù era un sogno perfettamente inserito nel contesto di quell’epoca giudaica, impregnata dell’attesa di una svolta decisiva nella storia. Il "sogno" di Gesù era il "regno di Dio", espressione che andrebbe meglio tradotta: "La regalità, la signoria di Dio". Dio comincia a diventare re nella storia, adesso, e il suo dominio è liberante, non dispotico. Questo "adesso" è un elemento di originalità di Gesù. La frase: "Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto fino a voi il regno di Dio" (Lc 11,20) è un detto che tutti riconoscono come suo proprio. La caratteristica più originale di questo suo "sogno", tuttavia, è che questa svolta decisiva si attua attraverso di lui, nei villaggi di Galilea, in quelle guarigioni e in quei gesti di accoglienza verso tutti i diseredati dell’epoca, perché la signoria di Dio è così liberante che non chiede nemmeno una conversione previa...».

Gesù raffigurato su una parete della catacomba dei santi Pietro e Marcellino.
Gesù raffigurato su una parete della catacomba dei santi Pietro e Marcellino. L’affresco risale alla seconda metà del IV secolo, ed è sicuramente
uno dei più antichi esempi nella storia in cui il Cristo viene
rappresentato così come siamo abituati a immaginarlo oggi,
con i capelli lunghi e la barba. Di solito nelle catacombe era ritratto
come il "buon pastore", imitando le immagini pagane di Orfeo;
in ogni caso, come un giovane dai capelli corti e senza barba.

  • Il Gesù "sognatore" non è un’idea nuova nel panorama della ricerca sul Gesù storico, o sbaglio?

«Questo Gesù "sognatore" è stato certamente studiato prima da Weiss e poi da Schweitzer, un secolo fa. Il loro studio, tuttavia, accentuava un elemento che non è, a mio avviso, così essenziale: il fallimento di Gesù, la sua illusione. Ritenevano cioè che Gesù fosse un apocalittico, tutto proteso verso questo cambiamento totale prossimo e che questa prossimità fosse la cosa essenziale. Personalmente, penso invece che questa sua illusione circa i tempi dell’esplosione del regno di Dio in terra appare secondaria. Il centro del "sogno" di Gesù sta nel fatto che la regalità di Dio è già presente, come in un frammento, in questa piccolissima forma che è la sua azione. Gesù era un "evangelista", cioè un portatore della buona notizia, non solo con le parole ma con i fatti. La buona notizia è che Dio è già re nella storia, ora, e che la realizzazione piena ci sarà un giorno. Non si poteva pensare solo come un profeta chi pensava di essere lo strumento di realizzazione dell’avvento finale di Dio».

  • A proposito, cosa si può dire dell’autocomprensione di Gesù?

«I nostri limiti di ricerca sono enormi. A mio giudizio, la sua autocomprensione non era di essere il Messia, o il Figlio di Dio trascendente, o il Figlio dell’uomo che scenderà sulle nubi del cielo a giudicare i vivi e i morti, o un altro dei grandi titoli che gli saranno attribuiti legittimamente in seguito. Penso che la sua autocomprensione fosse ugualmente originale e grandiosa: si pensava come l’evangelista escatologico, cioè ultimo e definitivo, della signoria escatologica di Dio. Una tale autocomprensione è tale che, se noi crediamo in lui, l’accettiamo; ma se non crediamo, la riteniamo qualche cosa di folle e pensiamo lui un esaltato e un paranoico».

  • Nella sua ricerca ha evidenziato alcuni dati che non corrispondono al dato tradizionale. Per esempio, i famosi fratelli di Gesù...

«Su questa questione ormai abbondantemente studiata, mi sembra di poter concludere, dal punto di vista storico, che Gesù apparteneva, per così dire, a una famiglia numerosa, avendo quattro fratelli e alcune sorelle, come attesta Marco. Detto questo, mi si chiede: "Da cattolico, come te la cavi nell’accordare questo dato con il dogma della sempre verginità di Maria?". La prima risposta è che le ragioni della fede non poggiano sic et simpliciter sui risultati, sempre limitati e settoriali, della ricerca storica. Non bisogna mai fare un corto circuito fra le due dimensioni. Il problema è interpretare il dogma. È più corretto, ad esempio, ridurre il dogma a un fatto fisiologico, o considerare Maria, meravigliosa icona della comunità cristiana, come la sempre vergine nella sua anima, nella sua fedeltà a Dio e nella sua integrità di credente? Penso che una lettura spirituale del dogma, possibile anche grazie alla critica storica, non ci farebbe rimpiangere troppo una lettura semplicemente fisiologica».

Il Cristo deriso, o Cristo alla colonna, realizzato da Antonello da Messina tra il 1475 e il 1479.
Il Cristo deriso, o Cristo alla colonna, realizzato da
Antonello da Messina tra il 1475 e il 1479.

  • Ritornando all’ebraicità di Gesù, viene da pensare all’utilizzo antigiudaico che è stato fatto di molti testi evangelici. A proposito della passione, ad esempio, chi sono i responsabili della morte di Gesù?

«I Vangeli canonici, soprattutto Matteo, sono molto severi con il mondo ebraico contemporaneo a Gesù di Nazareth. Il vangelo apocrifo di Pietro arriva addirittura a individuare come unici responsabili Erode Antipa e i giudei. Una lettura storica mostra qui un altro elemento di grande valore: l’antigiudaismo non è elemento tardivo, ma nasce subito in seguito alla polemica seguita alla separazione fra Chiesa e sinagoga. Il problema odierno è liberarsi di questo fardello cercando un equilibrio fra posizioni che rischiano troppo spesso l’ideologia, come l’opera di Chaim Cohn, Processo e morte di Gesù. Un punto di vista ebraico, degli anni ’60 e tradotto in Italia nel 2000, che, ragionando in modo uguale e contrario agli apocrifi, discolpava completamente il gruppo di Caifa a danno unicamente dei Romani. Possiamo dire in realtà due cose: in primo luogo, Ponzio Pilato era l’unico che aveva il potere di istruire il processo, di condannare a morte e di far eseguire la sentenza. Il secondo dato è che un gruppo di potere dominante a Gerusalemme, che faceva capo a Caifa, ha sostenuto la parte della pubblica accusa. Dal punto di vista giuridico, la condanna ricade tutta su Pilato, mentre il gruppo di Caifa ha un concorso di responsabilità, grave anche se secondaria. Scagionerei il gruppo dei farisei, avversari di Gesù solo sul piano dialettico. Soprattutto, lascerei completamente perdere il concetto di colpa, che è un concetto morale, preferendo quello più corretto di responsabilità».

  • Alla fine del XIX secolo si diceva che il Cristo della fede ecclesiale era estremamente diverso dal Gesù della storia. A metà del XX secolo si è discusso aspramente se il Gesù della storia fosse necessario al Cristo della fede. Oggi?

«L’oggetto della fede riguarda per così dire due in uno: da una parte il Gesù, nato, vissuto e morto, e dall’altra il Cristo risorto. Potremmo dire che Gesù è un essere bidimensionale in un’identità di persona. L’oggetto della fede non è quindi solo la risurrezione, ma anche la storia di Gesù. Se non ne facesse parte, rischieremmo di avere in mano un Logos disincarnato, un essere divino che non ha nulla a che fare con la storia, con la carne umana. Se la fede cristiana si basa sull’assunto giovanneo che il Logos, la parola di Dio, si è fatto carne, la ricerca storica ci fa toccare con mano questa incarnazione, questo personaggio storico "marginale", come ha ben detto Meier nella sua monumentale opera ancora incompiuta: un Gesù vissuto alla periferia del giudaismo del tempo, che viaggiava per i villaggi senza mai entrare nelle città maggiori del tempo, che è andato a Gerusalemme alcune volte, in particolare in occasione dei grandi pellegrinaggi, e là è stato condannato a morte. Marginale anche per le sue scelte anticonvenzionali, a partire dalla sua erranza, dal suo grande sogno della regalità albeggiante di Dio. Potremmo tradurre Gv 1,14 così: "Il figlio di Dio è diventato un ebreo". Culturalmente, razzialmente e religiosamente, Gesù era un ebreo. Aveva sangue ebraico. Questa potrebbe essere una via per uscire dal nostro secolare antigiudaismo, dal momento che noi crediamo in questo ebreo, morto in croce, che Dio ha risuscitato».

Marco Ronconi

Segue: L'uomo che abbatte i muri

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