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Nata per evangelizzare le campagne, tra il IV e il V secolo, la parrocchia ha presto conosciuto una larga diffusione. Secondo i dati della Cei, nel 2000 se ne contavano in tutta Italia 25.912. Le regioni ecclesiastiche con il più alto numero sono la Lombardia (3.073) e il Triveneto (3.531). Nella sola Milano si contano 1.108 parrocchie, mentre Roma, comprese Ostia e San Paolo fuori le Mura, arriva a 327.

Nel corso dell’assemblea dei vescovi è stato più volte ribadito che i movimenti ecclesiali non devono considerarsi una alternativa alla parrocchia. In uno dei gruppi di studio, il documento finale afferma che i parroci non possono «condizionare la vita pastorale» della loro comunità con «l’eventuale appartenenza a un movimento».

 

Le parrocchie in ltalia

Pastorale sinfonica
di Annachiara Valle
  

È la prima cellula, la più tradizionale, della comunità cristiana in Italia. Eppure i vescovi italiani stanno riflettendo su come trasformarla. Pesano la diminuzione del numero dei sacerdoti, ma anche i mutamenti nella società. Serve una parrocchia missionaria, dunque. In grado di fare più "gioco di squadra".
  

Un volto missionario, di Chiesa che sa stare in mezzo alla gente, che sa essere paroikìa, vicino alle case, in modo nuovo e antico insieme. Come chiede il passare dei tempi, la trasformazione della società, i ritmi diversi che scandiscono la quotidianità dei fedeli di oggi. La parrocchia si trasforma, mantenendo intatto, però, il suo nucleo centrale di comunità aperta a tutte le genti, di luogo dove ciascuno può imparare a pronunciare la fede.

È questa la linea sulla quale hanno lavorato i vescovi italiani durante la loro ultima assemblea generale tenutasi ad Assisi lo scorso novembre e intitolata appunto "La Parrocchia: Chiesa che vive tra le case degli uomini". I vescovi, e con essi 20 parroci, 12 esperti e diversi rappresentanti di religiosi, religiose, di istituti secolari e di aggregazioni laicali, hanno provato a disegnare l’immagine della parrocchia che verrà.

Lo hanno fatto senza nascondersi le difficoltà, dal calo delle vocazioni alla fatica di lavorare su un territorio sempre più rarefatto, dove i vincoli reali vengono meno e prevale invece l’anonimato e la mobilità.

Laici "ministri straordinari della comunione.
Laici "ministri straordinari della comunione

(foto Periodici San Paolo/E. Belluschi).

La riflessione, che la Chiesa ha avviato con gli orientamenti pastorali per il decennio e che è poi proseguita attraverso un questionario sulla parrocchia inviato a tutti i vescovi in primavera, ha ruotato attorno alla domanda che il cardinale Camillo Ruini aveva così sintetizzato nella prolusione tenuta al Consiglio permanente della Cei nello scorso settembre: «È in grado la parrocchia di accogliere e attuare quella grande svolta che va sotto il nome di conversione missionaria della nostra pastorale, o è invece destinata a rimanerne purtroppo sostanzialmente al di fuori, restando prigioniera di due tendenze, tra loro parzialmente contrastanti ma entrambe poco aperte alla missionarietà: quella di concepirsi come una comunità piuttosto autoreferenziale, nella quale ci si accontenta di trovarsi bene insieme, e quella di una "stazione di servizio" per l’amministrazione dei sacramenti, che continua a dare per scontata in coloro che li richiedono una fede spesso assente?».

La risposta positiva dell’assemblea dei vescovi a questa domanda parte da un’analisi molto severa. La Chiesa italiana considera ancora la "forma parrocchia" come costitutiva di sé stessa. Più che in altri Paesi del mondo questa realtà appare come uno specifico imprescindibile del contesto italiano. Tuttavia si registrano molti segni di crisi, di scarsa vitalità, di difficoltà a portare avanti persino il lavoro ordinario.

Ufficio parrocchiale.
Ufficio parrocchiale
(foto Periodici San Paolo/E. Belluschi).

La parrocchia, è stato detto spesso, dovrebbe essere il luogo per comporre la tensione tra culto e vita, ma nelle strutture di oggi questa composizione appare sempre più complessa. Don Franco Giulio Brambilla, della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, durante uno dei seminari di studio preparatori all’assemblea dei vescovi, aveva sottolineato che «la parrocchia può realizzare la saldatura tra fede cristiana e condizioni della vita civile quotidiana, ma occorre riprendere la prospettiva del Concilio e ricordare che la parrocchia è nata per realizzare la missione della Chiesa in rapporto alla vita quotidiana della gente. Bisogna interrogarsi su quale modello di parrocchia oggi bisogna lavorare per portare avanti questa istanza».

Una parrocchia più missionaria, allora, le cui forme sono ancora in divenire. «Nessuno sa precisamente quale sarà il volto delle parrocchie del futuro», precisa Luca Bressan, docente di Teologia pastorale. «Il motivo di questa impossibilità è semplice: questo volto sarà il frutto di una combinazione di variabili, e soprattutto di un incontro di molte libertà, così complesso da non permettere alcuna previsione lucida delle sue forme possibili. La parrocchia del domani sarà il risultato – come già è accaduto per quella di ieri e di oggi – di una continua e ininterrotta operazione "ecclesiogenetica", di una continua operazione di generazione della Chiesa là dove essa vive, dentro la cultura e la società che abita».

Un parroco difende la scuola del quartiere.
Un parroco difende la scuola del quartiere

(foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Eppure, nonostante questa impossibilità di delineare precisamente la struttura delle parrocchie di domani, qualche nuova forma è già in itinere. Si è parlato tanto, e in parte si stanno sperimentando, delle cosiddette Unità pastorali, «forme più elastiche di presenza della Chiesa sul territorio, che rispondano al frenetico mutamento della vita civile», precisa don Brambilla.

Le Unità Pastorali hanno assunto finora forme molto diverse: ci sono più parrocchie guidate da un solo parroco, oppure gestite da più sacerdoti che hanno una responsabilità comune; o ancora più parrocchie con un sacerdote e una comunità di religiose o di religiosi in servizio pastorale; più parrocchie con un solo vicario parrocchiale per la pastorale giovanile unitaria.

Oratorio con campo sportivo.
Oratorio con campo sportivo
(foto Periodici San Paolo/E. Belluschi).

L’urgenza dalla quale questa nuova forma di Chiesa parte è, senz’altro, quella della carenza di clero. «Non bisogna però fermarsi a questo dato», spiega don Brambilla. «Le Unità Pastorali mettono in luce il fatto che, già da diversi decenni, il rapporto della Chiesa con il territorio è cambiato, è in evoluzione e anche dentro l’attuale parrocchia molte cose non sono più come prima. Bisogna quindi uscire dalla situazione di urgenza e accorgersi che la questione non è posta solo o prevalentemente dalla contrazione numerica del clero, ma soprattutto da altri fattori. Il moltiplicarsi delle attività pastorali a raggio sovraparrocchiale, per esempio; l’emergere di nuove ministerialità; l’attenzione più diversificata ai momenti della società civile; l’intreccio dell’azione pastorale della comunità con altre forme di aggregazione ecclesiale, con i movimenti, le associazioni, il volontariato. Questi e altri fenomeni richiedono di rendere più elastica la modalità degli interventi pastorali. Senza tuttavia perdere il vincolo al territorio, che costituisce non solo una figura fondamentale della tradizione italiana, ma custodisce un valore essenziale dell’annuncio evangelico, cioè la sua apertura a tutti, così che esso non sia elitario, selettivo, ma effettivamente universale».

"Ricostruzione" di parrocchia.
"Ricostruzione" di parrocchia
(foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Il pericolo che, senza le parrocchie, si crei un cristianesimo di élite è stato messo in luce da più di un intervento. «La parrocchia è il segno storico dell’annuncio evangelico offerto a tutti e accolto dentro una comunità credente, è il luogo della fede comune, dell’esperienza cristiana ordinaria accessibile a tutti». La Chiesa italiana, dunque, nonostante i segni di crisi, non ha nessuna intenzione di "dismettere" la parrocchia. Si muove invece nella direzione di una pastorale "integrata" in cui la parrocchia esista collegata ad altre forme di presenza della Chiesa nel tessuto sociale e culturale. Tenendo conto sia della mobilità e labilità dei legami tra le persone, che delle esigenze di chi abita stabilmente il territorio.

D’altra parte, sottolineava monsignor Giuseppe Betori nei lavori preparatori all’assemblea, «se è vero che l’individuo oggi gode di una maggiore mobilità di vita, per cui sono necessarie azioni pastorali più trasversali rispetto al passato, non legate in modo così rigido a uno spazio fisico, è pure vero che la maggior parte delle persone vive ancora in una dimensione di prevalente "sedentarietà", resta legata per gran parte della sua vita a un luogo, a un paese, a una città. Per loro, un riferimento ecclesiale spazialmente vicino, visibile e duraturo nel tempo, è ancora assai rilevante».

"Ricostruzione" di parrocchia.
"Ricostruzione" di parrocchia
(foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Infine la parrocchia appare ancora come un punto di riferimento anche per i non praticanti, per i cosiddetti "riti di passaggio", per le nascite e le morti, ad esempio. E, pur avendo perso l’immagine data da Giovanni XXIII di «fontana del villaggio», è ancora considerata una porta a cui bussare nei momenti di necessità e di bisogno. «Non mi sento di svalutare neppure chi concepisce la parrocchia come agenzia distributrice di servizi», commenta don Franco Brambilla. «Anche qui è evidente una esigenza, una domanda che va intercettata e alla quale dobbiamo dare risposte pastorali, sia noi preti che i laici». Occorre allora interrogarsi sul calo delle vocazioni sacerdotali, ma anche sul calo delle vocazioni in genere. «Il discorso non è soltanto numerico», conclude don Brambilla. «Abbiamo bisogno di sacerdoti formati, ma anche di vocazioni laicali mature e in grado di integrarsi con le altre. Si tratta di un lavoro comune da fare anche in parrocchie che hanno abbondanza di sacerdoti. La sfida di una pastorale sinfonica è per tutti e tutti devono mettersi in movimento: facciamo oggi per scelta ciò che si dovrà fare domani per forza. La sorpresa potrebbe essere quella di veder nascere nuove forze ed energie, superando, lentamente ma definitivamente, l’immagine della parrocchia identificata con il parroco».

Annachiara Valle

 

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