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Il monachesimo cristiano nacque in Egitto nel III secolo, espandendosi poi con rapidità verso la Palestina, la Siria, la Cappadocia e Costantinopoli. 
In Occidente arrivò già nella prima metà del IV secolo. 
In Oriente è presto diventato il cuore della spiritualità e della stessa vita ecclesiale, al punto che i vescovi vengono scelti solo tra i monaci.

 

Dossier - I giardini dei folli di Cristo

Sussurri di vita DAL SILENZIO
di Pietro Pisarra
 

Sembrava immobile, come una reliquia sotto vetro. O una foto ingiallita dal tempo: barbe lunghe, paramenti dorati, icone e volute di incenso, fissati per sempre nella stessa posa da un lampo di magnesio, come nei clichés di un orientalista ottocentesco. Un mondo prigioniero del suo ritualismo. Asfittico. Chiuso alla modernità, impermeabile al vento della storia. E litigioso, come tutte le istituzioni al tramonto. Ma forse era solo un’impressione superficiale, un’illusione ottica. Perché sotto la campana di vetro del tradizionalismo o sotto gli strati della grande glaciazione comunista, il monachesimo ortodosso continuava a vivere, ad agitarsi, a tener desto lo spirito dei Padri e a cercare nuove vie.

Vedi il Monte Athos. Da più di mille anni, l’Aghion Oros, la Santa Montagna, è il giardino della Vergine, vietato a ogni altra presenza femminile. Una repubblica teocratica, sotto il protettorato della Grecia. Un minuscolo Stato di venti monasteri principali o laure e di numerose skite e kellía, comunità più piccole o eremitaggi sparsi in luoghi impervi, a strapiombo sul mare. Negli ultimi dodici anni, il numero dei monaci sull’Athos è aumentato di circa il cinquanta per cento: Greci, Russi, Serbi, Bulgari e Rumeni, erano 1.536 nel 1991; ora sono più di 2.300. Ma le statistiche non spiegano tutto. Per capire che cosa sta cambiando e perché l’Athos sia tornato a richiamare giovani da ogni parte del mondo ortodosso e della diaspora (dall’America o dall’Australia) è necessario percorrere i sentieri che collegano Kariès, la capitale, ai monasteri di Stavronikíta o di Ivíron, dove la vita monastica è stata rinnovata sotto l’impulso dell’igumeno Vassili. Parlare coi monaci di Símonos Petra, della Grande Lavra, di Filothéu. Assistere alla divina liturgia, dopo aver vinto le resistenze dei monaci, diffidenti verso i cristiani di altre confessioni. Contemplare i volti e le icone, volti che ormai sembrano icone, trasfigurati dalla grazia e dall’hesychia, la pace che nasce dalla preghiera del cuore, dalla ripetizione incessante della formula: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».

Dapprima resti sorpreso, quando vedi e senti pronunciare la stessa litania dai monaci che ti stanno di fronte e che ti sorridono: sembra un fatto meccanico, formale, vuoto. Poi capisci: sono novizi, alle prime armi, hanno bisogno di udire il suono della propria voce, di aggrapparsi a qualche certezza esteriore. Non è così per gli anziani che praticano la preghiera del cuore o per gli altri monaci dell’Athos. «Siamo come la terra che continuamente accoglie nelle sue viscere la rugiada celeste, la pioggia spirituale della nostra santa tradizione», scrive l’igumeno Vassili. E aggiunge che l’unicità del monachesimo ortodosso non può essere definita facilmente: «Appena i Padri stanno per esprimerla, appena dal mutismo la fanno emergere nella parola, il loro discorso parla con ossimori: dicono che l’essere fermi qui è movimento, che il silenzio diviene parola, la morte vita e il torto subìto ragione».

Forse tutta la condizione cristiana – e non solo il monachesimo orientale – è nel segno dell’ossimoro, di un’antinomia apparente tra realtà diverse: essere nel mondo, ma non del mondo, amanti della terra e in cammino verso la patria celeste. Ma sull’Athos l’ossimoro prende anche altre forme: ci sono i monaci che si confrontano, sia pur timidamente, con la modernità, che navigano su Internet, che curano siti web, che non rifiutano il dialogo con le altre confessioni; e ci sono gli "zeloti", gli integristi o i tradizionalisti che periodicamente innalzano le loro lugubri bandiere con la scritta: «Ortodossia o morte». Come a Esfigménu, dove un centinaio di "zeloti", asserragliati nella cittadella del monastero, rifiutano l’autorità del Patriarca ecumenico (sotto la cui giurisdizione è posto l’Athos), accusano di eresia chiunque non la pensi come loro e turbano la pace della Santa Montagna.

Preghiera nel monastero di Kovilj, costruito nel 1421.
Preghiera nel monastero di Kovilj, costruito nel 1421
(foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Si possono liquidare come folklore e colore questi eccessi di fanatismo. Eppure, nonostante il folklore e il colore, nonostante gli irrigidimenti, le chiusure, gli anatemi scagliati contro gli altri cristiani, l’Athos è rimasto il giardino della Vergine, riserva spirituale, luogo di ascesi e di pace. Una repubblica della fede cara a tutti i cristiani di Oriente.

Qui il rinnovamento è cominciato con la riscoperta del cenobitismo in tutti i monasteri e con l’abbandono progressivo dell’idiorritmia (da ídios, individuale, privato, e rithmós, cadenza, ritmo), ancora molto diffusa vent’anni fa. I monaci che praticavano questa forma di vita erano liberi di organizzare le proprie giornate e di provvedere alla propria sussistenza, ritrovandosi comunitariamente solo per la celebrazione della divina liturgia. E alcuni ne approfittavano per accumulare una piccola fortuna, mentre altri vivevano in condizioni di povertà estrema.

Il giardino della Vergine non poteva tollerare simili ingiustizie paleocapitalistiche. Era necessario voltare pagina. Era necessario riscoprire la gratuità della condizione monastica. «Il monaco sa di non essere "produttivo"», ha scritto l’igumeno Vassili (in Voci dal Monte Athos, Servitium, 1994). «Ha imparato dalla nostra tradizione che esiste un’inattività che si trova al di sopra di ogni attività. Il monaco non fa assolutamente "nulla", misurato con criteri mondani. E con questo "nulla" risuscita nuovi mondi».

L'ingresso dell'edificio.
L’ingresso dell’edificio
(foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

E fuori dall’Athos, al di là della Santa Montagna? Cosa sta cambiando nei monasteri della Grecia, del Kosovo, della Russia o nei Paesi della diaspora? Quali sono i semi e i segni del rinnovamento? Quali gli indizi e le spie? Se si vuol capire dove va la Chiesa ortodossa – come sempre, nella sua storia, sballottata dalle opposte esigenze del tradizionalismo e dell’apertura al nuovo, della vocazione all’universalità e dei particolarismi etnici, del polveroso ritualismo e della ricerca di nuove forme di testimonianza – bisogna scrutare la mappa del monachesimo, entrare nelle chiese o negli atelier degli iconografi, dialogare con i giovani teologi e i maestri di spiritualità formatisi nelle scuole di teologia della diaspora, all’Institut Saint-Serge di Parigi o al St. Vladimir’s Theological Seminary di New York.

Nei momenti decisivi, quando la storia – come scriveva il poeta Iosif Brodskij a proposito di Bisanzio – somiglia a un semaforo sballato, con tutte le tre luci accese contemporaneamente, i monasteri sono un passaggio, un crocevia inevitabile, luoghi in cui si elabora il nuovo. «I monaci sono la forza e le fondamenta della Chiesa», diceva Teodoro Studita, difensore delle icone durante la controversia iconoclasta e riformatore del monachesimo orientale (759-826). E che cosa sarebbe l’Ortodossia senza i suoi monasteri, senza le comunità che perpetuano la tradizione di Pacomio e di Basilio? Che cosa sarebbe, senza gli uomini e le donne che hanno scelto la «vita angelica», il nascondimento in un eremo, senza i santi, gli asceti, i folli in Cristo, senza gli starcy, i padri spirituali della tradizione russa?

Secondo il vescovo Kallistos Ware, la storia della Chiesa ortodossa nel XX secolo è stata segnata da tre parole-chiave: martyria, diaspora, hesychia, la testimonianza che può condurre al martirio, la dispersione al di là dei confini storici dell’Ortodossia e la rinascita spirituale nel solco della tradizione filocalica (da «Filocalia», amore della bellezza, titolo della famosa raccolta di testi di ascetica e mistica pubblicata a Venezia, nel 1782, da Nicodemo l’Agiorita).

Un battesimo nella chiesa di Sopocani, monastero serbo vicino Novi Pazar, che l'Unesco ha dichiarato "patrimonio dell'umanità".
Un battesimo nella chiesa di Sopocani, monastero serbo
vicino Novi Pazar, che l’Unesco ha dichiarato "patrimonio
dell’umanità" (foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

E ora? Qual è la testimonianza del monachesimo ortodosso? «Il senso della nostra vocazione oggi non è cambiato rispetto al monachesimo delle origini: è la ricerca di Dio, una ricerca personale, nella relazione privilegiata con il Cristo», dice padre Simeone, superiore del monastero di San Silvano l’Athonita nel centro della Francia, non lontano da Le Mans. «Questa ricerca ci fa incontrare la persona del Cristo, lasciandoci illuminare dalla sua bellezza e dalla sua luce». Come altri monaci, anche Vassili dell’Athos insiste sull’importanza della bellezza: «Il monaco è filocalico con la sua ascesi. È creatore di bellezza: un artista. E non lavora semplicemente colori, suoni o parole, ma lavora se stesso, nella sua totalità. Plasma il suo essere. Cerca di darsi interamente a Dio perché sia questi a plasmarlo». Rendere testimonianza della Bellezza: è questo il "genio" specifico del monachesimo ortodosso, la sua funzione vitale?

A giudicare dai tesori della vita liturgica o dal lavoro di tanti monaci iconografi sembrerebbe di sì. Certamente, questo è il lato più affascinante della medaglia o, se si vuole, dell’ossimoro di cui è fatta la vita monastica: più affascinante dell’altro che pure di tanto in tanto affiora e cioè la tentazione della chiusura e del ripiegamento su sé stessi.

Pietro Pisarra

Segue: La "novità" di Lepanto

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