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Monsignor B. Citterio

Testimone ambrosiano
di Francesco Anfossi
       

   Jesus n. 12 dicembre 2002 - Home Page A 13 anni assisté alla morte del cardinale Ferrari. Poi, da prete e vescovo ausiliare, è stato accanto a tutti i cardinali di Milano. Monsignor Bernardo Citterio, scomparso lo scorso 13 novembre, è stato un cronista d’eccezione della diocesi ambrosiana.

Il suo libro si intitola I miei sette cardinali, ma avrebbe avuto bisogno di una riedizione. Perché con l’arrivo a Milano del cardinale Dionigi Tettamanzi gli arcivescovi ambrosiani che hanno scandito la sua vita sono diventati otto. Il passato di monsignor Bernardo Citterio, vescovo ausiliare di Milano, è infatti una lunga cavalcata nella storia della diocesi. Merito delle sue novantaquattro primavere (nacque a Valmadrera, in provincia di Lecco, l’11 giugno 1908). Citterio aveva l’aspetto di un folletto, magrissimo e ossuto, lo sguardo scuro e pungente, capace di improvvisi lampi. Era della generazione del calamaio, delle lettere curiali vergate a mano con sigilli e svolazzi, ma da quando i nipoti gli avevano regalato un computer ha sempre scritto in Word, aprendo le e-mail e navigando in Internet, lamentandosi solo che il Pc fosse lento ad accendersi.

Monsignor Bernardo Citterio, che ha visto passare 8 arcivescovi a Milano.
Monsignor Bernardo Citterio, che ha visto passare 8 arcivescovi a Milano.

E poi la memoria. Da elefante. Del suo primo arcivescovo di Milano, il cardinale Andrea Ferrari, ha sempre avuto un ricordo fotografico, così vivido, legato a quel letto di ferro di fronte al quale lo fecero camminare da ragazzo tredicenne, insieme con altri quattro chierichetti: «Si sfilava in silenzio assoluto, pregando davanti a quel santo morente, sostenuto da una pila di cuscini, come si passasse davanti a un altare. L’infermo moveva la mano come per tracciare un segno di croce».

Ho ancora negli occhi l’incontro nel suo appartamento milanese, qualche mese prima della sua morte, alle spalle di Santa Maria Segreta. Monsignor Citterio pescava da una scatola le foto della sua lunga vita. Da una delle finestre dello studio si intravvedeva Santa Maria delle Grazie, la chiesa del Cenacolo leonardesco. Era appena tornato da una casa di riposo del Varesotto, a Malnate, in visita a uno dei suoi alunni di quando era rettore al seminario di Masnago, da lui stesso aperto nel ’41.

Questo vescovo dall’età venerabile, irrequieto come un chierichetto, è stato soprattutto il simbolo del sacerdote ambrosiano, avendone allevate, come rettore di vari seminari, fino a quello maggiore, quattro generazioni. Moltissimi se lo ricordano dietro la cattedra di professore di greco («Il rettore, monsignor Dotta, mi faceva cambiare i voti perché diceva che il greco non era importante. Quanti 5 sono diventati 6 per forza!»).

Mi ha sempre colpito la figura del prete ambrosiano, il suo disincanto, la sua laboriosità, quel suo senso pratico e mistico allo stesso tempo, quell’apparente disincanto che spesso sfocia nell’ironia. Anche monsignor Citterio i preti ambrosiani li definì «gran faccendieri, esseri tutto fare immersi nella concretezza della vita e della gente». Più che il sale, il pepe della terra: «Tipico di lui è quel farsi carico dei problemi, il "casciàs" milanese». Sempre impegnati, ma sempre disponibili.

1894-1921 Il cardinale Andrea Ferrari.
1894-1921: Il cardinale Andrea Ferrari.

Il prete ambrosiano, per Citterio, era un ribelle, dotato di «quella libertà di fronte ai superiori che non è critica o mormorazione, ma un modo di collaborare nel rispetto sincero verso tutti». Ma anche un uomo contemplativo, con i piedi per terra e lo sguardo rivolto verso il cielo, che la sera, in canonica, si piega sui volumi dei padri della Chiesa, mentre magari dà un’occhiata al telegiornale. «In casa loro, nella loro libreria», mi raccontò monsignor Citterio, «ci trovi sicuramente la Bibbia, alcuni degli innumerevoli volumi di Martini. Quando vado da loro vedo sempre con molta gioia che posseggono molti saggi di Ravasi. Moltissimi hanno le opere complete di sant’Agostino. Questo mi ha sempre colpito moltissimo».

E a me viene in mente il compianto don Isodoro Meschi, che la mattina tirava su muri con cazzuola e cemento per costruire una comunità terapeutica e a notte fonda pregava, studiava e commentava Dio è un rischio di Prezzolini. O il mio ex parroco don Giovanni Mariano, prete-giornalista raffinatissimo che la notte, dopo una giornata di battesimi, funerali, scuola della Parola, consiglio pastorale e altre incombenze, finalmente si rilassava redigendo un giornale intero.

1929-1954 Il cardinal Ildefonso Schuster (sotto, foto FARABOLA).
1929-1954: Il cardinal Ildefonso Schuster ( foto FARABOLA).

A questo pensavo mentre monsignor Citterio, nel suo appartamento, infiorettava uno dietro l’altro i suoi ricordi personali, da prete novello a rettore maggiore e vescovo ausiliare. Avevamo provato a fare un gioco intellettuale, a dare un aggettivo o un nome per ciascuno dei suoi cardinali. «Ferrari è la personificazione del pastore». Il brianzolo Ratti, il futuro Pio XI, il Papa del primo Concordato, è invece «il simbolo dell’autorità». Fu il cardinale che lo ordinò sacerdote, il 30 maggio 1931, nel colmo del periodo fascista. «Alle 9 già entravamo nel cortile dell’Arcivescovado, gremito di prevosti della città che, turbati, spaventati, ansiosi, mettevano al corrente l’arcivescovo: nelle rispettive parrocchie quel mattino erano state assalite le sedi dell’Azione cattolica, bruciate le bandiere, cercati in casa i presidenti di Ac e della Giac. I membri più rappresentativi erano stati malmenati, bastonati, obbligati a trangugiare olio di ricino. Il cardinale, sorpreso e sconvolto, era corso a telefonare al Duce: fu impossibile comunicare. Poi si rivolse a noi, preti freschi freschi, e ci disse: "Cari preti novelli, può darsi che il vostro arcivescovo vi abbia ordinato per il martirio"».

Dopo Ratti, che fu arcivescovo per pochi mesi, arrivò il bustese Eugenio Tosi. «Tosi è la bontà. Quanto ha sofferto!». Quegli anni nei ricordi di monsignor Citterio erano legati al suo primo anno di teologia nel seminario di corso Venezia, uno dei simboli della diocesi. Rimase ancorato per sempre alla sua vita: ne diverrà, infatti, rettore, dopo la nomina a cardinale di Colombo. Citterio ricorda la vita spartana di quei giorni. Gli enormi saloni per lo studio. Le camerate gelide, al piano superiore dello splendido quadriportico: «Erano locali lunghi e larghi, alti cinque metri, con soffittature a liste di legno spesso contratte o consumate da cui si intravvedeva il tetto e anche il cielo».

1954-1963: Monsignor Citterio con Giovanni Battista Montini, già Papa.
1954-1963: Monsignor Citterio con Giovanni Battista Montini, già Papa.
I due si conoscevano fin dagli anni in cui Montini era arcivescovo
della diocesi ambrosiana (foto
FELICI).

Dopo Tosi, da Roma, da San Paolo fuori le Mura, arrivò Schuster. «Era la preghiera, la spiritualità. Mistico, ascetico. Ha firmato una sola cambiale. Sbagliandola. Schuster attraversò gli anni tragici della guerra. Rivedo l’arcivescovo sulle passerelle gettate sulle voragini aperte dalle bombe o muoversi tra le pozzanghere e sui viali ridotti a letto di torrente: confortava e benediceva col volto segnato da lacrime». Fu proprio Schuster a nominarlo rettore del piccolo seminario di Masnago. «Mi disse: ricordati che i peschi fanno le pesche, i meli fanno le mele e i preti fanno i preti. Dovete dare l’esempio».

Per la storia, Schuster è il cardinale che convocò i capi della Resistenza in Arcivescovado, per trattare una resa onorevole per Mussolini. «Quel giorno il cardinale propose al Duce di pernottare in Arcivescovado. Mussolini obiettò che aveva un incontro in prefettura, in corso Monforte. "Allora ritorni qui", gli disse Schuster. Ma Mussolini cambiò idea e prese la strada verso Dongo, verso la morte. Ricordo di aver parlato con il cameriere del cardinale, che aveva preparato il letto per il Duce. Il religioso Romani, che era stato autista dell’arcivescovo e più tardi divenne mio autista, mi raccontò di aver portato sul comodino, per ordine dell’arcivescovo, una bottiglia di rosolio preparato dalle suore del Sacromonte. Io lo chiamo il fioretto di Schuster». Il destino ha voluto che Citterio fosse testimone della sua morte, nel seminario di Venegono.

Monsignor Citterio continuava a frugare tra le foto dell’album personale: «Com’ero giovane nel ’63!». A quel tempo aveva 55 anni. Poi venne Montini. «Montini era un uomo pensoso e profondo. Scavava in profondità». Alla figura di Montini Citterio associa quella dell’allora vicario generale Giuseppe Schiavini, gallaratese. «Noi dicevamo scherzando che per Montini tutto diventa un problema. Per superarlo entrava in campo Schiavini, per il quale tutto si risolveva. Montini amava il lavoro serale. La prima sera in cui Schiavini divenne vicario generale, lo chiamò alle otto. La seconda alle nove. La terza alle dieci. La quarta Schiavini gli dice: "Eminenza, mia sorella è due ore che ha preparato la cena, qui bisogna che ci organizziamo". Per Montini quella era l’ora in cui poteva leggere e studiare. Era il contrario di Schuster, che si alzava alle 3.30 del mattino».

1963-1979: Un altro cardinale di Milano di questo secolo, Giovanni Colombo, nella foto in preghiera insieme all’allora katholikós della Chiesa apostolica armena, Vasken.
1963-1979: Un altro cardinale di Milano di questo secolo,
Giovanni Colombo, nella foto in preghiera insieme all’allora
katholikós
della Chiesa apostolica armena,  Vasken (foto
FARABOLA).

Un aggettivo per Colombo? «L’ambrosiano, anzi, l’ambrosianissimo». Letterato finissimo, fu il cardinale che dovette attraversare la difficile stagione degli Anni di piombo. E Martini? «Martini è la Parola. È il biblico». Ma tutti in fondo sono legati da un filo rosso porpora. «Riflettono lo stile ambrosiano, concreto e contemplativo. O hanno dovuto adattarvisi». E così anche Carlo Maria Martini, il gesuita strappato ai chiostri e alle biblioteche, che il giorno visitava le parrocchie e la sera si chinava sulle Sacre Scritture. È stato così per Montini, per Schuster. Sarà così per il cardinale Tettamanzi, il teologo che ha il vantaggio, essendovi nato e avendo vissuto in questa terra i suoi anni giovanili, di conoscere profondamente la diocesi più importante del mondo, con le sue 1.108 parrocchie.

L’ultimo ricordo è dedicato ancora a Martini. «La prima cosa che dissi al cardinale, quando lo vidi fu: Eminenza, nelle sue visite pastorali troverà che i preti borbottano, borbottano spesso, perché non c’è sufficiente contatto, data anche la vastità della diocesi. Ma si ricordi che quel borbottare è un modo tutto milanese di dimostrare la sua devozione all’arcivescovo». Forse ha ripetuto il concetto al nuovo arcivescovo ambrosiano, Dionigi Tettamanzi. Che probabilmente, da brianzolo doc, conosceva già l’antifona.

Francesco Anfossi
  

La diocesi di Milano esiste dall’inizio del III secolo, epoca cui risale il primo vescovo ricordato dalla storia, sant’Anatalo. Attualmente l’arcidiocesi ambrosiana si estende su oltre 4 mila chilometri quadrati, per complessivi 5 milioni di abitanti, in grandissima parte (4 milioni e 800 mila) fedeli della Chiesa cattolica. Le parrocchie sono più di 1.100, i sacerdoti diocesani quasi 2.200.

Il cardinale Dionigi Tettamanzi, nominato l’11 luglio scorso, è il 142° successore di Anatalo. Dalla fine del XIX secolo, hanno preceduto Tettamanzi i cardinali: Andrea Ferrari (1894-1921); Achille Ratti (1921-1922), futuro Pio XI; Eugenio Tosi (1922-1929); Ildefonso Schuster (1929-1954); Giovanni Battista Montini (1954-1963), futuro Paolo VI; Giovanni Colombo (1963-1979); Carlo Maria Martini (1979-2002).

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