E poi la memoria. Da elefante. Del suo primo
arcivescovo di Milano, il cardinale Andrea Ferrari, ha sempre avuto un
ricordo fotografico, così vivido, legato a quel letto di ferro di
fronte al quale lo fecero camminare da ragazzo tredicenne, insieme con
altri quattro chierichetti: «Si sfilava in silenzio assoluto,
pregando davanti a quel santo morente, sostenuto da una pila di cuscini,
come si passasse davanti a un altare. L’infermo moveva la mano come
per tracciare un segno di croce».
Ho ancora negli occhi l’incontro nel suo
appartamento milanese, qualche mese prima della sua morte, alle spalle
di Santa Maria Segreta. Monsignor Citterio pescava da una scatola le
foto della sua lunga vita. Da una delle finestre dello studio si
intravvedeva Santa Maria delle Grazie, la chiesa del Cenacolo
leonardesco. Era appena tornato da una casa di riposo del Varesotto, a
Malnate, in visita a uno dei suoi alunni di quando era rettore al
seminario di Masnago, da lui stesso aperto nel ’41.
Questo vescovo dall’età venerabile, irrequieto come
un chierichetto, è stato soprattutto il simbolo del sacerdote
ambrosiano, avendone allevate, come rettore di vari seminari, fino a
quello maggiore, quattro generazioni. Moltissimi se lo ricordano dietro
la cattedra di professore di greco («Il rettore, monsignor Dotta,
mi faceva cambiare i voti perché diceva che il greco non era
importante. Quanti 5 sono diventati 6 per forza!»).
Mi ha sempre colpito la figura del prete ambrosiano,
il suo disincanto, la sua laboriosità, quel suo senso pratico e mistico
allo stesso tempo, quell’apparente disincanto che spesso sfocia nell’ironia.
Anche monsignor Citterio i preti ambrosiani li definì «gran
faccendieri, esseri tutto fare immersi nella concretezza della vita e
della gente». Più che il sale, il pepe della terra: «Tipico di lui è quel farsi carico dei problemi, il "casciàs"
milanese». Sempre impegnati, ma sempre disponibili.

1894-1921: Il cardinale Andrea Ferrari.
Il prete ambrosiano, per
Citterio, era un ribelle, dotato di «quella libertà di fronte ai
superiori che non è critica o mormorazione, ma un modo di collaborare
nel rispetto sincero verso tutti». Ma anche un uomo
contemplativo, con i piedi per terra e lo sguardo rivolto verso il
cielo, che la sera, in canonica, si piega sui volumi dei padri della
Chiesa, mentre magari dà un’occhiata al telegiornale. «In casa
loro, nella loro libreria», mi raccontò monsignor Citterio, «ci trovi sicuramente la Bibbia, alcuni degli innumerevoli volumi
di Martini. Quando vado da loro vedo sempre con molta gioia che
posseggono molti saggi di Ravasi. Moltissimi hanno le opere complete di
sant’Agostino. Questo mi ha sempre colpito moltissimo».
E a me viene in mente il compianto don Isodoro Meschi,
che la mattina tirava su muri con cazzuola e cemento per costruire una
comunità terapeutica e a notte fonda pregava, studiava e commentava Dio
è un rischio di Prezzolini. O il mio ex parroco don Giovanni
Mariano, prete-giornalista raffinatissimo che la notte, dopo una
giornata di battesimi, funerali, scuola della Parola, consiglio
pastorale e altre incombenze, finalmente si rilassava redigendo un
giornale intero.

1929-1954: Il cardinal Ildefonso Schuster
( foto FARABOLA).
A questo pensavo mentre
monsignor Citterio, nel suo appartamento, infiorettava uno dietro l’altro
i suoi ricordi personali, da prete novello a rettore maggiore e vescovo
ausiliare. Avevamo provato a fare un gioco intellettuale, a dare un
aggettivo o un nome per ciascuno dei suoi cardinali. «Ferrari è
la personificazione del pastore». Il brianzolo Ratti, il futuro
Pio XI, il Papa del primo Concordato, è invece «il simbolo dell’autorità».
Fu il cardinale che lo ordinò sacerdote, il 30 maggio 1931, nel colmo
del periodo fascista. «Alle 9 già entravamo nel cortile dell’Arcivescovado,
gremito di prevosti della città che, turbati, spaventati, ansiosi,
mettevano al corrente l’arcivescovo: nelle rispettive parrocchie quel
mattino erano state assalite le sedi dell’Azione cattolica, bruciate
le bandiere, cercati in casa i presidenti di Ac e della Giac. I membri
più rappresentativi erano stati malmenati, bastonati, obbligati a
trangugiare olio di ricino. Il cardinale, sorpreso e sconvolto, era
corso a telefonare al Duce: fu impossibile comunicare. Poi si rivolse a
noi, preti freschi freschi, e ci disse: "Cari preti novelli, può
darsi che il vostro arcivescovo vi abbia ordinato per il
martirio"».
Dopo Ratti, che fu arcivescovo per pochi mesi, arrivò
il bustese Eugenio Tosi. «Tosi è la bontà. Quanto ha
sofferto!». Quegli anni nei ricordi di monsignor Citterio erano
legati al suo primo anno di teologia nel seminario di corso Venezia, uno
dei simboli della diocesi. Rimase ancorato per sempre alla sua vita: ne
diverrà, infatti, rettore, dopo la nomina a cardinale di Colombo.
Citterio ricorda la vita spartana di quei giorni. Gli enormi saloni per
lo studio. Le camerate gelide, al piano superiore dello splendido
quadriportico: «Erano locali lunghi e larghi, alti cinque metri,
con soffittature a liste di legno spesso contratte o consumate da cui si
intravvedeva il tetto e anche il cielo».

1954-1963:
Monsignor Citterio con Giovanni Battista Montini, già Papa.
I due si
conoscevano fin dagli anni in cui Montini era arcivescovo
della diocesi
ambrosiana (foto FELICI).
Dopo Tosi, da Roma, da San Paolo
fuori le Mura, arrivò Schuster. «Era la preghiera, la
spiritualità. Mistico, ascetico. Ha firmato una sola cambiale.
Sbagliandola. Schuster attraversò gli anni tragici della guerra. Rivedo
l’arcivescovo sulle passerelle gettate sulle voragini aperte dalle
bombe o muoversi tra le pozzanghere e sui viali ridotti a letto di
torrente: confortava e benediceva col volto segnato da lacrime».
Fu proprio Schuster a nominarlo rettore del piccolo seminario di Masnago.
«Mi disse: ricordati che i peschi fanno le pesche, i meli fanno
le mele e i preti fanno i preti. Dovete dare l’esempio».
Per la storia, Schuster è il cardinale che convocò i
capi della Resistenza in Arcivescovado, per trattare una resa onorevole
per Mussolini. «Quel giorno il cardinale propose al Duce di
pernottare in Arcivescovado. Mussolini obiettò che aveva un incontro in
prefettura, in corso Monforte. "Allora ritorni qui", gli disse
Schuster. Ma Mussolini cambiò idea e prese la strada verso Dongo, verso
la morte. Ricordo di aver parlato con il cameriere del cardinale, che
aveva preparato il letto per il Duce. Il religioso Romani, che era stato
autista dell’arcivescovo e più tardi divenne mio autista, mi
raccontò di aver portato sul comodino, per ordine dell’arcivescovo,
una bottiglia di rosolio preparato dalle suore del Sacromonte. Io lo
chiamo il fioretto di Schuster». Il destino ha voluto che
Citterio fosse testimone della sua morte, nel seminario di Venegono.
Monsignor Citterio continuava a frugare tra le foto
dell’album personale: «Com’ero giovane nel ’63!». A
quel tempo aveva 55 anni. Poi venne Montini. «Montini era un uomo
pensoso e profondo. Scavava in profondità». Alla figura di
Montini Citterio associa quella dell’allora vicario generale Giuseppe
Schiavini, gallaratese. «Noi dicevamo scherzando che per Montini
tutto diventa un problema. Per superarlo entrava in campo Schiavini, per
il quale tutto si risolveva. Montini amava il lavoro serale. La prima
sera in cui Schiavini divenne vicario generale, lo chiamò alle otto. La
seconda alle nove. La terza alle dieci. La quarta Schiavini gli dice:
"Eminenza, mia sorella è due ore che ha preparato la cena, qui
bisogna che ci organizziamo". Per Montini quella era l’ora in cui
poteva leggere e studiare. Era il contrario di Schuster, che si alzava
alle 3.30 del mattino».

1963-1979: Un altro cardinale di Milano di questo secolo,
Giovanni Colombo, nella foto in preghiera insieme all’allora katholikós
della Chiesa apostolica armena, Vasken (foto FARABOLA).
Un aggettivo per Colombo? «L’ambrosiano, anzi, l’ambrosianissimo». Letterato
finissimo, fu il cardinale che dovette attraversare la difficile
stagione degli Anni di piombo. E Martini? «Martini è la Parola.
È il biblico». Ma tutti in fondo sono legati da un filo rosso
porpora. «Riflettono lo stile ambrosiano, concreto e
contemplativo. O hanno dovuto adattarvisi». E così anche Carlo
Maria Martini, il gesuita strappato ai chiostri e alle biblioteche, che
il giorno visitava le parrocchie e la sera si chinava sulle Sacre
Scritture. È stato così per Montini, per Schuster. Sarà così per il
cardinale Tettamanzi, il teologo che ha il vantaggio, essendovi nato e
avendo vissuto in questa terra i suoi anni giovanili, di conoscere
profondamente la diocesi più importante del mondo, con le sue 1.108
parrocchie.
L’ultimo ricordo è dedicato ancora a Martini. «La prima cosa che dissi al cardinale, quando lo vidi fu:
Eminenza, nelle sue visite pastorali troverà che i preti borbottano,
borbottano spesso, perché non c’è sufficiente contatto, data anche
la vastità della diocesi. Ma si ricordi che quel borbottare è un modo
tutto milanese di dimostrare la sua devozione all’arcivescovo».
Forse ha ripetuto il concetto al nuovo arcivescovo ambrosiano, Dionigi
Tettamanzi. Che probabilmente, da brianzolo doc, conosceva già l’antifona.
Francesco Anfossi