Mandato "in esilio" nella
arcidiocesi ambrosiana, il futuro Paolo VI si pone umilmente a imparare
l’arte di essere pastore: nell’amicizia con le persone, nell’ascolto
dei lontani, nel confronto con chi lo critica o lo spinge a "osare
di più". Giovanni XXIII gli aprirà gli occhi definitivamente,
convocando il Concilio che aprì la Chiesa al vento dello Spirito.
Tutti riconoscono che il
pontificato di Paolo VI, indissolubilmente legato al Concilio Vaticano
II, costituisce una pagina di particolare rilievo nella storia della
Chiesa contemporanea. Ma tutta la vita di Giovanni Battista Montini
riveste un grande interesse per gli storici perché egli ha
attraversato, segnandole con la sua presenza originale e incisiva,
diverse fasi della storia civile e religiosa del Novecento. Da studente
e giovane sacerdote creò, si può dire, una scuola per la formazione
religiosa e intellettuale della miglior gioventù cattolica; come
collaboratore di Pio XI e Pio XII contribuì alla graduale apertura
della Chiesa ai valori del mondo moderno sostenendo discretamente i
laici cattolici impegnati nella resistenza al nazifascismo e poi nella
ricostruzione dell’Italia e dell’Europa libera e democratica.
E poi ci sono gli anni dell’episcopato milanese che,
come si usa dire, lo prepararono al pontificato. Fu quella, dal 1955 al
1963, effettivamente una esperienza straordinaria, come piuttosto fuor
dal comune era la figura di Montini.

Paolo VI durante un’udienza
nell’aula vaticana
che oggi porta il suo nome (foto G.
CORTINI).
Strettissimo collaboratore di Pacelli, Montini si
ritrovò a Milano circondato dalla fama di esservi stato mandato per
punizione. In effetti egli non condivideva l’intransigenza e l’integralismo
del Papa e della Curia e tutta la sua presenza nei palazzi vaticani,
durata trent’anni, fu un continuo, drammatico sforzo per contenere
rigidità dottrinali, autoritarismi, tentazioni temporaliste, nostalgie
di crociata…
Se si leggono gli appunti personali, le lettere di
quel periodo, e li si confronta con le poche parole ufficiali
pronunciate o scritte si resta sorpresi dalla distanza e quasi dalla
duplicità di linguaggio e di contenuti. Del resto ora si sa bene che
egli era contrario al Concordato, era avverso al fascismo e al geddismo,
amava la teologia francese, cercava il dialogo coi lontani; ma era
prudentissimo nell’esprimersi preferendo operare in modo riservato. E,
fino agli ultimi anni della sua vita, tuttavia fu continuamente accusato
(e non solo da pochi tradizionalisti, ma da larghi settori della
gerarchia e del cattolicesimo integralista) di esser modernista, di
avere una visione intellettualistica e non devozionale della fede, di
essere amico dei comunisti, di indebolire la struttura gerarchica e
autoritaria della Chiesa…

Montini alla nunziatura di
Varsavia nel 1923.
Gli anni dell’episcopato
milanese sono estremamente importanti per capire Montini. Per conoscere
questi nove anni così importanti e delicati ci si può avvalere di
molti studi, articoli e volumi, come ad esempio quello scritto da
Antonio Airò, che ricostruisce la grande Missione che Montini volle
promuovere a Milano già nel 1957 (Venite e ascoltate!, edito dal
Centro Ambrosiano, pp. 196, 13,43 euro). Ma, naturalmente, i materiali
più interessanti sono quelli che pubblica via via l’Istituto Paolo
VI, il centro internazionale di studi e documentazione che ha sede nella
sua città natale, Brescia.
Già nel 1998 erano apparsi tre ponderosi volumi (6
mila fittissime pagine!) in cui erano stati raccolti da una qualificata
équipe di studiosi, sotto la direzione di Xenio Toscani, G.E. Manzoni e
Renato Papetti, tutti i "testi" dell’Arcivescovo: Discorsi
e scritti milanesi (1954-1963). Da alcuni mesi è disponibile un
ulteriore strumento assai prezioso, la Cronologia dell’episcopato
di Giovanni Battista Montini a Milano, 1955-1963, curato da Giselda
Adornato, che già aveva prestato una qualificata collaborazione all’opera
precedente e che ora presenta uno strumento originale e prezioso, sempre
curato dall’Istituto bresciano e presentato in splendida veste
editoriale.
L’opera consta di oltre 1.150 pagine ed è
arricchita da interessanti fotografie e un cd-rom che rende facile la
consultazione delle numerosissime informazioni. Se l’opera precedente
offriva i testi scritti o pronunciati da Montini a Milano, questa
presenta l’elenco di tutto quello che egli ha "fatto":
viaggi, visite pastorali, udienze, incontri e colloqui. L’impostazione
del lavoro è veramente scientifica, con una precisa recensione delle
fonti utilizzate (fra le quali molte riservate, a cominciare dall’agenda
personale di Montini) e un ampio apparato di note che consente di
collocare nel contesto storico i vari avvenimenti e i vari incontri.

Due futuri Papi sullo stesso
treno. L’immagine è del 1938:
il cardinale Eugenio Pacelli (a sinistra), futuro Pio XII,
e monsignor Montini (a destra), entrambi della Segreteria di Stato
vaticana
partono da Roma diretti al Congresso eucaristico di Budapest (foto
FARABOLA).
A qualcuno verrà forse una
curiosità: ma, insomma, i discorsi milanesi sono indicati come
1954-1963, mentre la cronologia dice 1955-1963. Chi ha ragione? In
realtà Montini fu eletto arcivescovo il 1° novembre 1954, consacrato
il 12 dicembre ed entrò in diocesi il 6 gennaio 1955. Dunque esistono
scritti e discorsi di "Montini arcivescovo" già del 1954, ma
gesti compiuti nella archidiocesi solo dal 1955.
Lo strumento curato da Giselda Adornato offre la
ricostruzione accurata, completa, annotata di ogni giorno trascorso dall’arcivescovo
Montini nel suo servizio pastorale durato otto anni e mezzo. Strumento
certo irrinunciabile per ogni studioso, ma anche la semplice lettura da
parte di persona attenta e curiosa offre gran messe di informazioni e di
riflessioni.
Non ci soffermeremo qui sui molteplici e rigorosi
criteri scelti dalla Adornato per discernere e valutare le fonti e
presentarne le difformità relative. Talvolta, lungi dal costituire un
problema, infatti, esse costituiscono un segno di scelte significative.
Il fatto che un’udienza fosse segnata sull’agenda personale ma non
sulla tabella ufficiale rivela il carattere personale, e talora
riservato, dell’incontro. Chi scrive questa nota, ad esempio, si
trovò varie volte ad esser ricevuto da Montini ormai Papa e a decidere
assieme a Lui che l’udienza non andasse segnalata sull’Osservatore
Romano né altrove. Altre volte una semplice riga dice molto, come
quella semplice del 28 gennaio 1959 dove in un elenco di persone
ricevute è segnato: «don Primo Mazzolari».

Montini, all’epoca in cui è
arcivescovo di Milano, benedice una campana.
Fu quella volta l’epilogo di
una storia difficile. Mazzolari per decisione vaticana non poteva uscire
dalla sua diocesi (salvo l’invito che Montini gli aveva fatto per la
Missione del ’57) né più scrivere sul suo giornale Adesso. Di
fatto ciò invece era avvenuto, e i vescovi lombardi volevano
comminargli una pubblica sanzione. Montini, che voleva bene a Mazzolari
anche se non ne condivideva sempre lo stile e i toni, ottenne di
parlargli direttamente e l’incontro, segnato anche nelle carte di don
Primo, avvenne proprio quel giorno. Montini non fu per nulla severo:
anzi accolse con sollievo la notizia che Mazzolari nei giorni successivi
sarebbe andato a Roma, in udienza da Papa Giovanni. Fu quella l’occasione
in cui Roncalli accolse affettuosamente il vecchio parroco di Bozzolo,
ormai vicino alla morte, chiamandolo «tromba dello Spirito Santo nella
bassa cremonese…».
Tra mille altre cose si scopre dagli archivi che
Montini organizzò una specie di viaggio segreto in Irlanda per andare a
trovare l’arcivescovo Riberi che aveva avuto due infarti. Non c’è
traccia invece – e, a sigillo di delicatezza, è smentita – di quel
che si diceva allora: che talvolta fosse uscito dall’arcivescovado,
riservatamente, di sera, per andare a trovare questo o quel prete o
laico in difficoltà...
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Montini
giovane prete con i genitori a Brescia (foto IST.PAOLO
VI BRESCIA) |
Montini
cardinale a Milano
(foto FARABOLA). |
Chi proverà a leggere o anche
solo a sfogliare questa splendida opera costata 15 anni di fatica,
vedrà direttamente – nei fatti – l’arcivescovo impegnato in un’opera
pastorale ciclopica, in un magistero di dimensioni eccezionali. Montini
andò a Milano per restarci. Tutti parlavano di lui come futuro Papa, ma
egli si buttò ad annunciare Cristo con spirito degno di Paolo di Tarso.
Era convinto che nel fondo dell’uomo moderno ci fosse del terreno
buono, che il seme evangelico potesse attecchire dovunque. Perciò
dormiva quattro ore a notte, andava, parlava, scriveva, incontrava
chiunque e dovunque.
Certo si notano i caratteri e i limiti della sua
esperienza. Non era certo uomo di rottura (anche se non esitò a
irritare Franco e i fascisti spagnoli) e aveva una preoccupazione
continua e legittima di tenere unito il popolo cristiano. Era
preoccupato di seguire una giusta linea di rinnovamento ecclesiale di
valorizzazione dei laici e lo interessava più la direzione giusta che
la velocità del movimento. Aveva poi una grande delicatezza nei
rapporti umani; il che, soprattutto nell’àmbito ecclesiale, talvolta
ne frenava l’efficacia. Molti approfittavano, infatti, di questa
gradualità e quasi timidezza dell’arcivescovo per condizionarlo e
gestire in modi e tempi diversi i suoi orientamenti.

Montini all’inaugurazione
della metropolitana (foto FARABOLA).
Chi farà scorrere l’elenco delle udienze e dei
commensali vedrà con quale regolarità andavano a trovarlo i suoi amici
di Brescia, anzitutto i fratelli Lodovico, spesso con la moglie
Giuseppina, e Francesco; persone che allora consideravamo
"moderate" ma per nulla integraliste o nostalgiche; e che alla
distanza si sono dimostrate coraggiose e tenaci, anche nel sostenere
affettivamente e spiritualmente un familiare così illustre ed
"esposto". E poi il cugino Vittorio e soprattutto gli amici
religiosi, i filippini della Pace di Brescia, padre Bevilacqua anzitutto
e poi padre Manziana, padre Marcolini, Cottinelli, Acchiappati. E tanti
altri preti e laici e laiche.
Si può dire forse che uno dei segreti di Montini
fosse il senso dell’amicizia e la capacità e la voglia di ascoltare:
sempre, chiunque, anche se difforme o magari polemico. Io stesso lo
sperimentai anche negli anni del pontificato. Ricordo in quegli anni
dell’episcopato milanese con quanta ansia fraterna si seguisse da
Brescia la vicenda umana ed ecclesiale di Montini, con quante preghiere,
speranza e impazienza. Si raccontava, ed erano racconti di prima mano,
che padre Bevilacqua soprattutto usasse l’ascendente dell’età e del
carattere forte per persuadere don Battista a far di più, a dire di
più, a rischiare con coraggio e non solo a mediare con saggezza. Si
diceva, e certo è vero, che talora il padre strapazzasse anche un poco
il cardinale, come questi ammise di buon grado celebrando gli ottant’anni
del maestro.

Monsignor Domenico Tardini e un
giovane Montini in Segreteria di Stato.
Certo è che dai documenti,
confrontandoli con molte altre fonti, emerge chiara una cosa: che a
Montini l’episcopato milanese, pur faticosissimo, fece bene. Anzitutto
per il contatto con i problemi concreti, con la gente reale, preti e
laici (politici, sindacalisti, studiosi, artisti…). Ma soprattutto gli
fece bene il gran gesto di papa Giovanni d’indire un Concilio. Montini
era un riformatore, nel suo animo e nei misurati gesti di ogni giorno.
Ma solo la decisione giovannea di aprire le finestre, pubblicamente, lo
convinse che bisognava osare di più, se si voleva che la Chiesa
tornasse al Vangelo ed essere amica degli uomini. Bisognava aver fiducia
dei grandi movimenti, delle intuizioni, del vento dello Spirito...
Ricordo che quando, invece che parlare del laicismo o
della scuola cattolica, Montini cominciò a far le lettere pastorali sul
Concilio (Pensiamo al Concilio, 1962) noi giovani studenti, che
pur non eravamo suoi diocesani, andavamo a prenotarne e distribuirne
molte copie. Avevamo trovato una speranza e una guida; e oggi, mentre
rileggiamo i testi di quella stagione e le pagine di quest’opera –
che sembra di storia ma è di attualità – ci domandiamo se potrà mai
tornare quell’aria limpida e fresca di quella stagione…
Angelo Bertani