Diversi
(e persino radicalmente opposti) sono gli atteggiamenti con cui si
continua a guardare alla rivoluzione epocale provocata dall’introduzione
del computer. Vi è chi la esalta mettendo soprattutto a fuoco le
nuove chances che ha dischiuso – si pensi all’enorme varietà
di operazioni possibili in diverse direzioni – e chi invece guarda a
essa con sospetto, paventando una riduzione degli spazi di conoscenza e
di riflessione, dovuta alla superficialità con cui si è
inevitabilmente tentati di accostare la realtà in un contesto dominato
dal prevalere della logica quantitativa. Al di là delle differenze di
valutazione del fenomeno, ciò che, in ogni caso, appare ormai chiaro è
che il computer non può essere considerato un semplice
strumento, ma un sistema, che – per dirla con MacLuhan – diviene
"messaggio", in quanto proietta sulla mente umana il proprio
modello di lettura e di interpretazione del mondo. È come dire che esso
ha incorporata una filosofia (più propriamente un’antropologia),
spesso assorbita da chi lo usa in maniera del tutto inconsapevole. Molti
studi si sono preoccupati, in questi ultimi anni, di far luce su tali
aspetti profondi, aprendo piste suggestive di ricerca e segnalando
pericoli che vanno accuratamente evitati. Risultano così acquisiti il
riconoscimento che la moltiplicazione delle informazioni va di pari
passo con l’incapacità di dominarle e soprattutto di valutarle; la
percezione che la possibilità di tornare di continuo su quanto scritto
fa insorgere la tentazione di non pensare in anticipo e di affidarsi a
una modificabilità infinita, che lascia il lavoro incompiuto fino al
termine; e infine la considerazione che la immediata pubblicazione di
quanto viene scritto elimina la possibilità di un rapporto esclusivo
tra il testo e lo scrivente.
Ma c’è di più. Il computer
crea un ambiente (o un’esperienza) "virtuale", in cui le
cose si depotenziano per fare spazio a un mondo parallelo di totale
artificiosità, che si propone come una "seconda natura", e
nel quale predominano rapporti e comunità "virtuali", che,
lungi dall’eliminare la solitudine personale, concorrono di fatto ad
accrescerla (dando peraltro la pericolosa illusione di poterla
momentaneamente superare) e rendono più difficile l’esercizio di una
vera solidarietà interumana. Tutto ciò – lo rivela Carlo Formenti in
un interessante saggio dal titolo Incantati dalla rete (Cortina,
Milano 2000) – con una forza di suggestione impressionante, derivante
da una tendenziale "sacralizzazione" dello strumento concepito
come una divinità che produce il mondo dal nulla (per di più facendo a
meno della rozza materia), o suscitata dalle indefinite possibilità di
conoscenza offerte da Internet, che viene sempre più pensato
come il nuovo libro dell’umanità, una sorta di ipertesto
"sacro" o di oracolo in grado di dare spiegazione di tutto.
Al di là della "presbiopia
mentale", come qualcuno ha definito l’incapacità di guardare le
cose da vicino, perciò di capirle con quella finezza che viene soltanto
dal contatto diretto e "in piccolo" – presbiopia che si
traduce in apatia e assenteismo nei confronti delle situazioni concrete
– e al di là dei sentimenti di impazienza e di non sopportazione dell’attesa,
provocati dal processo di accelerazione della vita e dall’esigenza di
risposte "in tempo reale", il rischio più grande è, sul
piano etico, l’affermarsi di tendenze relativistiche e decostruttrici,
determinate dalla paura di un pensiero e di un quadro di valori forti
– la diversità (ogni diversità) è immediatamente percepita come una
minaccia nei confronti della tolleranza e del pluralismo – ma anche
dalla sempre maggiore segmentazione della realtà, che ha come esito il
suo impoverimento. Il ricupero del computer come miniera di
risorse straordinarie per la crescita culturale è pertanto legato allo
sviluppo di una coscienza matura, che sappia efficacemente padroneggiare
la tecnologia, mettendola al servizio della promozione umana di ciascuno
e di tutti.
Giannino Piana