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Se il mondo virtuale di Internet
diventa il nuovo "sacro ipertesto"

di Giannino Piana
       

   Jesus n. 12 dicembre 2002 - Home Page

Diversi (e persino radicalmente opposti) sono gli atteggiamenti con cui si continua a guardare alla rivoluzione epocale provocata dall’introduzione del computer. Vi è chi la esalta mettendo soprattutto a fuoco le nuove chances che ha dischiuso – si pensi all’enorme varietà di operazioni possibili in diverse direzioni – e chi invece guarda a essa con sospetto, paventando una riduzione degli spazi di conoscenza e di riflessione, dovuta alla superficialità con cui si è inevitabilmente tentati di accostare la realtà in un contesto dominato dal prevalere della logica quantitativa. Al di là delle differenze di valutazione del fenomeno, ciò che, in ogni caso, appare ormai chiaro è che il computer non può essere considerato un semplice strumento, ma un sistema, che – per dirla con MacLuhan – diviene "messaggio", in quanto proietta sulla mente umana il proprio modello di lettura e di interpretazione del mondo. È come dire che esso ha incorporata una filosofia (più propriamente un’antropologia), spesso assorbita da chi lo usa in maniera del tutto inconsapevole. Molti studi si sono preoccupati, in questi ultimi anni, di far luce su tali aspetti profondi, aprendo piste suggestive di ricerca e segnalando pericoli che vanno accuratamente evitati. Risultano così acquisiti il riconoscimento che la moltiplicazione delle informazioni va di pari passo con l’incapacità di dominarle e soprattutto di valutarle; la percezione che la possibilità di tornare di continuo su quanto scritto fa insorgere la tentazione di non pensare in anticipo e di affidarsi a una modificabilità infinita, che lascia il lavoro incompiuto fino al termine; e infine la considerazione che la immediata pubblicazione di quanto viene scritto elimina la possibilità di un rapporto esclusivo tra il testo e lo scrivente.

Ma c’è di più. Il computer crea un ambiente (o un’esperienza) "virtuale", in cui le cose si depotenziano per fare spazio a un mondo parallelo di totale artificiosità, che si propone come una "seconda natura", e nel quale predominano rapporti e comunità "virtuali", che, lungi dall’eliminare la solitudine personale, concorrono di fatto ad accrescerla (dando peraltro la pericolosa illusione di poterla momentaneamente superare) e rendono più difficile l’esercizio di una vera solidarietà interumana. Tutto ciò – lo rivela Carlo Formenti in un interessante saggio dal titolo Incantati dalla rete (Cortina, Milano 2000) – con una forza di suggestione impressionante, derivante da una tendenziale "sacralizzazione" dello strumento concepito come una divinità che produce il mondo dal nulla (per di più facendo a meno della rozza materia), o suscitata dalle indefinite possibilità di conoscenza offerte da Internet, che viene sempre più pensato come il nuovo libro dell’umanità, una sorta di ipertesto "sacro" o di oracolo in grado di dare spiegazione di tutto.

Al di là della "presbiopia mentale", come qualcuno ha definito l’incapacità di guardare le cose da vicino, perciò di capirle con quella finezza che viene soltanto dal contatto diretto e "in piccolo" – presbiopia che si traduce in apatia e assenteismo nei confronti delle situazioni concrete – e al di là dei sentimenti di impazienza e di non sopportazione dell’attesa, provocati dal processo di accelerazione della vita e dall’esigenza di risposte "in tempo reale", il rischio più grande è, sul piano etico, l’affermarsi di tendenze relativistiche e decostruttrici, determinate dalla paura di un pensiero e di un quadro di valori forti – la diversità (ogni diversità) è immediatamente percepita come una minaccia nei confronti della tolleranza e del pluralismo – ma anche dalla sempre maggiore segmentazione della realtà, che ha come esito il suo impoverimento. Il ricupero del computer come miniera di risorse straordinarie per la crescita culturale è pertanto legato allo sviluppo di una coscienza matura, che sappia efficacemente padroneggiare la tecnologia, mettendola al servizio della promozione umana di ciascuno e di tutti.

Giannino Piana

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