Nella
situazione tragica vissuta oggi dall’Argentina, esistono degli
"emarginati tra gli emarginati": gli indios. Tra i pochi che
si ricordano di loro, battendosi per i loro diritti, la missionaria
laica Rita Comiotto.
Un lungo accorato grido d’allarme
dall’Argentina. È quello che giunge da tempo da una donna della prima
linea cristiana, Rita Comiotto, missionaria laica. Un grido che ancora
una volta conferma come i missionari siano gli osservatori politici più
affidabili e profetici.
Già alcuni anni fa scriveva agli amici italiani che l’aiutano:
«Viviamo nel caos. In questo 26 per cento di disoccupati e 35 per cento
di suboccupati, un 60 per cento di violenza e di aggressioni per furto,
cerchiamo di continuare a essere segni di speranza. Gli indigeni da
sempre dimenticati, oggi con il Fondo monetario che ci domina, non
esistono per i loro conti. Ovunque scoppiano fuochi anarchici che
provocano amarezze, sofferenze e vittime innocenti in questo popolo che
oggi più che mai si può definire di esclusi. Esclusi dal lavoro, dalla
salute, dall’educazione, da una vita degna. Un popolo che ha fame di
giustizia, di diritti e di doveri che non è più possibile adempiere».
Una denuncia fatta propria dallo stesso episcopato argentino: «Un
modello economico selvaggio, con programmi che servono solo per
ingrossare le tasche di quelli che hanno già molto e moltiplicare gli
interessi dei grandi capitali, camminando sulla fame del popolo».
Nel Paese sudamericano, dove migliaia di italiani sono
immigrati, Rita Comiotto è arrivata negli anni Sessanta. Veneta di
origine, ma di adozione valdostana di Cogne, appartiene all’Istituto
secolare diocesano di Fossano (Cuneo). Quando approdò a Sarmiento, nel
Chubut, scoprì che gli indios vivevano nelle buche lasciate dalle
scavatrici. Di notte i bambini per scaldarsi dormivano abbracciati ai
cani, ammalandosi di hidatidosi, un bacillo presente nelle
viscere delle pecore che contagia e provoca la morte. Rita aprì una
scuola agraria e una cooperativa di cucito e, siccome le donne erano
analfabete, usò i colori come unità di misura.

Mensa per poveri a Buenos Aires
(foto REUTERS/E. MARCARIAN).
Quando si trasferì a Puerto
Madryn, andò ad abitare in un prefabbricato che prese fuoco. Per un
anno fu ospite delle famiglie che le offrivano un letto: «Fu un’esperienza
molto importante, che mi fece sentire molto vicina alla gente. Mi
permise di capire che cosa significa non avere una dimora, sentirsi in
mezzo a una strada. Solo allora il voto di povertà che avevo fatto
assunse fino in fondo il suo significato».
Nel barrio i peones con il suo aiuto
hanno costituito delle cooperative di lavoro, ma soprattutto hanno
scoperto, attraverso il Cristo dell’amore e della giustizia, di essere
anche loro figli di Dio. Prima del suo arrivo erano rassegnati a subire.
Adesso lottano per migliorare le loro condizioni di vita. Dove prima c’era
solo morte, malattia, disperazione, è rinata una coscienza civile e
politica.
Dopo l’avventura del barrio Rita si è
lanciata in quella della Pampa. Lì vivono, isolati e dimenticati da
tutti, centinaia di indios. Abitano in case di fango e di mattoni, per
sopravvivere vendono il pelo – pagato sempre di meno – delle poche
capre che posseggono. I terreni fertili dai quali sono stati cacciati
sono nelle mani dei grandi estancieros blancos, i latifondisti
che vi allevano le pecore Merinos e le mucche da carne. Rita con il suo
furgone, sempre sul punto di sfasciarsi per la mancanza di strade, il
vento che raggiunge anche i 120 chilometri orari e una temperatura che d’inverno
scende a 30 gradi sotto-zero, è andata a cercarli per portare medicine,
aiuti alimentari, ma soprattutto per fare amicizia.

Una famiglia di indios
argentini.
«Spesso guido per ore e ore
senza mai incontrare nessuno, con l’ansia di un guasto alla macchina»,
mi ha confidato durante un suo soggiorno a Cogne. «Ma quando arrivo a
destinazione, sono ricompensata dall’accoglienza festosa che ricevo e
dal calore con il quale vengo ospitata in quelle povere case dove non c’è
nulla. Condividere la vita delle famiglie indie, praticare le loro
abitudini e seguire i loro ritmi di vita, cambia profondamente dentro.
Senti che non sei tu a dare e loro a ricevere, ma è esattamente il
contrario. L’amicizia che scaturisce da questa convivenza è un dono
che non si può spiegare».
Negli ultimi anni, nonostante sia dovuta rimanere a
letto sei mesi per un tumore a una gamba che faceva temere il peggio e
che è riuscita miracolosamente a vincere, si è buttata in una nuova
impresa. A Gastre, nel cuore della mesetas patagonica, poco più
di seicento abitanti, ha allestito un campo base con un gruppo di
volontari di Puerto Madryn. Da questa località – scelta da diverse
nazioni europee, in accordo con il Governo argentino, per farne un
deposito di scorie nucleari (il progetto, grazie alle proteste della
popolazione guidate dai missionari, per ora è stato sospeso) – ha
organizzato un piano di aiuti per gli abitanti.
La nuova Costituzione argentina stabilisce che la
terra venga restituita alle comunità aborigene con personalità
giuridica. Per ottenere questo riconoscimento devono raggrupparsi,
dimostrare di avere tradizioni culturali e costumi in comune. Si tratta
di creare delle nuove comunità che radunino gli indios dispersi nella
Pampa, dando loro case, scuole, punti di riferimento nell’àmbito
sociale, sanitario, religioso. Le resistenze dei grandi proprietari
terrieri sono forti, ma Rita è andata lei stessa dal governatore del
Chubut e ha ottenuto che il ministro del Bienestar social venisse
a tenere a battesimo il suo progetto, fra lo stupore della gente che non
aveva mai visto un rappresentante delle istituzioni politiche.

Una famiglia di indios
argentini.
Nell’ultima lettera che
abbiamo ricevuto, il grido di allarme di Rita è carico di angoscia. «La
situazione è drammatica. Vediamo aumentare la tristezza nei volti delle
madri che accorrono agli ospedali in cerca di salute per i loro figli e
non trovano le medicine, né il latte, niente di niente. Ogni giorno di
più, uomini che conosciamo come onesti e lavoratori si tolgono la vita,
presi dalla disperazione di non poter aiutare le loro famiglie colpite
dalla tremenda disoccupazione che le distrugge. I giovani entrano sempre
di più nel giro della droga e dell’aggressione, della violenza, della
malavita, perché per loro non c’è futuro. È tremendo vedere bambini
di 8,10 e 12 anni sui marciapiedi bere, drogarsi e prostituirsi. Poi,
quando ti allontani dalla città, arrivi nella fredda e ventosa mesetas,
ti incontri con le minoranze indigene che ogni giorno di più "sono
minoranze": chi pensa loro? Chi li aiuta a vivere? Dimenticati ed
emarginati, muoiono. In questo panorama Dio ha seminato la sua Chiesa
con uomini di buona volontà, che cercano di dimostrare che c’è una
speranza contro ogni speranza».
Se oggi un angolo dell’Argentina, ridotta alla
disperazione, riesce a sopravvivere, lo deve anche a questa donna,
sconosciuta ai più, ma che dimostra ai suoi amici della Pampa e dei barrios
che Dio non li ha dimenticati.
Mariapia Bonanate