Due grandi segreti hanno
caratterizzato la vita di Madre Teresa di Calcutta. Il primo riguarda la
sua avventura, che non scaturì da un’intuizione personale, ma fu
ispirata da Gesù Cristo stesso, con il quale dialogò a lungo nel
silenzio del cuore. Il secondo fu che, dopo quelle locuzioni, Madre
Teresa sperimentò per il resto della sua vita la "notte
oscura", che ha connotato l’esperienza spirituale di molti
mistici. Il racconto di questa lunga e dolorosa lotta interiore per
conservare la fede è proposto nel libro Il segreto di Madre Teresa,
del quale pubblichiamo in queste pagine un’anticipazione.
«Il mio sorriso è un grande
mantello che copre una moltitudine di dolori», scrisse Madre Teresa in
una lettera del luglio 1958. Che cosa intendesse dire con queste
drammatiche parole appare chiaro unicamente oggi, dopo che le sue
lettere inedite ai direttori spirituali sono state recuperate agli atti
del processo di canonizzazione, svoltosi a Calcutta fra il luglio 1999 e
l’agosto 2001.
Potremmo dire in sintesi che, se l’inizio della sua
nuova vocazione fu «al buio», mediante le locuzioni interiori che ebbe
sul treno notturno che la conduceva a Darjeeling, tutto il resto della
sua esistenza – dopo quei mesi straordinari di confronto serrato con
Gesù – è stato trascorso dalla religiosa nella completa oscurità
spirituale, senza più conforti interiori, ma anzi con la costante
sensazione di vivere nella lontananza e nell’assenza di Dio.

Madre Teresa di Calcutta in una
foto di trent’anni fa,
mentre visita i malati in uno dei ricoveri da lei creato (foto FARABOLA).
«Si tratta di un’esperienza
che l’accomuna a tanti grandi mistici della storia cristiana, da san
Giovanni della Croce a santa Teresa di Lisieux, dal riformatore
protestante Martin Lutero al pastore tedesco Dietrich Bonhoeffer»,
spiega padre Neuner, che ha particolarmente approfondito questo aspetto
della spiritualità di Madre Teresa. «È come se fin dagli inizi»,
prosegue il gesuita, «ella dovesse sperimentare non soltanto la
povertà materiale e l’impotenza degli emarginati, ma anche la loro
tetra desolazione».
L’accidentato percorso cominciò immediatamente,
provocando in lei confusione e sconcerto. Per esempio, nel marzo 1953
scriveva a monsignor Périer, proprio nel tempo in cui stava per
subentrargli come superiora della Congregazione: «Per favore, preghi
specialmente per me, affinché io non rovini il lavoro di Gesù e Nostro
Signore si riveli, perché c’è una così terribile oscurità dentro
di me, come se tutto fosse morto. Mi sono sentita così più o meno da
quando ho dato inizio all’opera. Chieda a Nostro Signore di darmi
coraggio». A sorreggerla, una ineluttabile certezza: il lavoro per la
Congregazione delle Missionarie della Carità «non lo faccio io, ma
Gesù: sono più certa di questo che della mia reale esistenza».

Uno degli incontri tra Giovanni
Paolo II e Madre Teresa.
Il Papa ricordava «la sua figura minuta, resa curva da una vita
al servizio dei più poveri tra i poveri, ma sempre piena di
un’inesauribile energia interna: l’amore di Cristo» (foto A.
MARI).
Le confidenze all’arcivescovo
sembrano quasi una dolente litania: «C’è una solitudine così
profonda nel mio cuore che non riesco a esprimerla» (gennaio 1955); «Dentro
di me è tutto gelido. È soltanto la fede cieca che mi trasporta,
perché in verità tutto è oscurità per me. Finché al Signore
piacerà, io realmente non conto» (dicembre 1955); «A volte l’agonia
della desolazione è così grande e nel contempo il vivo desiderio dell’Assente
è così profondo, che l’unica preghiera che riesco ancora a recitare
è "Sacro Cuore di Gesù, confido in te. Sazierò la tua sete di
anime"» (marzo 1956); «Voglio sorridere perfino a Gesù, così da
nascondere se possibile il dolore e l’oscurità della mia anima anche
a lui» (aprile 1957); «Il desiderio vivo di Dio è terribilmente
doloroso e tuttavia l’oscurità sta diventando sempre più grande.
Quale contraddizione vi è nella mia anima! Il dolore interiore che
sento è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e
il parlare della gente» (gennaio 1958).
Per un solo mese la sua pena venne sospesa. Fu quando,
nell’ottobre del 1958, si celebrava nella cattedrale di Calcutta la
Messa di suffragio per papa Pio XII: in quella circostanza Madre Teresa,
oppressa dalla sofferenza spirituale, chiese a Gesù un segno della sua
vicinanza. Nella lettera del 17 ottobre raccontò a monsignor Périer
che «allora scomparve quella lunga oscurità, quella pena della
perdita, della solitudine, di quello strano dolore decennale. Oggi la
mia anima è piena d’amore, di gioia indicibile, di una ininterrotta
unione d’amore».

Primo piano della religiosa. La
sua beatificazione,
programmata in tempi record, è prevista per maggio 2003 (foto A.
MARI).
Ma già il successivo 16
novembre comunicava che «Nostro Signore ha pensato che sia meglio per
me restare nel tunnel, così egli se ne è andato nuovamente,
lasciandomi sola. Gli sono grata per il mese di amore che mi ha donato».
E il tormento continuò, in base a quello che si percepisce dagli
scritti successivi, fino alla morte, in modo da raffinarla sempre di
più nel suo amore per Dio e per i fratelli.
Gradualmente ella cominciò a comprendere meglio il
significato di tale dolorosa esperienza e a metterla in relazione con la
propria vocazione. Nel novembre 1958 disse a monsignor Picachy di non
aver mai saputo «che l’amore può far soffrire così tanto, sia per l’assenza,
sia per il desiderio». All’inizio del 1960 poté confidare a padre
Neuner: «Per la prima volta in questi undici anni, ho cominciato ad
amare l’oscurità. Perché ora credo che essa sia una parte, una
piccolissima parte, del buio e del dolore vissuto da Gesù sulla terra».

Madre Teresa abbraccia un
bambino in un campo profughi
palestinese a Beirut (1984) (foto SYGMA/A.
DE WILDENBERG).
Il pressante interrogativo era sempre lo stesso: «Che
cosa Dio ricava davvero da me, mentre sono in questo stato, senza fede,
senza amore, senza neanche un sentimento? L’altro giorno c’è stato
un momento nel quale quasi rifiutavo di accettare la situazione, e
allora ho preso il Rosario e ho iniziato a recitarlo lentamente e con
calma, senza meditare o pensare nulla. Così il brutto momento è
passato, ma l’oscurità è veramente densa e il dolore molto
tormentoso. In ogni caso, accetto qualunque cosa egli mi dà e gli dono
qualunque cosa egli mi prende». Grande era perciò il suo turbamento
nel rendersi conto dei sentimenti che manifestavano quanti le stavano
accanto. Nel settembre 1962 rivelò a monsignor Picachy: «Le persone
dicono di sentirsi attirate verso Dio, vedendo la mia solida fede.
Questo non significa ingannare la gente? Ma ogni volta in cui volevo
dire la verità – e cioè che io non ho fede – le parole proprio non
uscivano, la mia bocca restava serrata e continuavo a sorridere a Dio e
a tutti». Il vero timore che l’attanagliava era quello di poter
arrivare a tradire Gesù: «Preghi per me affinché io non divenga mai
come Giuda», lo implorò nel gennaio 1964.

Missionarie della Carità, la
congregazione fondata
dalla suora di Calcutta (foto REUTERS/J.
SHAW).
Nonostante le sofferenze che l’oscurità
spirituale le arrecava, Madre Teresa ebbe infatti sempre la chiara
consapevolezza che la fede era il vero faro della propria vita, tanto da
riuscire a guardare alle cose del mondo secondo la prospettiva di Dio e
a intravedere anche negli eventi più insignificanti la sua mano. Sono
innumerevoli le testimonianze che ricordano come ella, durante qualsiasi
discorso, intercalasse frasi quali: «Guarda Dio che cosa sta compiendo»
e «Ammira la grandezza di Dio».
Una lettera alle Missionarie datata 31 luglio 1962, in
uno dei periodi più faticosi della sua esperienza spirituale, manifesta
la convinzione che ella per prima mise in pratica durante tutta la vita:
«Cristo ti utilizzerà per compiere grandi cose a condizione che tu
creda più nel suo amore che nella tua debolezza. Credi in lui, abbi
fede in lui con cieca e assoluta fiducia perché lui è Gesù. Credi che
Gesù, e soltanto lui, è la vita; e che la santità non è altro se non
lo stesso Gesù che vive intimamente in te».
Saverio Gaeta