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Il fatto Come
dire Dio ai "telecittadini"? |
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Il
"Bambino sta per nascere" in una società sempre più
multireligiosa. Come viene vissuto il Natale dai credenti di altre fedi?
E nei festeggiamenti emerge l’aspetto più profondamente cristiano
dell’evento? Rispondono esponenti delle minoranze religiose, nonché
di un’altra categoria spesso emarginata: le donne.
Dialogo. Autonomia. Animazione. Su questi tre binari scorre la ricetta del cardinale Camillo Ruini per una comunicazione "cattolica", capace cioè di «offrire il proprio patrimonio di valori nella costruzione del bene comune». Il presidente dei vescovi italiani ha aperto così i lavori del Convegno nazionale della Cei dal titolo "Parabole mediatiche", che dal 7 al 9 novembre ha richiamato a Roma un migliaio di persone coinvolte a vario titolo nel campo dei mass media in tutt’Italia. Al convegno ecclesiale del ’95, a Palermo, ricorda Ruini, «prendemmo l’impegno di incoraggiare e sviluppare una presenza significativa e credibile nei luoghi dove si elabora e si trasmette criticamente la cultura: scuola, università, centri culturali, laboratori artistici, media, editoria». Fu il lancio di quel "progetto culturale" che oggi fa i conti con le sfide dell’innovazione tecnologica che, ricorda il cardinale, «ha trasformato la comunicazione da sistema prevalentemente informativo a forma esistenziale, per cui si può dire che l’esistenza di ogni persona è ormai inserita in un ingranaggio comunicativo che determina una rielaborazione complessiva delle coordinate esistenziali». Una situazione che, come è stato illustrato dai vari relatori che si sono succeduti durante le tavole rotonde della tre giorni, ha creato tempi, spazi e sensibilità nuove, con cui fare i conti per la trasmissione del messaggio evangelico.
L’uomo e la donna del 2002 sono in buona parte anestetizzati dal continuo flusso televisivo. Sono "telecittadini". Così l’analista urbano Henning Bech, richiamato dal sociologo Zygmunt Bauman, indica l’intima parentela fra insensibilità, superficialità e dipendenza televisiva. «I residenti della telecittà trovano stancante e noiosa qualsiasi cosa che duri più di un attimo fugace, che minacci di sopravvivere all’entusiasmo che la sua novità ha scatenato», spiega Bauman. Detto con le parole del biblista Gianfranco Ravasi, «è quell’eccesso di comunicazione che ha creato un silenzio comunicativo. Si tratta di messaggi di superficie. E talvolta anche la comunicazione religiosa pensa di dover dare questo tipo di prodotto». La domanda di fondo è tutta qui: come parlare il linguaggio della comunicazione, quello che plasma i "telecittadini", introducendo però quella "differenza" che lascia spazio al pensiero.
A questo interrogativo il convegno fornisce risposte diverse. Provocatoriamente il sociologo Luca Diotallevi si chiede se sia «fallita la via mediatica alla maestria», e propone di tornare a una religione effettiva, contro quella «affettiva che la Chiesa ha finito per coccolare eccessivamente». Gli fa eco monsignor Crispian Hollis, presidente del Comitato degli episcopati europei per i media: «La più grande tentazione che Cristo deve affrontare oggi è quella di una rete televisiva mondiale immediatamente accessibile in ogni casa. Cristo la rifiuterebbe, perché l’incontro di Dio con il suo popolo non può avvenire con queste modalità. La nostra eredità e la nostra cultura cristiana richiedono la presenza della persona».
Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis, spiega la sfida in termini di ritorno al territorio: «Il ruolo della cultura cattolica è recuperare la dimensione identitaria di senso nella storia, fuori dal presentismo emozionale», sostiene. Per la comunicazione questo vuol dire fare un passo indietro, «ancorare il flusso al territorio, ricominciare a fare missione». La richiesta di testimoni credibili, di figure forti di riferimento, emersa dall’indagine Censis sui giovani presentata al convegno, chiede di riscoprire i carismi individuali e condividerli, dall’incontro interparrocchiale a quello su Internet. Insomma: di «mettere in rete le esperienze», suggerisce il professor Francesco Casetti, pro-rettore della Cattolica.
La strategia da seguire, dice il direttore di Avvenire, Dino Boffo, non è quella del chiudere la porta, ma del «partecipare dal di dentro all’elaborazione del "cosciente collettivo", delle "linee di pensiero", delle "fonti ispiratrici", dei modelli di vita che sono forniti dai mass media». Gli strumenti e gli animatori sono i due punti cardine su cui la Chiesa italiana deve insistere nel suo progetto di comunicazione, secondo Boffo. Un’indicazione che richiama quella del cardinale Ruini, articolata su tre linee di intervento: «Una presenza discreta e autorevole all’interno delle varie realtà mediatiche»; il rafforzamento e il potenziamento dei mass media cattolici (dal quotidiano Avvenire all’agenzia di informazione Sir ai settimanali diocesani, dall’emittente satellitare Sat 2000 al circuito radiofonico "inBlu", alle reti informatiche); la creazione della figura dell’operatore o animatore della cultura e della comunicazione nelle diverse comunità.
Di fronte all’attuale situazione dei media e della cultura italiana in generale, il biblista Ravasi invita a puntare in alto: «Nell’àmbito del comunicare la fede e fare cultura abbiamo bisogno di una purificazione. A partire dal linguaggio ecclesiastico, bisogna ritrovare il senso delle parole e della bellezza. L’uomo di oggi non si ferma soltanto di fronte al talk show televisivo». La convinzione che deve attraversare anche coloro che opera-no all’interno dei media è che alla fine «l’uomo cerca la rotta, il senso. Bisogna tornare a riempire il vuoto di significati», dice il biblista. Il terreno su cui si pone è quello antico e sempre attuale di Sofocle: «Grande è l’uomo. E infinita è la sua inquietudine». vi.pri.
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