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Con
il prossimo mese di gennaio 2003, Jesus entra nel suo venticinquesimo anno
di vita. Un quarto di secolo. Forse non è tanto, ma è comunque un tempo
sufficiente per tentare un bilancio e rimettersi in marcia. Avremmo voluto
dedicare l’editoriale proprio a questa data, e anticipare ai nostri
lettori una serie di idee in proposito che ci girano per la testa. Ma la
cronaca, in questo caso, ci riporta con i piedi per terra. E ci offre l’occasione
per specchiarci, noi mensile di "attualità e cultura
religiosa", nella realtà della Chiesa istituzionale. Il dato di
realtà è venuto dall’interessante convegno nazionale promosso dalla
Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali,
"Parabole mediatiche: fare cultura nel tempo della
comunicazione". L’incontro, che si è svolto a Roma dal 7 al 9
novembre (ne parliamo nelle pagine di cronaca "Dal mondo della
fede"), è stato ricco di spunti e di analisi condivisibili: dalla
considerazione del cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, sul
mutamento di ruolo della comunicazione nella nostra società (da «sistema
prevalentemente informativo» a vera e propria «forma esistenziale»),
alla riflessione del sociologo Zygmunt Bauman sulla trasformazione
antropologica dei cittadini in "telecittadini", fino ai
molteplici interventi critici sullo strapotere e l’invadenza – oggi in
Italia – di certa televisione volgare, sguaiata, tronfia nella propria
ignoranza, e pericolosa nel suo dettare il metro dei nuovi modelli di
consumo e dei nuovi valori che sarebbe à la page abbracciare.
Tutto giusto. Ma lo sforzo
organizzativo di un appuntamento ecclesiale così rilevante non si
giustifica con il desiderio di sparare ad alzo zero – giustamente, per
carità! – sulle veline e il "velinismo". Su questi temi, il
mondo cattolico italiano è più che avvertito, come peraltro ha
sottolineato lo stesso cardinale Ruini parlando il 18 novembre a
Collevalenza ai vescovi italiani. Ed è chiaro che obiettivo del convegno
non era questo. Qual era, allora? Forse esso va cercato negli ampi e
reiterati inviti degli organizzatori a «mettere in moto delle sinergie»
tra i media cattolici. Giusto anche questo. Ma non si può parlare
genericamente di sinergie senza aver prima affrontato alcuni nodi
fondamentali nel rapporto tra Chiesa italiana e comunicazione, che al
convegno di Roma paiono essere rimasti in ombra. Il primo nodo è quello
strutturale dell’informazione in Italia oggi: come si sia, cioè, andato
formando questo meccanismo di produzione televisiva al ribasso, frutto di
una finta liberalizzazione e di una progressiva concentrazione del sistema
informativo-televisivo-pubblicitario nelle mani di pochi, se non di uno
solo. Al convegno di Roma, che ha visto la partecipazione di oltre mille
rappresentanti di tutto il variegato mondo dei media cattolici italiani,
è poi mancato lo spazio e il tempo per il confronto e il dibattito.
Questa dimensione avrebbe portato in primo piano la questione della
legittima pluralità di opzioni e punti di vista che si danno nel mondo
ecclesiale e, di conseguenza, nei media cattolici. Poteva essere un’occasione
di confronto utile e necessario. Si può immaginare una qualsiasi forma di
sinergia – capace di coniugare la responsabilità e la fedeltà con la
libertà e la franchezza evangelica – prescindendo dalle forze in campo,
di chiara ispirazione cattolica (dalle riviste di settore, teologiche e
catechetiche, a quelle missionarie), anche se gestionalmente autonome?
Vincenzo Marras |