Periodici San Paolo - Home Page

Dibattito: cattolici e no-global

Progresso sì ma cristiano
di Piero Gheddo
       

   Jesus n. 6 giugno 2002 - Home Page Padre Piero Gheddo, ex direttore della rivista Mondo e missione, ci ha inviato questa sua riflessione sul tema della globalizzazione e del rapporto tra Vangelo e sviluppo. La sua tesi è chiara, semplice, e molto critica nei confronti dei tanti credenti impegnati sul fronte del "no-global". A partire da questo intervento, Jesus dà il via a un dibattito che seguirà sui prossimi numeri.

L'aiuto ai Paesi poveri, grazie a Dio, è ancora di attualità. Ora, secondo il Concilio Vaticano II (Gaudium et spes) e i documenti del magistero, «il miglior servizio al fratello è l’evangelizzazione, che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente» (Conferenza dei vescovi latino-americani a Puebla). Ma questo è quasi del tutto ignorato: i temi pubblicizzati, anche da riviste, editrici ed enti cattolici, riguardano l’economia, il commercio, le finanze, il debito estero, i rapporti politici, la vendita di armi: temi sacrosanti (di cui però tutti parlano), ma il Vangelo e l’opera della Chiesa che promuove sviluppo spesso non sono nemmeno ricordati, è come se non esistessero. Sembra quasi ci sia, nella stampa e centri culturali cattolici, una dicotomia: da un lato l’annunzio di Cristo, la predicazione cristiana, la maturazione delle Chiese locali, la morale personale e familiare: tutto questo riguarda la salvezza eterna; dall’altro lo sviluppo economico, politico, sociale, culturale, in cui il Vangelo e la missione di annunziare Cristo ai non cristiani non c’entrano.

Il missionario Piero Gheddo.
Il missionario Piero Gheddo (foto PERIODICI SAN PAOLO/F. TAGLIABUE).

Ad esempio, il capitolo II della Populorum progressio di Paolo VI (1967) è su "Chiesa e sviluppo" e tratta della «visione cristiana dello sviluppo» (n. 14); ma l’enciclica di papa Montini e gli altri testi del magistero sono ricordati solo per gli aspetti economici e politici, dimenticati nelle parti che riguardano l’influsso positivo del cristianesimo sullo sviluppo dei popoli. Il Vangelo è una critica radicale delle culture e dei modi di vita: tutti i popoli hanno bisogno di Cristo, nessuno può svilupparsi pienamente facendone a meno! Altrimenti, che senso ha la missione della Chiesa?

Viviamo in una civiltà materialista che privilegia gli aspetti materiali dello sviluppo. Noi cattolici condanniamo la corsa all’avere di più, il consumismo, lo spreco, l’opulenza, la prepotenza dei ricchi e via dicendo. Ma poi, nell’analisi della globalizzazione dimentichiamo di proporre l’esempio di Cristo e la promozione umana che viene dal Vangelo: parliamo quasi sempre e quasi solo di soldi.

Bambini in uno slum di Nairobi.
Bambini in uno slum di Nairobi (foto REUTERS/A. NJUGUNA).

Nel luglio 2001, a Genova, gli otto grandi nella "zona rossa" discutevano sul come aiutare i poveri e parlavano di soldi; ma anche i no-global all’esterno (il 60 per cento dei quali cattolici!), contestavano i G8 quasi solo sui soldi: Tobin tax, aiuti economici allo sviluppo, prezzi delle materie prime, commerci ineguali, prezzi dei medicinali, ecc. Non si è parlato, per esempio, di educazione dei popoli poveri (in Africa nera, col 50 per cento di analfabeti, i Governi danno il 30 per cento dei bilanci statali alle forze armate e il 2 per cento alla scuola), di maturazione e dialogo fra le culture, di promozione del volontariato internazionale e di "servizio civile" nei Paesi poveri da parte dei nostri giovani, dell’impegno di scuola e mass media dei Paesi ricchi a educare i nostri popoli sull’essere fratelli dei poveri, ecc.

I missionari sperimentano quel che dice la Redemptoris missio (n. 58): «Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi... È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica... La missione della Chiesa non è di operare direttamente sul piano economico o tecnico o politico o di dare un contributo materiale allo sviluppo, ma consiste essenzialmente nell’offrire ai popoli non un "avere di più", ma un "essere di più", risvegliando le coscienze col Vangelo».

Un manifestante arrestato da poliziotti antisommossa.

Fortunata "raccolta" di aragoste in Sudafrica.

Un manifestante arrestato da poliziotti antisommossa (foto AP/J. DIMIS).

Fortunata "raccolta" di aragoste in Sudafrica (foto REUTERS/M. HUTCHINGS).

Perché il Vangelo produce sviluppo, anche economico e sociale? Ecco un tema da approfondire: perché mette l’uomo al centro di tutto, della politica, dell’economia, della cultura, ecc. È vero che noi cristiani non viviamo secondo il Vangelo (il cardinal Martini una volta ha detto: «Noi cristiani... Un momento, noi che vorremmo tanto essere cristiani!»); ma il modello è quello di Gesù e i princìpi del Vangelo sono ancora validi duemila anni dopo (quelli di Buddha e Maometto, pur rispettabilissimi, no...).

Il movimento giovanile e popolare dei no-global (o new-global, come alcuni si definiscono) è imponente come numero di aderenti e come carica innovativa della nostra società: i loro ideali si possono in gran parte condividere, ma le proposte no, sono viziate da due abbagli colossali.

Anzitutto ignorano l’esperienza dei missionari, molto significativa: «Oggi i missionari più che in passato sono riconosciuti anche come promotori di sviluppo da Governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi» (Redemptoris missio, 58). Questa realtà, evidente a chiunque viaggia nei Paesi poveri, i no-global cattolici, e in genere un po’ tutto il mondo cattolico quando parla di sottosviluppo, la ignorano. Il "Manifesto delle associazioni cattoliche ai leaders del G8" di Genova (pubblicato in appendice a Davide e Golia, con il "Contromanifesto" che ho firmato anch’io) parla di tante realtà, ma tace sull’azione dei missionari, dei volontari, delle giovani Chiese. Non parla nemmeno di Gesù Cristo salvatore e liberatore di tutti gli uomini e di tutti i popoli! Se noi cattolici perdiamo la nostra identità e tradizione, finiamo per accodarci ad altre letture anticristiane.

Una parrocchia india in Messico.
Una parrocchia india in Messico (foto AP/V.M. CAMACHO).

Il 20 luglio 1991 La Civiltà Cattolica lamentava che «il numero dei documenti ecclesiali riguardo al problema del debito internazionale è tale da rendere impossibile una panoramica esauriente: in pochi anni la macchina ecclesiastica ha prodotto più di 250 prese di posizione da parte di Conferenze episcopali, di singoli vescovi, di gruppi ecclesiali»; ma esistono pochi studi su "Vangelo e sviluppo" e comunque la pubblicistica corrente, anche cattolica, difficilmente li riprende.

C’è poi un’analisi errata del sottosviluppo e quindi degli aiuti ai popoli poveri. Ci lasciamo tutti trascinare dalla cultura dominante, che essendo quasi esclusivamente materialista (di destra o di sinistra poco importa!) legge i problemi dello sviluppo (e del sottosviluppo) in chiave quasi unicamente economico-tecnico-commerciale. Il mondo cristiano non ha ancora capito, attraverso l’esperienza dei missionari, che lo sviluppo dei popoli è anzitutto un problema culturale-educativo. Il segreto dello sviluppo è l’educazione e la maturazione delle culture non adatte al progresso moderno, nato in Occidente per influsso della Bibbia e del Vangelo e poi esportato in altri continenti.

Scuola in Afghanistan.
Scuola in Afghanistan (foto REUTERS/J. HOLLANDER).

I popoli vivono in epoche storiche diverse: noi nel 2000 dopo Cristo, gli africani sono da poco usciti dalla preistoria (non avevano scrittura). Un grande missionario comboniano in Burundi, padre Enrico Bartolucci, scriveva (Nigrizia, ottobre 1969): «Gli africani, prima che venissero tratti fuori dal loro isolamento, non cercavano il progresso, ma l’equilibrio, il mantenimento dello status quo. Si preoccupavano non di progredire, ma di non cambiare. Non si trattava di dominare la natura, ma di adattarvisi. Voler trasformare la natura all’africano sembra un atto di arroganza contro le forze misteriose che dominano la natura stessa».

Gli slogan che giravano a Genova fra i no-global sono contrari alla realtà dei fatti: «Il 20 per cento della popolazione mondiale possiede l’80 per cento delle ricchezze...»: occorrerebbe dire più correttamente "produce"! A Vercelli produciamo 75 quintali di riso all’ettaro, nell’agricoltura tradizionale africana solo 4-5; le vacche italiane producono 30 litri di latte al giorno, quelle africane non producono latte, eccetto un litro quando hanno il vitello... A Bissau (capitale della Guinea-Bissau), nel "quartiere industriale" ci sono 16 industrie costruite dall’Occidente e donate a quel povero Paese africano. Ebbene: nessuna di esse funziona, sono tutte saccheggiate, distrutte. Perché? Mancano l’elettricità, le strade, le materie prime, i tecnici che riparino le macchine, nei lavoratori non c’è la mentalità di andare ogni giorno a ora fissa a lavorare, i contadini non portano il poco riso che producono nel mastodontico e modernissimo mulino costruito dall’Italia... Non si possono aiutare i popoli poveri partendo da una visione eurocentrica che non tiene conto dei fatti.

Simboli del benessere occidentale.
Simboli del benessere occidentale (foto AP).

La ricchezza non è una torta già fatta da distribuire, ma una torta da produrre. Se non si produce, si rimane poveri: i popoli che hanno le condizioni per salire sul "treno dello sviluppo" (globalizzazione) crescono economicamente e socialmente: c’è poi il problema di distribuire bene la ricchezza prodotta, ma questo non riguarda più il libero mercato mondiale; quelli che non hanno le condizioni per partecipare alla globalizzazione (delle merci, ma anche della tecnologia, della libertà economica, del sistema democratico, dei diritti dell’uomo e della donna, dell’informazione, ecc.), vanno indietro.

Se l’Africa nera nel 1960 esportava cibo e ora importa il 30 per cento del cibo che consuma, anche l’azzeramento del debito estero (più che giusto realizzarlo!) conta poco: se non cambiano le condizioni interne, fra cinque o dieci anni il problema si riproporrà.

Un missionario della Consolata mi diceva pochi anni fa in Tanzania: «Le radici del sottosviluppo africano sono quattro: culture fataliste, mancanza di istruzione popolare, governi corrotti oltre ogni limite, i militari».

Coltivatore di arance in California.
Coltivatore di arance in California (foto AP/G. KAZANJIAN).

Protestiamo quindi contro multinazionali e G8, ma pensare che così aiutiamo i popoli poveri è una pura illusione, che almeno noi cattolici non dovremmo coltivare, per non deresponsabilizzare le élite dei popoli poveri e i nostri giovani pieni di buona volontà. Noi ricchi del mondo – oltre naturalmente all’aiuto economico e alla giustizia internazionale nei commerci e nelle finanze – dobbiamo gettare ponti di comprensione e di educazione vicendevole con i popoli poveri e diversi: i soldi e le macchine non bastano, ci vogliono uomini e donne disposti a dare la vita per gli altri e per la missione della Chiesa. Perché i no-global, e la Chiesa italiana, non fanno campagne nazionali su questi contenuti di chiara identità cristiana e secondo l’esperienza delle Chiese locali e dei missionari?

Ero a Genova nei giorni del G8, ho frequentato lo Stadio Carlini (vicino alla casa del Pime). Parlando con molti, specie giovani, ho detto loro: ammiro le vostre buone intenzioni, ma oltre alla protesta contro i G8 e le multinazionali e alla richiesta di azzerare il debito estero dei Paesi poveri, voi cosa siete disposti a fare di positivo per i poveri del mondo? Rinunziare al superfluo? Donare qualche anno della vostra vita al Sud del mondo? Siete disposti a dare voi stessi a Cristo e alla missione della Chiesa, se Dio vi chiama? La protesta non basta: ci vogliono testimonianze in positivo, come quelle dei missionari e dei volontari laici. Drammaticamente, questi ultimi sono sempre meno numerosi.

Piero Gheddo

    Ordinazione di un sacerdote africano.
Ordinazione di un sacerdote africano
(foto REUTERS/P. COCCO).
  

Nel libro Davide e Golia (San Paolo, 2001, pp. 240, H 13,43), scritto insieme a Roberto Beretta di Avvenire, Gheddo pone in dubbio i luoghi comuni del "terzomondismo", individuando non tanto nell’arretratezza economica quanto in quella dell’educazione l’emergenza dei Paesi poveri. Nato in provincia di Vercelli nel 1929, il religioso è attualmente direttore dell’Ufficio storico del Pime.

Il Manifesto delle associazioni cattoliche ai leaders del G8, con cui polemizza Piero Gheddo, è stato firmato da una quarantina di associazioni e congregazioni religiose, incluso il Pime.

Il testo, partendo dalla premessa che «tutti siamo persone e la vita umana è valore universale», affronta vari temi: guerra, povertà, debito, mercato, lavoro, ambiente, democrazia, scienza.

   Jesus n. 6 giugno 2002 - Home Page
Copyright 2000 - Associated Press Italia Photo Communications. Tutti i Diritti Riservati.
Le informazioni/testi/foto/grafici contenuti nel report di AP News non possono essere pubblicate, diffuse, riscritte o ridistribuite senza il preventivo consenso scritto della Associated Press Italia Photo Communications S.r.l.