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I cortei, le processioni e...
il "Memoriale" di Carlo Borromeo
di Ferruccio Parazzoli
Scrittore
       

   Jesus n. 6 giugno 2002 - Home Page

Non vorrei nemmeno esagerare, ma in questo ormai trascorso mese di aprile ho avuto la sensazione di assistere a un po’ troppi cortei cittadini. È vero che i molteplici, ripetitivi telegiornali, hanno moltiplicato lo spettacolo di modo che i due principali cortei, quello del 16 aprile, giorno dello sciopero generale, e quello per la celebrazione del 25 aprile, più alcuni di contorno come le varie manifestazioni in piazza in preparazione dello sciopero generale e altri, come quelli pro Israele e quelli pro Palestinesi, e altri ancora le cui occasioni ora non ricordo, hanno finito per diventare, reali o virtuali, almeno una ventina. Infatti non ho assistito di persona soltanto ai cortei milanesi, ma ho avuto il bene di partecipare, in video, anche a quelli di Roma, di Bologna, di Firenze e di non so quante altre città italiane, tutti con gli immancabili discorsi, striscioni e variopinte bandiere. Tutto bene, a parte la scia che ogni corteo si è lasciato dietro, come le lumache quando strisciano, di scritte sui muri fino ad altezza d’uomo, spesso assolutamente estranee al tema stesso del corteo, del genere: «La città in fiamme» o «Aborto libero» che con il famigerato articolo 18, di cui proprio non vorremmo più sentir parlare in ogni senso, o con le celebrazioni per l’anniversario della Liberazione, non sembrano aver nulla a che spartire. Ma non è nemmeno di questo che vorrei parlare perché il pensiero che mi era venuto assistendo a tutti quei cortei, era un altro, forse un po’ bizzarro. L’osservazione che, mentre si moltiplicano i cortei civici (ma non sempre civili), sono invece sparite dalle strade cittadine le processioni. È vero che in alcune città, specie nel Sud, si fa quella del Venerdì Santo; qualcosa si fa anche, se non sbaglio, al Corpus Domini, ma attaccati alle mura del duomo cittadino come se si temesse di dare eccessivo fastidio. Per il resto niente. La manifestazione, il corteo, a carattere religioso è scomparso dalle nostre città, specie dalle metropoli. E il traffico cittadino, si dirà, come si può bloccare per ore il traffico cittadino? Lo so, sarebbe una grossa scocciatura per la viabilità, ma che, forse, i cortei civici non lo sono? Eppure nessuno eccepisce in nome del traffico paralizzato, e non vi dico quanto, dal momento che, dal mio osservatorio di Piazzale Loreto, una specie di ottovolante impazzito, posso ammirare la testuggine delle macchine bloccate agli ingressi del piazzale. Quindi, se le processioni non si fanno più, non può essere per non disturbare il traffico, ma per qualche altro motivo. Una sorta di pudore del sacro, un suo essere passato di moda? Timore che la gente non segua più? Mancanza di motivi? Eppure, proprio i motivi ci sarebbero, eccome, dal momento che le processioni si facevano anche per esorcizzare il male o per rendere grazie a Dio per i mali scampati.

A memoria delle antiche funzioni pubbliche di supplica o di ringraziamento, sono andato stasera a ripescare nella mia caotica biblioteca quel tale Memoriale ai Milanesi che Carlo Borromeo rivolse ai suoi concittadini a monito e memoria della pestilenza divampata in Milano nell’estate del 1576 e che infierì fino al gennaio del ’78. Infilati tra le pagine del libro ho ritrovato alcuni miei vecchi appunti che ho riletto con meraviglia, come li avesse scritti qualcuno a me sconosciuto. Accade alle volte di non riconoscersi subito, come quando, per caso, si scorge la nostra immagine passando davanti a una vetrina che la riflette. La conoscenza di noi stessi è estremamente relativa. "Conosci", infatti, è il verbo con cui si apre il Memoriale dopo l’annuncio che la peste è estinta. La conoscenza, il rientro in sé dopo il dolore e il terrore, perfino dopo l’allegrezza dello scampato pericolo, è il principio del ribaltamento di ogni vita. La peste va oltre il concetto di malattia e di morte corporale, ma diventa fin da subito l’oscurità e la servitù, il buio e il dolore, l’angoscia e la vecchia vita. La città travagliata dalla peste è l’immagine dell’anima perduta, la città-anima sotto la mano di Dio. La morte di peste diventa la morte dell’anima. Chi può spiegarsi il Male? La disperazione rende stupidi. «Le tenebre della stupidità» chiama la peste il Borromeo. È sorprendente questa parola nel linguaggio del Memoriale: stupidità. La stupidità è l’ostacolo maggiore alla luce di Dio. Nulla è più lontano da Dio della stupidità. «Non toccate gli imbecilli!», esclamava Bernanos. «L’ira degli imbecilli riempie il mondo». Non conosciamo. Perciò non troviamo rimedio alla nostra disperazione; perciò bussiamo disperati alla porta della scienza per trovare sollievo, perciò chiediamo a medici e fattucchiere di raccontarci la fiaba della nostra anima, così come gli appestati ricorrevano invano alla povera scienza dei loro medici. Solo nella fede ci si salva dalla stupidità, dalla "non-conoscenza"». Chiedo scusa per la digressione ma, nel provvisorio silenzio della notte, mi sono lasciato prendere dalla rilettura del Memoriale e dall’emozione di ritrovare, negli appunti dimenticati, una mia immagine altrettanto dimenticata.

Ferruccio Parazzoli

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