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L’ultimo film di Bellocchio

L’Ora della polemica
di Vittoria Prisciandaro
       

   Jesus n. 6 giugno 2002 - Home Page

I vescovi e una parte del mondo cattolico l’hanno stroncata senza appello. Ma la pellicola che ha rappresentato l’Italia al festival di Cannes ha anche fatto riflettere molti credenti. Che difendono l’autore dall’accusa di anticlericalismo.

Film di grande respiro per alcuni, una banale riproposizione di pregiudizi anticlericali per altri. Su questi binari è corso il dibattito suscitato dall’ultimo film di Marco Bellocchio. L’ora di religione, che ha rappresentato l’Italia a Cannes, è un film di «grandissima spiritualità» secondo Ermanno Olmi, cattolico, regista pluripremiato. Ricorre invece a «stereotipi», pone «tante domande ma dà facili risposte» secondo Massimo Bernardini di Avvenire. La storia di sicuro cattura l’attenzione dello spettatore, soprattutto quello credente; apre una serie di suggestioni che vanno al di là del racconto letterale, e rimanda a riflessioni ulteriori, che forse neanche Bellocchio, che dell’opera è regista e sceneggiatore, aveva immaginato.

La vicenda parla di Ernesto Picciafuoco, laico, pittore, che viene a sapere della canonizzazione della madre quando il processo è ormai nella fase finale. Uccisa anni addietro dal fratello, ora rinchiuso in una clinica psichiatrica, la madre è per Ernesto non un esempio edificante, ma al contrario l’emblema di una religiosità rassegnata, «stupida», incapace di amore. Tanto da contribuire alla pazzia del figlio che poi la ucciderà.

Una scena del film.
Una scena del film.

Intorno all’artista, che si sta separando dalla moglie, ruota "la famiglia", dove tutti, chi per un motivo chi per un altro, curano "l’operazione beatificazione" come un’assicurazione sul futuro, per riportare il nome dei Picciafuoco al rango di un tempo. Il grande assente è proprio Dio. È assente alla mensa dei poveri, che fanno da sfondo all’incontro tra il cardinale ed Ernesto. È assente nelle relazioni calcolate tra parenti. È assente nelle vuote liturgie di un’anacronistica nobiltà. Gli unici che parlano di Dio sono il bambino, il figlio di Ernesto, che nella scena iniziale dà del tu all’Onnipresente, chiedendogli di non essere tale, di lasciargli uno spazio di solitudine. E lo stesso protagonista che, «pur con un certo tremore», dice di non credere.

Bellocchio racconta che il film è nato dal ribaltamento dell’idea di madre «sempre ubbidiente ai doveri, pronta a sacrificare la vita in una normale infelicità quotidiana. Sono stato sollecitato anche dalla moltiplicazione di santi di questo ultimo pontificato».

  • Il protagonista del film dichiara di non credere in Dio, ma alla fine è l’unico che segue la coscienza e abbraccia il fratello malato, rifiutando di fargli violenza. Insomma è quello più "cristiano"...

«Certamente è un uomo coerente. Nel film, che è in parte anche autobiografico, non mi sono posto il problema di essere da una parte o dall’altra. Qualche sacerdote mi ha detto che è un film molto religioso, e per me questa è un’osservazione del tutto inaspettata. La mia è una posizione laica, ma come per il protagonista del film – quando il cardinale gli riconosce un tremore nell’affermazione di ateismo –, certamente c’è qualcosa, forse una condizione di paura. Sarei bugiardo a fare un’ammissione di fede, proprio in nome della coerenza. Certo mi tranquillizza una battuta che avevo inserito, che poi nel montaggio è stata tagliata, in cui il cardinale dice che il giusto anche se non credente può entrare in Paradiso. Un’affermazione del genere, quando ero bambino, sarebbe stata inconcepibile».

Marco Bellocchio con Alberto Mondini e Sergio Castellitto durante la lavorazione.
Marco Bellocchio con Alberto Mondini e Sergio Castellitto durante la lavorazione.

  • Il protagonista dice che la dimostrazione più alta del suo ateismo sarebbe di innamorarsi di una donna. Perché?

«Ernesto contrappone un amore generico per il prossimo, per i fratelli, a uno specifico, verso una persona. L’idea cristiana di amore universale non lo mette in discussione in modo deflagrante, cosa a cui lo costringe invece il rapporto d’amore con una donna».

  • Lei descrive con molta durezza la mensa dei poveri dove avviene l’incontro tra Ernesto e un alto prelato. C’è una carità che offende il povero?

«Non c’è dubbio che questo mondo dissestato abbia bisogno di chi si occupa degli ultimi. Ma non condivido un’assistenza senza trasformazione, che non cambia le situazioni, l’idea che un cambiamento debba essere delegato a un essere supremo. Anche se il secolo passato ha visto fallire tante rivoluzioni, io credo ancora a questo slancio, a questa tensione modificatrice».

  • C’è un silenzio clamoroso del sacro negli ambienti religiosi che lei rappresenta. Che cosa, nella gestione della faccenda religiosa, la turba di più?

«Un aspetto evidenziato è il calcolo, il ragionamento che "la santificazione possa servire", non per il denaro, ma per riportare la famiglia in una posizione di riconoscibilità sociale. Il film non vuole criticare gli aspetti materiali della religione, ma attraverso il personaggio della madre condanna una fede subìta, passiva, che maschera la mancanza di affettività ed è così poco intelligente da generare una catastrofe affettiva».

Alcune scene del film. Magistrale l'interpretazione di Piera degli Esposti (sopra con Castellitto).
Alcune scene del film. Magistrale l’interpretazione
di Piera degli Esposti (sopra con Castellitto).

  • Crede che oggi un non cattolico si senta in Italia minoranza discriminata, come la sensazione che prova il bambino che chiede di fare l’ora di religione?

«Ritengo negativo il problema dei professori di religione, scelti dalle diocesi e poi messi di ruolo, ma non l’ora di religione in sé. Vedo l’esperienza di mia figlia: il primo anno l’ha voluta seguire, il secondo no. Ma non c’è stata nessuna lacerazione con gli altri bambini. Semmai il discorso della religione in Italia è che, nonostante ci sia stata una notevole scristianizzazione, la Chiesa si pone e viene percepita ancora come certezza istituzionale. Per cui pure chi non va a messa comunque battezza i figli, si sposa in chiesa e chiama il prete quando sta per morire».

  • Cosa vuol dire nella vita e nell’arte "esercitare il talento negli spazi inutili e secondari", come dice la ragazza a proposito delle tele di Ernesto?

«È un discorso doppio. Ernesto è un artista non pienamente rivoluzionario perché accetta le forme tradizionali, come i grandi pittori del passato accettavano di rappresentare Cristo e la Madonna, e negli sfondi cerca di conservare una libertà parziale. Lo stesso accade nella sua vita, dove cerca scelte più radicali, alle quali però arriverà nel finale».

Sergio Castellitto con Maurizio Donadoni, che interpreta il cardinale Piumini.
Sergio Castellitto con Maurizio Donadoni, che interpreta il cardinale Piumini.

  • "Il sorriso di mia madre" è il sottotitolo del film. Qual è il rapporto con il sorriso del protagonista?

«È qualcosa che gli sfugge e nel momento in cui gli ritorna l’immagine del sorriso di sua madre, fa corto circuito con il suo. Perché è quella parte cinica e sarcastica, tanto comune agli intellettuali, in cui c’è comunque l’origine di una rassegnazione. È l’ironia come arma degli sconfitti».

  • Chi sono i santi per un laico? Esistono "santi laici"?

«Santi laici è una contraddizione in termini. Certamente ci sono persone che combinano una certa coerenza con una umanità profonda. Sono persone esemplari che, come per i santi della religione, possono essere splendide e del tutto anonime».

Vittoria Prisciandaro

Jacqueline Lustig, la moglie Irene, e Chiara Conti, la misteriosa Diana Sereni.
Jacqueline Lustig, la moglie Irene (spora), e
Chiara Conti, la misteriosa Diana Sereni.
 

Per la Cei, il film è «inaccettabile»

«Il film, dal punto di vista pastorale, è da valutare come inaccettabile, e decisamente fuorviante perché non offre al pubblico gli elementi di equilibrio e di informazione necessari a costruirsi un giudizio proprio»: con queste parole la Conferenza episcopale italiana ha bocciato l’ultima creatura di Marco Bellocchio. Per approfondire la valutazione pastorale del film avevamo chiesto un’intervista a don Dario Viganò, responsabile del Settore cinema e spettacolo della Cei. Don Viganò ha declinato l’invito, anche a nome dei suoi collaboratori, dichiarando che i componenti del suo ufficio fanno comunque riferimento al giudizio riportato sulla scheda compilata dalla "Commissione nazionale valutazione film" della Cei. Sulla scheda in questione il film è così presentato: «Se qualcuno pensava che il dibattito sulla presenza, sul ruolo e sull’importanza dei cattolici e della loro fede nella società italiana di oggi avesse raggiunto alcuni, almeno minimi, punti di incontro e di concordia, questo film ne rappresenta la più netta e decisa smentita. Altro che contributo alla costruzione di un vivere civile più solido, altro che sereno confronto di idee tra uomini e donne rispettosi l’uno dell’altro: il copione scritto da Marco Bellocchio va in una sola direzione, quella di informare lo spettatore che fino a oggi è stato ingannato. Intorno alle cause di beatificazione, dice il regista, esiste da sempre un giro d’affari enorme e su questo la Chiesa punta per ottenere guadagni e perpetuare il proprio potere. Questa affermazione è data come unica e assoluta. Il problema non è che il regista sia ateo o non credente e che sia libero o meno di affrontare gli argomenti che preferisce. È il tono apodittico e antidialettico che lascia perplessi e preoccupati. Non c’è nella vicenda un contraltare, non c’è una voce alternativa: c’è solo una tesi da dimostrare, quella dell’inquinamento che la Chiesa e la religione cattolica hanno portato e continuano a portare nella vita sociale e civile italiana. Come regista e osservatore della cronaca e della storia, Bellocchio mostra di non avere fatto passi avanti da quando, nel 1965, esordì con "I pugni in tasca": la sistematica demolizione dei valori familiari e religiosi resta il suo unico, preferito bersaglio anche nel terzo millennio. Non è confortante pensare che questo sgangherato pamphlet rappresenti il cinema italiano al festival di Cannes, prestigiosa vetrina internazionale». Quanto alla possibile utilizzazione della pellicola, si dice di «evitarla sia in programmazione ordinaria che in altre circostanze».

  

"L’ora di religione" ha suscitato pareri contrastanti sia tra i laici che tra i cattolici.

Marco Lodoli, su Diario, lo giudica come «un delicato cammino intrapreso tra il mondo e il cielo» che però si «ferma alla prima piazzola di emergenza», diventando «la solita invettiva contro il potere». Per Roberto Escobar, del Sole 24 ore, nel film «la volontà d’amore e il desiderio di bellezza trionfano sull’ipocrisia e sul dolore».

Se il giudizio sul film ha creato divisioni, la critica è stata unanime nel giudicare eccellente l’interpretazione del protagonista, Sergio Castellitto. L’attore, che ha interpretato fiction di grande successo, da don Milani a Padre Pio, ha dichiarato: «Credo che L’Ora di religione sia un film moderno nel senso migliore della parola, perché ristabilisce il primato delle relazioni umane su qualsiasi dogma».

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