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Associazioni ecclesiali - L’AZIONE CATTOLICA

Fedeltà e libertà ai tempi della crisi
di Annachiara Valle
       

   Jesus n. 6 giugno 2002 - Home Page

C'è un’icona che riassume il cammino dell’Azione cattolica degli ultimi anni: quella delle donne ai piedi della croce. «Come loro, non abbiamo cercato vie di fuga dal dolore, ma abbiamo scelto di "stare"», dice la presidente Paola Bignardi parlando ai circa 800 delegati all’Assemblea nazionale. «Anche quando la sofferenza era tanta, siamo rimasti radicati nella visione conciliare della Chiesa. Siamo rimasti legati alle nostre comunità anche quando forse non ci hanno capito o quando abbiamo incontrato quei parroci che hanno eliminato l’Ac dalla parrocchia».

Quella delle donne ai piedi della croce non è un’immagine astratta. Dentro c’è tutta la fatica di un’associazione che ha perso in trent’anni 800 mila iscritti, che ha vissuto l’attacco dei movimenti (ricorderete la polemica feroce di Comunione e Liberazione contro Lazzati), che ha visto le incomprensioni con la gerarchia ecclesiastica spingersi quasi fino al punto di rottura, che si è dovuta misurare con una società in continuo mutamento senza riuscire sempre a tenerne il passo o a leggerne i segni e le difficoltà.

Un gruppo di ragazzi partecipa a una marcia per la pace.
Un gruppo di ragazzi partecipa a una marcia per la pace
(foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI
).

Non sono stati anni facili, questi, per l’Ac e forse non lo saranno neanche quelli a venire. Anche se, per la prima volta negli ultimi dieci anni, il numero degli iscritti è tornato a salire, anche se i vescovi le hanno ridato nuova fiducia con la lettera inviata dal Consiglio permanente, anche se l’età media dei presidenti diocesani è scesa considerevolmente, promettendo a tutta l’associazione vivacità e freschezza.

Non sono stati anni facili per l’Ac perché non sono stati anni facili per tutta la Chiesa. Nessuno se lo nasconde, nel corso della 11ª Assemblea generale (Roma, 25-28 aprile) che la presidenza ha voluto intitolare "Con lo sguardo fisso su Gesù, Volto da contemplare, volti da incontrare". «Proprio per il suo speciale legame con la gerarchia», dice Paola Bignardi, «nell’Ac si riflettono problemi e disagi che sono della comunità intera».

Da questo disagio l’Ac riparte. Modificando il suo Statuto, innanzitutto: un percorso lungo, che i delegati hanno scelto di rinviare a un’Assemblea straordinaria da convocare entro un anno. In discussione non ci sono i princìpi fondanti che l’associazione aveva scelto sotto la guida di Bachelet nel 1969 (la famosa "scelta religiosa"). Si tratta piuttosto di dare continuità alle intuizioni di allora, puntando verso una maggiore unitarietà. Un passo ulteriore rispetto alla semplice unione dei quattro rami (Uomini, Donne, Gioventù femminile e Gioventù maschile) da cui nacque l’attuale Ac. E poi si dovranno "alleggerire" le strutture, create quando l’associazione contava su un milione e 200 mila adesioni, per adeguarle a un organismo che conta oggi 400 mila soci.

Ma non è solo questione di strutture organizzative. Guardando indietro, senza fare sconti, alla crisi dell’associazione, i delegati, durante il dibattito assembleare, ammettono la difficoltà di riuscire a ricollocarsi in un tessuto ecclesiale profondamente mutato; di capire come comunicare con i credenti e come mettersi in dialogo con i non credenti. Ammettono le difficoltà economiche e chiedono perdono alla comunità civile per «aver vissuto troppo ripiegati su noi stessi».

Un momento di vita scout.
Un momento di vita scout (foto CATHOLIC PRESS P.)

Guardando in avanti, l’Ac si misura con l’impegno missionario, con la capacità di cercare strumenti e modalità per farsi carico della non fede di tanti, ma anche della "fatica di credere", sempre più avvertita all’interno della stessa comunità ecclesiale.

«Tra quelli che fanno più fatica», dice Romina Ramazzotti, delegata di Ancona-Osimo, «ci sono quelli che per ragioni di studio o di lavoro non possono vivere con costanza nella comunità parrocchiale». «Dobbiamo essere aperti alle nuove culture», incalza Giovanni Pergolese, delegato di Taranto. «Dobbiamo ristudiare la dottrina sociale e accompagnare meglio il lavoro delle Caritas», aggiunge Giovanni Serra, delegato di Cosenza-Bisignano.

Senza cercare iniziative da vetrina, l’Ac ha preso posizione chiaramente su alcuni temi: ecologia, pace, globalizzazione, immigrazione. Sulla politica, pur accettando l’invito dei vescovi a non schierarsi, ha ribadito che questo "non schieramento" non significa neutralità. E ha elencato una serie di questioni sulle quali non prendere posizione equivale a tradire lo stesso magistero del Papa: il primato dell’uomo sul lavoro, lo sviluppo dei popoli, la giustizia sociale, la famiglia.

Lo sguardo dei delegati si è mosso anche verso l’esterno: nel documento finale si parla della costruzione di una Europa che «deve partire da una concezione alta della dignità della persona e da un’idea forte di tolleranza». E grande attenzione c’è stata per il Medio Oriente. Il vescovo di Nazareth, monsignor Marcuzzo, ha ringraziato l’Azione cattolica per l’impegno di questi anni e per l’appello che tutti i presidenti diocesani hanno rivolto a Sharon e ad Arafat perché tornino al tavolo delle trattative.

L'incontro nazionale dei giovani di Ac allo stadio Olimpico di Roma nel 1998.
L’incontro nazionale dei giovani di Ac allo stadio Olimpico di Roma
nel 1998 (foto CATHOLIC PRESS P.
).

Come gesto concreto l’Ac ha istituito borse di studio per gli studenti di Betlemme. La solidarietà con la Terra Santa è anche uno dei tre impegni che l’assemblea chiede a tutti i soci di Ac. Il secondo è «l’impegno costante di conversione, ordinato secondo il Vangelo» e, infine, «un appuntamento di preghiera ogni domenica, affinché l’Ac possa essere nella Chiesa quel dono che la Chiesa si attende».

Analizzata la crisi, messi alcuni dei paletti per il percorso futuro, resta però la traduzione delle parole e delle buone intenzioni in strumenti reali per riqualificare il laicato, ridare fiato alle parrocchie, diventare fermento nella Chiesa e nella società civile. E se la Chiesa dà segni di voler tornare a scommettere sull’associazione, i termini di questa scommessa dovranno però essere declinati meglio, perché non si riproponga l’idea di una associazione semplicemente prona di fronte alla gerarchia o perché, come dice Davide Fiammengo, dell’Ac di Torino, «quella brezza clericale che si respira un po’ ovunque non prenda il sopravvento su una genuina identità laicale».

«So che voi ci siete», si sono sentiti dire dal Papa i delegati, «anche quando la vostra presenza preferisce i modi discreti del confondersi tra il Popolo di Dio nel servizio umile e quotidiano». Parole incoraggianti, dice Paola Bignardi, perché «riconoscono all’Ac quella fedeltà di cui si diceva, la fedeltà delle donne sotto la croce. I discepoli, per esempio, non ci sono. Non perché abbiano tradito, semplicemente hanno cercato altri modi e altre ragioni per vivere. I mutamenti portano sempre sofferenza. Si può scegliere di non vivere fino in fondo questi processi, di sottrarsi o di chiudersi in sé stessi. Noi abbiamo scelto la strada che hanno scelto le donne sotto la croce. Loro sono rimaste perché amano: se il Signore muore, anche loro, dentro, sono già morte. Stanno per la loro debolezza. Ma il loro restare è anche il segno della "forza" del loro legame: forte e debole come l’amore. Per questo sono le prime a vivere il mattino di Pasqua. Questa è anche la scelta dell’Ac ed è lo spirito con il quale si affronteranno gli anni futuri».

a.v.
    

L’assemblea della Cei di fine maggio ha riconfermato alla guida dell’Azione cattolica per i prossimi tre anni Paola Bignardi (nella foto sotto). I vescovi hanno scelto la Bignardi in una terna di nomi che è stata proposta ai vescovi dal Consiglio nazionale dell’Ac. Gli altri erano Franco Miano e Luigi Alici.

Paola Bignardi.

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