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Tra
pochi giorni, il 16 giugno, Roma sarà lo scenario di quello che la stampa
ha già definito come uno tra i maggiori eventi mediatico-religiosi di
questo pontificato: la canonizzazione di padre Pio da Pietrelcina. Si ha l’impressione
che, in vista di questa giornata, l’adrenalina pseudo-mistica di
giornali e televisioni sia già schizzata alle stelle. Si intervista il
prefetto di Roma per fargli dire che la capitale è pronta ad accogliere
la marea di pellegrini che inonderanno le vie limitrofe al Vaticano. Ci si
esercita a stimare il numero di persone, auto, pullman e treni speciali
che ingolferanno la città. Da San Giovanni Rotondo rimbalza la notizia
che un centinaio di persone avrebbe visto in una grotta l’immagine dello
"stimmatizzato del Gargano" impressa sulla roccia. E il dono
delle stimmate avrebbe anche varcato l’oceano: ne sarebbe destinatario,
a Brooklyn, un prete di origini croate, che migliaia di fedeli già
acclamano come il nuovo padre Pio. A completare il quadro ci si è messo
– e non da oggi – il conduttore Piero Vigorelli che, con il suo
programma Miracoli, su Retequattro, ha trattato la storia del
cappuccino pugliese come se fosse un episodio della saga di X-Files. E ha
schiacciato talmente il piede sull’acceleratore dei prodigi
fantascientifici da spingere il quotidiano Avvenire a commentare
che Miracoli «è l’unica trasmissione religiosa dopo la quale si
preferirebbe essere agnostici».
Troppo spesso, inseguendo
scorciatoie, si finisce per identificare l’immagine di padre Pio più
vicino a quella di un taumaturgo che alla figura del mistico capace di
riannodare con la sua umile testimonianza il filo del dialogo con Dio.
Troppo spesso, e da troppi, il frate di Pietrelcina è stato ridotto a un
santino da tenere sul calendario o sul cruscotto della macchina come un
amuleto... Padre Pio è – deve essere – invece qualcosa di più di un’icona
dello "straordinario". Grazie alla sua vita – consumata
essenzialmente nella preghiera – tutti siamo chiamati a riscoprire che
il centro della testimonianza cristiana è l’amore disarmato, che la
misericordia non è un accessorio. Il "frate che prega", come
amava definirsi – e che tutti, anche dopo il 16 giugno, continueremo a
chiamare semplicemente e confidenzialmente "Padre Pio" –, ci
dice che Dio vuole essere riconosciuto nel labirinto intricato della vita.
Sull’inginocchiatoio, sull’altare, nel confessionale, padre Pio ha
saputo stare in ascolto delle sofferenze e delle attese della gente umile
del suo tempo. È la lezione che lascia alla Chiesa di oggi, chiamata a
condividere, come leggiamo nella Gaudium et spes, «le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri
soprattutto e di tutti coloro che soffrono».
Vincenzo Marras |