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La Chiesa in Polonia

OMBRE sul futuro
di Vittoria Prisciandaro
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page

Nonostante il calo di fiducia nei confronti dei vertici della Chiesa (aggravata dal recente scandalo che ha coinvolto il vescovo di Poznan, accusato di pedofilia), i polacchi restano un popolo molto credente. Il mondo cattolico, però, deve fare i conti con un eccesso di spiritualismo e con uno scarso protagonismo del laicato, gigante dormiente.

È vestita di nero, infagottata come le vecchie contadine dei paesini del nostro Meridione. Su un banchetto improvvisato sotto gli ultimi fiocchi di neve vende formaggi di Zakopane. Dai pascoli ai piedi dei monti Tatra ha raggiunto Cracovia e la speranza di qualche buon affare. Ogni mattina è lì, su via Florianska, tra la porta trecentesca nelle antiche mura e la piazza principale, il Rynek Glówny. Sull’altro marciapiede, tra caffè ed edifici storici, accanto ai negozi di lusso, qualcuno aspetta clienti per vendere oro al mercato nero.

La Polonia che vuole entrare in Europa deve fare i conti anche con loro, i poveri, che crescono di pari passo con i successi dell’economia. «Anche noi siamo intervenuti troppo tardi», ammette il vescovo Tadeusz Pieronek, ex segretario della Conferenza episcopale e oggi rettore dell’Accademia teologica di Cracovia, facendo riferimento alla lettera sulla disoccupazione pubblicata lo scorso anno dai vescovi polacchi. La liberalizzazione economica, aggiunge padre Adam Boniecki, direttore del settimanale di Cracovia Tygodnyk Powszechny, «ha avuto un effetto distruttivo: la classe governativa non ha saputo gestire la situazione e chi è arrivato al potere ha pensato solo ad approfittarne».

(foto AP/A. KEPLICZ).
(foto AP/A. KEPLICZ).

L’emergenza povertà ha fatto fiorire centinaia di iniziative nel mondo cattolico, coordinate per lo più dalla Caritas, chiusa nel 1951 e rinata dieci anni fa. Oggi la rete capillare di aiuti, grazie anche ai benefattori stranieri, spazia dalle mense alle case per anziani, dall’assistenza alle donne in difficoltà a quella per i minori. Tutti servizi che, però, restano sul piano dell’assistenza.

Se si guarda alle diverse facce della Chiesa polacca, quella che sembra mancare è un laicato che accompagni l’azione sociale e politica con l’analisi e la denuncia delle cause dell’ingiustizia. Certo, proliferano le riviste di qualità, cresce il numero dei laici che studiano teologia, e i gesuiti si accingono ad aprire «un istituto universitario che unisca la formazione delle varie forze sociali alla riflessione e alla ricerca», spiega il superiore della provincia meridionale, padre Adam Zak. Al momento, però, predominano «i laici clericali e i preti che vogliono essere laici», sintetizza in una battuta monsignor Pieronek.

Monsignor Tadeusz Pieronek.
Monsignor Tadeusz Pieronek (foto PERIODICI SAN PAOLO/F. TAGLIABUE).

Le ragioni del diffuso clericalismo sono complesse e hanno radici nella storia del Paese. «Durante il comunismo si cercava di difendere i laici», dice Boniecki, che è il primo religioso a dirigere Tygodnyk Powszechny, giornale famoso per le sue battaglie in nome della libertà ai tempi del regime filo-sovietico. La non "esposizione" dei laici ha finito con il concentrare tutte le responsabilità sulle spalle dei sacerdoti. Così oggi il laicato «è un grande gigante dormiente», secondo Zak. E svegliarlo non sarà un’operazione indolore: i sacerdoti dovranno cambiare il modo di concepire il ministero e i laici dovranno accettare quell’«infelice dono della libertà», come l’ha definito il teologo Jozef Tischner, amico intimo del Papa.

Una delle facce più vivaci del laicato polacco si esprime nella ricerca di una vita spirituale e comunitaria significativa. Non si tratta, avverte padre Zak, di voglia di fuga dal mondo. Il grande successo degli esercizi ignaziani, con liste di attesa lunghe un anno, e il fiorire dei movimenti ecclesiali si spiegano con «il bisogno di esprimere la propria soggettività di fronte a Dio e in relazioni interpersonali trasparenti, cosa che per anni è stata negata dal regime».

Il primate polacco Józef Glemp (a destra) con monsignor Juliusz Paetz, arcivescovo di Poznan.
Il primate polacco Józef Glemp (a destra) con monsignor Juliusz Paetz, 
arcivescovo di Poznan, recentemente accusato di pedofilia. Il Vaticano 
ha affermato di star seguendo il suo caso «con molta attenzione».
(foto AP/B. PRZYBYL
).

In questo clima, la politica «viene percepita come una minaccia, più che come via cristiana di impegno nel mondo». Un giudizio su cui pesa anche il cattivo esempio dei cosiddetti cattolici coinvolti nei partiti. «L’esperienza di Solidarnosc è stata interessante. Ma la seconda generazione non ha avuto nulla a che fare con la prima, si è preoccupata di guadagnare potere e soldi. Il cattolicesimo è diventato solo un’etichetta», dice monsignor Pieronek. I laici "conciliari", le teste pensanti di Solidarnosc, «come corrente politica hanno perso», aggiunge Zak. Il gesuita fa riferimento agli intellettuali legati ai club cattolici, come l’ex primo ministro Mazowiecki: «Hanno pensato che la verità attrae di per sé, in forza del suo splendore. È vero, ma non basta. Nei grandi processi storici occorre coesione e comunicazione con le masse. Questo è mancato».

Era inevitabile che dopo il 1989 il grande movimento etico che aveva dato vita all’esperienza di Solidarnosc si dividesse, ma il problema è stato il come: «Ci si è divisi gli uni contro gli altri, una grande umiliazione per la Polonia. Oggi è l’ora dei populisti».

(foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).
(foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).

Un parere ampiamente condiviso: «I politici che si dicono cattolici non hanno una formazione adeguata, sono ambiziosi e guardano al proprio particolare», dice senza mezzi termini padre Andrej Koprowski, superiore dei gesuiti della provincia di Varsavia e coordinatore dell’Ocipe, l’ufficio della Conferenza episcopale polacca per le iniziative europee. Proprio in questa veste Koprowoski si è trovato più volte in contrasto con i cattolici fondamentalisti, che hanno fatto dell’antieuropeismo il loro cavallo di battaglia.

Una delle espressioni più forti dell’ala tradizionalista è rappresentata da Radio Maria. L’emittente dei padri redentoristi in terra polacca ha una chiara connotazione politica, conta milioni di ascoltatori, edita il quotidiano Nasz Dziennik, ed è legata a un gruppo politico, la Lega delle Famiglie polacche (Lpr), che in Parlamento ha raccolto il 7,87% dei voti. «Quando prega, Radio Maria fa del bene, ma in politica è su una strada sbagliata», dice Pieronek. «Mostra una fede tradizionalista, piena di paure, chiusa, aggressiva. Dobbiamo difenderci mani e piedi da un cattolicesimo di questo tipo».

Il primo ministro Leszek Miller.
Il primo ministro Leszek Miller (foto AP/R. BOWMER).

Un’opinione, questa, espressa già qualche anno fa dal primate polacco, il cardinale Glemp, ma non condivisa da alcuni vescovi, che temono la minaccia di un Occidente senza-Dio. «Radio Maria risponde al bisogno psicologico del 20 per cento dei polacchi, che sono xenofobi e vedono l’Unione europea come un complotto liberal-ebraico-massonico contro le radici cristiane dell’Europa e l’identità nazionale della Polonia», aggiunge Adam Boniecki.

A breve, comunque, anche sulla scia dei pronunciamenti del Pontefice, dovrebbe uscire un comunicato della Conferenza episcopale a sostegno delle ragioni dell’Europa unita, seguito da una nota pastorale più approfondita. La scelta pro-Unione dell’episcopato ha di certo facilitato i rapporti con il governo e messo nell’angolo gli anticlericali storici. Le vecchie accuse di privilegio sono andate cadendo a partire dal 1999, quando «la firma del Concordato ha portato la pace tra Stato e Chiesa», dice Pieronek, che ha guidato la commissione per la stesura del patto e oggi è nel Comitato per la sua attuazione.

La parrocchia del Cuore Immacolato di Maria a Zakopane, consacrata da Giovanni Paolo II nel 1997.
La parrocchia del Cuore Immacolato di Maria a Zakopane, consacrata
da Giovanni Paolo II nel 1997 (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI
).

Sempre a proposito di Unione Europea, i sondaggi rivelano che tra gli europeisti più convinti ci sono i preti. Una classe forte, in una nazione che non soffre la crisi di vocazioni che attraversa gli altri Stati europei. Eppure un sondaggio, realizzato dal sociologo Josef Baniak su 320 sacerdoti che hanno lasciato il ministero, ha messo in luce alcuni indicatori interessanti. La maggior parte degli intervistati ha indicato tra le cause dell’abbandono il desiderio del matrimonio, la crisi della vita spirituale, il mancato apprezzamento sociale per il ruolo e, per i religiosi, la delusione suscitata dalla vita comunitaria. «Tre quarti degli intervistati rientrerebbero se fosse possibile rinunciare al celibato», commenta padre Waclaw Oszajca, direttore del mensile Przeglad Powszechny, che ha pubblicato l’inchiesta. «Non ci sono ricerche che dicono se si tratti di un fenomeno in crescita. Di certo, la classe dei preti va invecchiando e il loro ruolo cambia», dice Oszajca. Mentre in passato il sacerdote occupava una posizione di prestigio («In alcune zone della Polonia è ancora una sorta di principe, troppo ufficio e poca comunione», chiosa monsignor Pieronek), in una società sempre più pluralista diminuisce «lo status economico e l’autorevolezza la si conquista sul campo», conclude padre Oszajca. Sarà dunque tra qualche anno che si vedrà se la formazione nei seminari e negli ordini religiosi sarà riuscita a dare risposte alle nuove domande.

Padre Adam Boniecki.

Nosowski Zbigniew.

Padre Adam Boniecki (foto PERIODICI
SAN PAOLO/G. GIULIANI).

Nosowski Zbigniew (foto PERIODICI
SAN PAOLO/V. PRISCIANDARO).

In sintesi, si potrebbe dire che oggi sono due le sfide che interpellano la Chiesa polacca. La prima, rivolta a laici e preti, è acquisire «la coscienza del noi», come dice il sociologo Zbigniew Nosowski, direttore del mensile cattolico Wie Z. Si sperava che il Sinodo nazionale, aperto nel ’91 e chiuso nel ’99, desse una mano, ma «non ci hanno lavorato né i vescovi né i preti», commenta monsignor Pieronek, che del Sinodo è stato segretario. Qualcuno accenna a un evento calato dall’alto, un altro riferisce il giudizio espresso da un prelato in chiusura: «Seppelliamo un cadavere che non è mai nato». Alla fine, secondo Pieronek, il Sinodo ha partorito dei documenti «non entusiasmanti, ma in linea con il Concilio, che hanno il merito di illustrare cosa pensa l’episcopato polacco su alcune questioni».

I vescovi polacchi durante la cerimonia con cui, il 27 maggio 2001, hanno fatto un mea culpa per l’eccidio di ebrei compiuto dai loro connazionali nel 1941.
I vescovi polacchi durante la cerimonia con cui, il 27 maggio 2001, 
hanno fatto un
mea culpa per l’eccidio di ebrei compiuto dai loro connazionali 
nel 1941. Per decenni, le responsabilità erano state "coperte" attribuendo
i massacri ai nazisti tedeschi (foto AP/C. SOKOLOWSKI
).

La seconda sfida è l’approfondimento della fede. Nei sondaggi, il numero di coloro che si dichiarano cattolici praticanti, infatti, è ancora molto alto, ma «solo la metà lo è in maniera consapevole. L’altra metà lo è per tradizione. E bisogna lavorare per non perderla», dice Nosowski. Una recente inchiesta fissa la porzione dei fedeli al 46% della popolazione; arriva al 30%, invece, quella fatta dall’istituto di statistica della Chiesa polacca. «I risultati concordano nel dire che con la democratizzazione il numero dei "domenicantes" non è cambiato. E il sentimento religioso, che per i polacchi è qualcosa di molto intimo, resiste a dispetto della scarsa fiducia nell’istituzione», spiega Nosowski.

Un altro dato costante dei sondaggi, infatti, è che i due terzi degli intervistati sono convinti che la Chiesa abbia troppo potere. «Oggi è uno stereotipo infondato, ma è nato negli anni ’90 quando, freschi di libertà, abbiamo dovuto tutti metterci alla scuola della democrazia, vescovi compresi». In quel periodo alcuni passi falsi – una lettera anonima su carta della Conferenza episcopale che raccomandava ai parroci alcuni candidati "doc", episodi di indebite pressioni sul governo da parte di singoli vescovi – hanno generato sospetti che ancora resistono. Questo elemento spiega il calo di fiducia nella Chiesa-istituzione.

Una bambina in costumi tradizionali.

La Piazza del mercato a Cracovia.

Una bambina in costumi tradizionali
(foto PERIODICI SAN PAOLO/
G. GIULIANI
).

La Piazza del mercato a Cracovia.
(foto PERIODICI SAN PAOLO/
G. GIULIANI
).

«Agli inizi degli anni ’90 la Chiesa aveva il monopolio della fiducia. Dopo gli errori commessi, nel ’93 è scesa al 43%. Da allora è risalita di nuovo al 60-70% . Oggi, però, dopo la vicenda del vescovo di Poznan, temo ci sia un nuovo crollo». Nosowski fa riferimento alla notizia che il 23 febbraio ha sconvolto tutte le anime del cattolicesimo polacco: le molestie sessuali che monsignor Juliusz Paetz avrebbe fatto ad alcuni seminaristi. La gente è scesa in piazza, chiedendo chiarezza e trasparenza. La vicenda, si dice, è stata gestita male, con lentezza, sia dalla Conferenza episcopale che dal Vaticano. «La stampa ha già condannato Paetz, senza processo», commenta monsignor Pieronek. «Se questa vicenda fosse vera, sarebbe una ferita profondissima. Nei panni del Papa dimetterei subito il vescovo, perché da un punto di vista pastorale non è opportuno che permanga. Il solo dubbio non permette di lavorare con serenità».

Vittoria Prisciandaro

(foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI)
(foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).
   

Auschwitz terra di silenzio

Si chiama "Centro per il dialogo", ma la prima lezione che insegna è il silenzio. Sorge a Oswiecim, ribattezzata dai nazisti Auschwitz, a pochi metri dal primo campo di concentramento, e a un chilometro dal lager di Birkenau. Lo ha voluto dieci anni fa il cardinale di Cracovia, Franciszek Macharski, in accordo con diversi vescovi d’Europa. Un luogo di incontro, riflessione e preghiera, con la possibilità di pernottamento, di visite guidate e incontri con i sopravvissuti. «Qui è difficile parlare di dialogo, Don Manfred Deselaers (foto PERIODICI SAN PAOLO/V. PRISCIANDARO).perché si incontrano identità ferite», dice don Manfred Deselaers, uno dei due responsabili del Centro. È tedesco di Aachen, e ha chiesto alla sua diocesi di essere impiegato in questo servizio «come segno di riconciliazione». Manfred parla di ciò che Auschwitz può evocare agli occhi dei diversi visitatori. Per i polacchi, che in migliaia vi furono deportati, è segno di umiliazione ma anche di un amore che vince l’orrore, nella testimonianza di padre Kolbe. Per gli ebrei icona della volontà di distruzione del popolo di Israele, nell’Europa cristiana. Per i tedeschi è il segno della colpa. «Per questi motivi è difficile dialogare. Qui si può soltanto partire dal silenzio, dall’ascolto di questa terra, di questa storia. Di ciò che dice a noi stessi e poi all’altro». Lui qui ha capito che il grido di Gesù in croce, "...perché mi hai abbandonato" «è l’espressione più forte della vicinanza di Dio».

vi.pri.

Un uomo in costumi tradizionali.
Un uomo in costumi tradizionali (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).
  

La Polonia ha una popolazione di circa 40 milioni di abitanti. Sono circa 13 milioni i polacchi residenti all’estero. Il 93 per cento della popolazione si dichiara cattolica. La Polonia è stata accolta in seno alla Nato nel 1999. Il prossimo anno dovrebbe tenersi il referendum nazionale per l’ingresso nell’Unione europea, che dovrebbe avvenire nel 2004 o nel 2005. 

Il Papa dovrebbe recarsi in pellegrinaggio in Polonia il prossimo agosto. La notizia è stata data dallo stesso Pontefice il 28 febbraio, quando ha ricevuto in udienza il presidente polacco Alexander Kwasniewski. L’ottavo viaggio di Giovanni Paolo II nella sua terra dovrebbe toccare Cracovia, Czestochowa, Kalwaria e Zakopane.

Il Centro di dialogo e preghiera a Oswiecim è, secondo il Papa, una delle «iniziative emerse dalle idee del Concilio Vaticano II, che servono a promuovere il dialogo tra ebrei e cristiani». Il Centro, che sorge vicino al museo Auschwitz-Birkenau, dispone di 50 posti letto, ristorante, campeggio e aula conferenze. Per informazioni: http://www.centrum-dialogu.oswiecim.pl, tel. 0048/33/84.31.000.

«Domandiamo perdono per quelli di noi che hanno mostrato disprezzo verso fedeli di altre confessioni o che hanno tollerato l’antisemitismo»: è il mea culpa fatto due anni fa dai vescovi polacchi che hanno chiesto ai cattolici di «restaurare e approfondire la solidarietà cristiana con il popolo di Israele», riconoscendo che «durante la Shoah accanto a numerosi polacchi che hanno salvato gli ebrei, ci sono stati anche i nostri peccati di indifferenza e ostilità».

Le ultime elezioni in Polonia sono state vinte, il 24 settembre 2001, dall’Alleanza della sinistra democratica e dall’Unione del lavoro. Il 19 ottobre Leszek Miller è stato nominato primo ministro, al posto dello sconfitto Jerzy Buzek, espressione di Solidarnosc. Miller, che militava nel Partito comunista sciolto nel ’90, con il presidente Kwasniewski è stato tra i fondatori dei socialdemocratici polacchi.

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