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Le cime DELL’INFINITO
di Gianfranco Ravasi
Biblista e teologo
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page

Le vette, al pari delle colline, che appaiono tanto maestose quanto più sono isolate in ampie pianure, hanno assunto un simbolismo negativo e idolatrico anche nella Bibbia. A quelli negativi (che saranno spazzati via dal giudizio divino) fanno però riscontro i monti santi come quello, celebre, delle Beatitudini.

«Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari...». Chi non ricorda questo struggente addio ai monti del Lecchese che Manzoni ci ha lasciato nei Promessi sposi? La copertina del volume I monti di Dio. Il mistero della montagna tra parola e immagine, di Gianfranco Ravasi (San Paolo, 2002, pp. 128, € 23,24).Anche noi ora ci interesseremo di questa realtà, la montagna, così incombente nelle pagine bibliche: pensiamo solo all’Ararat, il monte di Noè, al Moriah ove Abramo conduce il figlio Isacco per immolarlo secondo lo sconcertante ordine divino, al Sinai e al Nebo, i due monti di Mosè, al Carmelo sul quale si celebrò l’ordalia di Elia (1Re 18), al celeberrimo Sion di Gerusalemme, e poi ai monti cristiani, da quello delle Beatitudini a quello della Trasfigurazione, dal monte della Tentazione al Golgota-Calvario sino al monte degli Ulivi, che segna la congiunzione tra terra e cielo con l’ascensione di Gesù.

Sì, perché la montagna è in tutte le religioni proprio il simbolo della trascendenza – che è immaginata sempre in alto (anche se in realtà essa è semplicemente "oltre" tutto ciò che è creato e limitato) –, dell’infinito e dell’eterno, sulla base probabilmente della "stazione eretta" dell’uomo che ha all’apice la parte più nobile, la testa. Così, fin dalle più remote forme di religiosità la verticalità dei monti, le cui vette penetrano nei cieli e sono avvolte dalle nubi come da un manto di mistero, diventa il simbolo del divino. Non per nulla uno dei più antichi modelli di tempio, la ziqqurrat mesopotamica, è delineato sulla mole di una montagna sacra: i vari gradoni segnano l’ascesa alla cima ove risiede il tempietto della divinità, accessibile solo ai sacerdoti. Ed ecco, in parallelo, i vari monti santi, dal Sion ebraico all’Olimpo greco, dal Fujiyama giapponese al Safôn dei cananei, gli indigeni della Terra promessa, e così via. È curioso notare che uno dei titoli più arcaici di Dio nella Bibbia è El-Shaddaj, cioè "Il Dio della montagna".

Ma perché vogliamo ora evocare questo simbolo? Molti lettori ne avranno già notizia: il 2002 è l’Anno internazionale della montagna. Proprio per questa occasione ho deciso di preparare un volume, riccamente illustrato, per presentare – sotto il titolo I monti di Dio (San Paolo, pp. 128, H 23,24) – non solo quella dozzina di montagne bibliche che sono più note ma anche una vera e propria storia e teologia della montagna secondo le Scritture. Non voglio ovviamente riassumere ora quanto ho scritto in quelle pagine né tanto meno cercare di tracciare un profilo generale del valore simbolico che riveste il monte: solo per fare un esempio molto intrigante e moderno, si legga lo stupendo romanzo di Thomas Mann (1924), La montagna incantata, ambientato nel sanatorio di Davos in Svizzera, parabola di una crisi personale ed epocale. Vorrei solo proporre due modelli antitetici di montagna.

La vera catena montuosa del Sinai, nella penisola egiziana.
La vera catena montuosa del Sinai, nella penisola egiziana
(foto PERIODICI SAN PAOLO/L. RIVA
)

Da un lato, ci sono le "alture", in ebraico bamôt, che sono sistematicamente denunziate dalla Bibbia come sedi di santuari cananei, legati ai culti della fertilità (ma talora anche luoghi di culto israelitico). Sono centinaia i passi biblici in cui si condannano questi colli, a partire dallo stesso Salomone che dedicò un santuario al dio dei Moabiti Camosh e un altro per il dio degli Ammoniti Milcom «sul monte che è di fronte a Gerusalemme» (1Re 11,7), imitato poi dai suoi successori e dai sovrani del regno settentrionale di Samaria. Noi ci accontenteremo ora di illustrare questo simbolismo negativo e idolatrico della montagna con un testo curioso e, a prima vista, neutro, anzi legato al monte santo per eccellenza, il Sion. Si tratta dell’avvio del secondo "canto delle ascensioni", il Salmo 121 (120): «Alzò gli occhi verso i monti: da dove verrà il mio aiuto? Il mio aiuto è dal Signore che ha fatto cielo e terra».

L’orante leva lo sguardo implorante "verso i monti" e pronunzia una domanda: «Da dove verrà il mio aiuto?». Ebbene, molti esegeti pensano che in questa scenetta apparentemente scontata ci sia proprio un rimando polemico alle "alture" idolatriche. L’orante sarebbe tentato di rivolgere il suo appello (e i suoi piedi) verso i santuari dei colli cananei ove si ergono stele e pali sacri, segni del dio Baal, la divinità della fecondità e della fertilità. Sarà forse lui a offrire l’aiuto atteso? La risposta del Salmista è netta: «Il mio aiuto è dal Signore», il creatore del cielo e della terra, sorgente di ogni dono di vita. Si tratta di una professione di fede "jahvistica" di impronta liturgica (è entrata anche nella liturgia cattolica: Audiutorum nostrum in nomine Domini qui fecit caelum et terram) che rimanda implicitamente all’altro monte santo, l’unico vero per Israele, il Sion, «altura stupenda, gioia di tutta la terra..., capitale del gran Re» (Salmo 48,3).

Una miniatura raffigurante Mosè che prega sul Sinai.
Una miniatura raffigurante Mosè che prega sul Sinai
(foto PERIODICI SAN PAOLO/L. RIVA).

D’altro lato, ai monti negativi che saranno spazzati via dal giudizio divino, si oppongono i monti santi. Tra questi ne scegliamo uno che è, in realtà, più simbolico che topografico. Alludiamo al "Monte delle Beatitudini", che è attualmente identificato in una collina che domina il lago di Tiberiade e che è sede di un noto santuario cristiano, eretto nel 1937.

In verità parte del discorso che Matteo ambienta proprio su un monte (5,1) è collegato da Luca (6,17) a un "luogo pianeggiante". Considerata la qualità "programmatica" e da "Magna Charta del cristianesimo" del discorso che viene presentato da Matteo, quella montagna è molto più simbolica che storico-geografica. L’evangelista vuole, infatti, evocare il Sinai della rivelazione mosaica; Gesù diventa così la Torah vivente che assume la prima legge di Mosè, non la abolisce ma la porta alle sue estreme conseguenze, la radicalizza, la esalta perché raggiunga la "pienezza": «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per portare a pienezza» (il verbo greco usato, pleroum, non è tanto un "compiersi" quanto un fiorire in totalità e pienezza assoluta).

Si apre così nei capitoli 5-7 di Matteo il Discorso della Montagna, il primo dei cinque che costellano quel Vangelo: «Chi non lo ha mai letto», affermava lo scrittore francese François Mauriac, «non è in grado di sapere che cosa sia il cristianesimo». E le Beatitudini con cui il discorso si apre (5,3-10) sono forse la pagina più alta e impressionante di Matteo.

Un'imponente catena montuosa asiatica.
Un’imponente catena montuosa asiatica (foto REUTERS/C. CORTES).

In otto sentenze solenni e paradossali vengono proclamati makàrioi, cioè beati, felici, proprio gli infelici e gli sconfitti della storia. Una nona beatitudine («Beati voi quando vi insulteranno...») è un’aggiunta dell’evangelista, stilisticamente differente, destinata a commentare l’ottava beatitudine. È evidente la proposta di Gesù: si ha la gioia non vincendo o possedendo o compiendo alcune opere di successo, ma adottando un atteggiamento radicale di donazione e di distacco, come si evince dalla prima e dalla quinta beatitudine («Beati i poveri di spirito... Beati i puri di cuore...»).

Esse coinvolgono "spirito" e "cuore": nel linguaggio biblico questi vocaboli non significano intimità o vaga spiritualità, bensì una scelta che si radica nella profondità della coscienza e si ramifica in tutto l’essere e l’agire del fedele. Ciò che Gesù esige dal cristiano (il "discepolo" e non solo dall’"apostolo") è una tensione totale e assoluta e non una sequenza di atti religiosi e caritativi: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste» (5,48). Nella stessa linea procedono le successive "antitesi" (5,21-48), definizione comune ma non felice. Infatti, come ha scritto lo studioso David Daube, «la relazione tra le due parti dello schema – "Avete udito che fu detto agli antichi... ma io vi dico..." – non è di puro contrasto. Il secondo elemento dell’antitesi vuole rivelare il senso profondo racchiuso nel primo, anziché sopprimerlo». Gesù, dunque, assume l’antico comandamento biblico, ne rifiuta l’interpretazione riduttiva e letteralista e ne mostra la potenza radicale qualora esso sia assunto nel suo significato profondo, nella sua spiritualità autentica.

Al cristiano non deve bastare l’osservanza circoscritta del precetto decalogico "Non uccidere!", ma deve impegnarsi nella cancellazione di ogni "desiderio" (in senso forte di progetto, macchinazione, decisione): si può, infatti, compiere adulterio anche senza giungere, forse per motivi estrinseci, a commetterlo realmente ma solo attuandolo con il cuore, con le scelte e con una programmazione coerente e cosciente di tradimento. Il matrimonio è concepito da Gesù come atto di donazione totale, nello spirito primordiale del progetto divino (Genesi 2), ed è per questo che egli esclude il ripudio. Il giuramento era la forma più alta di attestazione della verità e quindi era inviolabile, come suggeriva il comandamento decalogico "Non pronunziare falsa testimonianza". Gesù va oltre ed esige, nello spirito profondo del precetto biblico, la sincerità costante e assoluta.

Il profeta Abacuc, in questa miniatura del XIV secolo, parla con Dio stando in cima a un monte, come Mosè.
Il profeta Abacuc, in questa miniatura del XIV secolo, parla con Dio
stando in cima a un monte, come Mosè (foto PERIODICI SAN PAOLO/L. RIVA
).

La legge del taglione ("occhio per occhio, dente per dente") era una norma di giustizia distributiva. Gesù la conduce sino alla logica del perdono. E, infine, l’amore per il prossimo, che nella tradizione era ancorato al proprio orizzonte razziale o socio-culturale, viene spogliato di ogni riserva, condizionamento e confine per allargarsi, com’è nella sua natura, a tutti, anche ai nemici.

Con le Beatitudini e con queste sei "antitesi" il monte simbolico di Matteo rivela il vero significato delle montagne sacre, come lo era il pur reale Sinai. Sono il segno dell’infinito, della pienezza, della tensione verso il divino a cui siamo chiamati. Quel Gesù che si leva sul nuovo Sinai delle Beatitudini è, come curiosamente diceva Martin Lutero, un Mosissimus Moses, cioè un Mosè estremo nella pienezza della rivelazione divina. E anche il cristiano diventa, seguendone la via tracciata, l’Israele vero e genuino che ascolta la Parola e la compie con pienezza.

Gianfranco Ravasi
    

In occasione dell’Anno internazionale della montagna nei principali luoghi di villeggiatura alpini e nelle città dove la tradizione montanara è più viva sono stati organizzati incontri e manifestazioni che onorano la cultura alpestre. Trentino-Alto Adige, Lombardia e Valle d’Aosta sono le regioni più coinvolte nelle celebrazioni, come risulta nel sito internet www.planetmountain.com

Il vero significato delle montagne sacre è quello indicato dall’evangelista Matteo nel Discorso delle beatitudini, le sei antitesi: "Beati i poveri di spirito, beati i puri di cuore...". I monti allora assumono quella fortissima valenza simbolica che diventa, in realtà, il segno dell’infinito, della pienezza, della tensione verso il divino a cui tutti, indistintamente, siamo chiamati.

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