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Dossier.

Beffe sugli integralismi
di Luciano Scalettari
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page

«Lei crede in Dio? "Mah, credere è una parola un po’ forte, diciamo che lo stimo!". È la battuta più irresistibile, di buon gusto, gradevole, che ricordi su Dio. Un esempio di intelligenza, ironia, efficacia comica. Con questa freddura Walter Fontana vinse un concorso sulla battuta del secolo, un po’ di anni fa. Tra l’altro, la seconda classificata è ancora molto attuale: "La legge è ugualeLella Costa. per tutti". Gli italiani che votarono la considerarono un divertente motto di spirito».

Lella Costa, attrice e autrice amante della satira, si dice un po’ timorosa di fronte all’argomento: «La mia posizione assolutamente laica», dice, «m’incute un grande rispetto riguardo al ridere di Dio. Mi chiedo, piuttosto, se si è mai potuto ridere di Dio. Occorre profondità di rapporto, confidenza, disinvoltura nel rapporto con Dio per poterne ridere. Solo una grande intimità ti permette di ridere delle cose serie, e il concetto di Dio è qualcosa di assolutamente serio. Sono cresciuta nell’humus cattolico, come tutti in Italia, prima di approdare a una scelta diversa. Per la mia esperienza, mi pare che l’ironia non sia molto presente nella nostra cultura, tanto meno in quella religiosa. La cultura ufficiale nel nostro Paese è molto intrisa di retorica, un po’ rigidina, molto formale. Mi sembra ci sia più dimestichezza nel mondo ebraico, o protestante».

  • I cattolici, insomma, dovrebbero essere un po’ meno seriosi, anche verso Dio?

«Per la verità, detesto i laici che dicono agli altri quello che dovrebbero fare. Lo posso suggerire, col massimo rispetto, in virtù di quel rapporto di fratellanza inquieta che ho con molti preti e credenti che frequento e stimo».

  • C’è una battuta che può definire il suo rapporto con la religione?

«Quella di Buñuel: "Grazie a Dio, sono ateo". Spiego. Il mondo cattolico affascina. Sono nata e cresciuta in una cultura profondamente intrisa di cattolicesimo e me ne sono chiamata fuori, ma non rinnego né rimuovo la mia storia. Mi ci confronto».

Vignetta di Ernesto Cattoni.

  • Lo considera un umorismo difficile, quello su Dio e la religione?

«È difficile in generale fare della buona satira. L’argomento religioso è particolarmente delicato. Mi sembra che si adatti meglio il "ridere con" che il "ridere di". Per me, tuttavia, dipende anche da una scelta generale di stile. Anche quando sono sul palcoscenico, preferisco "ridere con" e detesto "ridere di". Mi sembra più "politicamente corretto". L’ironia e lo sguardo grottesco è meglio se nascono da un mettersi in gioco che da un porre all’indice. Non dimentichiamo che la comicità è in gran parte un effetto di tempi e di sintesi. Il mestiere mi suggerisce che con un soggetto del genere si deve essere molto molto bravi per far ridere senza suscitare disagio, o senza essere gratuitamente volgari o blasfemi».

  • In passato, qualche comico che si è cimentato nella satira su temi religiosi ha pagato cara la dura reazione della politica, della Chiesa o dei mezzi d’informazione. È perché non erano stati abbastanza bravi?

«Spesso si trattò d’ipocrisia. Oggi forse non succederebbe più, ma non perché siamo meno ipocriti. Forse ci siamo abituati a tutto e nulla fa più scandalo. Questo non lo considero positivo. È un pessimo segno dei tempi non reagire a della brutta e gratuita comicità su argomenti seri, quale può essere Dio, ma anche la maternità o la giustizia o il sesso. Non saper distinguere e rifuggire ciò che è brutto e volgare è sintomo dell’imbarbarirsi dell’intrattenimento. Non voglio dire che è tutta colpa di Berlusconi e delle sue televisioni, ma certo ci ha messo del suo. L’abbassamento di livello è stato devastante. Basti pensare alle immagini femminili proposte dalla tivù negli ultimi tempi. Negli anni Settanta non sarebbe stato tollerabile. Gradirei che si facesse della eccellente ironia su tutto ciò che è serio, Dio compreso».

  • L’attentato alle Torri gemelle, la guerra in Palestina... Cambia qualcosa riguardo al "ridere di Dio"?

«Sono fatti che hanno una valenza simbolica potente, ma riguardo ai conflitti che hanno preso ad alibi la religione, si può riportare assai più indietro la data. Ne abbiamo visti, eccome. Le vittime non saranno state così spaventosamente concentrate e inermi, però abbiamo avuto una lunga sequela di conflitti giustificati da motivi pseudo-religiosi. In fondo noi stiamo parlando tra occidentali in un mondo occidentale. Non credo che ridere di quel "Dio dei kamikaze", integralista e violento, equivalga a ridere di Dio tout court. Oggi ci sentiamo autorizzati a essere molto polemici, molto aggressivi, e forse disposti anche a ridere amaramente e ferocemente di quel Dio. Ma non penso affatto che passi l’equazione per la quale quel Dio è uguale a questo».

  • Tutte le religioni, tuttavia, hanno una componente di integralismo. L’ironia la può mitigare?

«Che si accetti l’idea che la religione chiede di immolarsi come kamikaze o che imponga la mutilazione sessuale femminile, come accade in alcuni Paesi africani, non è molto diverso. Penso che in tutti i casi si spacci come norma religiosa qualcosa che non lo è. Penso che vi sia un grosso fraintendimento sul concetto di Dio. Da questo punto di vista penso che l’uso dell’ironia intelligente possa aiutare ad arricchire qualunque relazione, anche quella religiosa».

Vignetta di Gino Gavioli.

  • Quale immagine le è rimasta del Dio che le fu presentato un tempo?

«Un Dio esigente, non accessibile. Sentivo più vicini alcuni santi, o martiri. Non mi è stata insegnata alcuna relazione autonoma con Dio. Figuriamoci una relazione di confidenza, del "ridere di" o "con". La sensazione che ho conservato a lungo, e che è stata una delle cause forti del mio allontanamento – non facile né superficiale, tra l’altro – è che c’era sempre bisogno di mediatori nel rapporto con Dio. Non era consentito, se non dopo molte prove e in età adulta, avere un rapporto confidenziale, diretto con Dio».

  • Insomma, un Dio lontano.

«Molto. Un’educazione religiosa rigida, piena di regole e divieti. Pensi, ad esempio, al terrore dell’ostia, nel senso dell’ostia consacrata. Non la si poteva mordere. Guai a toccarla con i denti, "perché" – ci dicevano – "Gesù ha già sofferto tanto". Questo proprio no. Ci instillavano un senso di cannibalismo non richiesto. E io pensavo: "Oddio, magari mi distraggo un attimo, poverino, lo mordo". Da bambino hai bisogno di guide sostanziose, sagge e sapienti. Se no, altro che ridere di Dio! In genere si ha l’idea che è l’adulto ad aver bisogno di un buon padre spirituale. Mica vero. È il contrario. Da bambino hai bisogno di grandi maestri. Altrimenti Dio non sarà mai qualcuno che ti accompagna per tutta la vita. Magari avessi incontrato da piccola il corrispettivo di alcuni eccezionali amici sacerdoti che ho adesso. Forse oggi mi potrei permettere di scherzare con Dio».

Luciano Scalettari
    

Anche le formiche, nel loro piccolo... pregano

Un’ideale classifica degli aforismi religiosi vede certamente il regista Woody Allen ai vertici assoluti, sin da quando un suo personaggio rispose, a chi gli chiedeva «Ma chi credi di essere, Dio?», «Beh, a qualche modello dovrò pur ispirarmi». Ma anche gli italiani non sono di certo in secondo piano, come testimoniano Marcello Marchesi («Il sacerdozio è il padre dei novizi») o Guido Clericetti («Dottore, quelle macchie scure nella radiografia non saranno i miei peccati?»). Comporre qui un’antologia completa non è possibile, ma comunque non si può prescindere da battute come queste:

  • Dio prese del fango, ci sputò su, e nacque Adamo. E Adamo, asciugandosi il viso: «Cominciamo bene!». (Giobbe Covatta)
  • Ho cercato di vendere l’anima al diavolo: è scaduta da un pezzo, mi ha detto. (Altan)
  • Caso: pseudonimo di Dio quando non vuol firmare per esteso. (Anatole France)
  • Aveva la coscienza pulita. Mai usata. (Stanislaw Lec)
  • Generali e medici entrano in Paradiso attraverso la porta dei fornitori. (Tristan Bernard)
  • I santi sono individui che hanno fatto di tutto pur di finire sui calendari. (Enzo Costa)
  • Ama il prossimo. Non questo, il prossimo. (D’Artagnan)
  • Il dubbio più serio sull’autenticità dei miracoli evangelici è il fatto che la maggioranza dei loro testimoni erano pescatori. (Arthur Binstead)

a cura di sa.ga.

 

Lella Costa approda al palcoscenico dopo una laurea in Lettere e un diploma all’Accademia dei filodrammatici di Milano. Il primo monologo è del 1980: Repertorio, cioè l’orfana e il reggicalze, scritto da Stella Leonetti. Il primo spettacolo di cui sia anche autrice è Adlib, del 1987. Innumerevoli le sue presenze in radio e televisione, con qualche apparizione nel cinema.

Segue: Il ruggito del Divino

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