Periodici San Paolo - Home Page

Dossier.

L’odio sconfitto dalle battute
di Luciano Scalettari
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page

«Palestina. Duemila anni fa. C’è una donna che sta per essere lapidata. La gente è già pronta, ha le pietre in mano. Arriva il Nazareno: "Scagli la prima pietra chi è senza peccato", dice. Ogni mano si blocca. Dal fondo della folla parte una pietra a parabola che colpisce blandamente Gesù. Lui si gira e vede una donna minuta avvolta con un grande scialle: "Mamma", dice, "quando predico stai a casa!". La trovo deliziosa. Si può ridere di Dio, ma certo. Si può continuare a ridere di Dio, anche dopo quello che ci è successo».Moni Ovadia.

Moni Ovadia, regista, attore, intellettuale ebreo. Fine umorista, spesso nei suoi spettacoli ha trattato con sofisticata ironia la propria cultura e la propria religione. La domanda posta è "aperta": si può ancora ridere di Dio? Ovadia la interpreta soprattutto in riferimento all’olocausto.

«Sappiamo che esiste tutta una teologia negativa del dopo Auschwitz: "Dio è morto. Dio non c’è più. Dio non c’è mai stato"», dice. «Ho sentito recentemente il rabbino David Rosen fare un’affermazione che mi ha veramente colpito. Rosen è uno dei massimi esponenti del dialogo interreligioso del mondo ebraico. Nell’ebraismo esiste da molto tempo un’idea mistica sul perché del male. Il filosofo Levinas ne parla in riferimento al celamento del volto di Dio. Quando Dio nasconde il suo volto l’uomo è abbandonato ai suoi istinti più brutali. Allora il parafulmine è il giusto innocente, che diventa, a un tempo, vittima e portatore del processo di redenzione. È il giusto che paga tutte le conseguenze, e diviene responsabile del destino dell’umanità».

  • Che cosa diceva David Rosen?

«Si chiedeva dov’era il Padreterno durante lo sterminio. La risposta? Si faceva sterminare insieme agli innocenti. È una prospettiva inquietante. La frase di Rosen può allacciarsi al tema del ritrarsi del divino dopo la creazione del mondo. Il suo progressivo celarsi è lo spazio di libertà dell’uomo. Là dove Dio interviene, l’uomo non ha più spazio. E tra il contrarsi del divino e la libertà dell’uomo, c’è anche lo spazio del ridere di Dio».

Vignetta di Ernesto Cattoni.

  • In che senso?

«Il cammino monoteista comincia da un signore che si chiama Abramo, un grandissimo umorista. Un esempio? L’episodio di Sodoma e Gomorra. Abramo chiede conto a Dio delle sue azioni. Le parole sono molto vibranti: "Cosa fa il giudice dell’universo se rifiuta di giudicare, se mette il giusto e il colpevole sullo stesso piano?". Poi grida una parola pesantissima: "Abominio", questa è la parola ebraica, che ripete continuamente. Secondo me, la grande operazione umoristica di Abramo è il massimo della pietas che un essere umano abbia avuto per l’umanità. Si pone il problema che nell’annientamento della città periscano 50 giusti. Poi pone a Dio un problema: "E se ne mancassero cinque?". Le migliaia di malvagi non contano, sfida il Padreterno su quei cinque, e per loro ingaggia una dura trattativa con Dio. Siamo al suk della spiritualità».

  • Una sfida impari con Dio.

«Ma Abramo tratta alla pari. Il suk si fa alla pari. E come ogni trattativa che si rispetti, devi concedere qualcosa: Abramo, partito da 50, si ferma a 10. Un piccolo uomo col Padreterno. È questa l’altezza di Abramo, la sua sfacciataggine, che noi ebrei chiamiamo khtzpa. È diventata un’arte nel mondo ebraico, e ha fatto fiorire storie soprattutto sui mendicanti del ghetto. Gliene racconto una, che presento nel mio spettacolo, Oylem Goylem. Un mendicante va a domandare l’obolo in una prospera casa ebraica. L’ebreo sa che deve dare, perché è legge. La carità è zedaka, carità e senso di giustizia in ebraico hanno la stessa radice. Quindi c’è un obbligo e il mendicante lo sa. Il ricco ebreo si scusa: "Mi spiace, non ho liquidi", dice. Il mendicante non si muove. Allora, non sapendo più che pesci pigliare, il signore dice: "Guarda, vado in banca la settimana prossima, torna e ti darò l’obolo". Seccato il mendicante risponde: "Va bene, per questa volta passi, ma che non si ripeta più, perché abbiamo avuto grossi problemi a fare credito"».

  • Abramo fonda questa cultura?

«Prima ancora Caino. Quando il Padreterno finalmente lo stana dal luogo in cui si rifugia dopo l’assassinio, Caino dice: "Sono forse il custode di mio fratello?". Umanissimo, l’uomo fa così. Io ci vedo anche il tratto umoristico, la provocazione. Dio non interviene, si è detto, per non chiudere il capitolo della storia dell’uomo. Come sostiene Hermann Broch, la Torah ha fondato la libertà dell’uomo, l’ha postulata. Neanche Dio può intervenire sulla libertà. Può dire ad Adamo ed Eva "non fate questo", ma non può andare oltre. L’uomo è libero nella sua tremenda debolezza, nella sua goffa inadeguatezza che lo porta a commettere orrori come cose sublimi».

Vignetta di Ernesto Cattoni.

  • Quindi, Dio può solo stare accanto alla vittima?

«L’Eterno partecipa, subisce il massacro. Teniamo conto che l’umorismo ebraico non è fine a sé stesso, la risata è l’esplosione di un atto cognitivo che illumina il paradosso e fa accedere ad altri livelli».

  • Vale anche per il lager?

«Sì. Le racconto una storia che mi è stata riferita da Michel Monnhait, figlio di sopravvissuti: il piccolo sarto Rabinovich viene arrestato dalla Gestapo a Varsavia e portato negli uffici dove cominciano a torturarlo. Botte spaventose. Lui è pesto, un occhio chiuso, costole rotte, quando squilla il telefono. L’ufficiale della Gestapo risponde, e sente dall’altro capo del filo una voce che urla frasi in polacco che devono essere di un’importanza cruciale. Lui non capisce il polacco, non sa che fare. Allora tende la cornetta al sarto: "Senti chi è", gli urla. Il povero Rabinovich, con uno sforzo disumano, si alza da terra, si trascina alla scrivania, siede sulla poltrona dello sbirro. Con altre fatiche disumane incrocia le gambe sul tavolo. Porta la cornetta all’orecchio: "Hallo", dice. "Qui parla Rabinovich, della Gestapo. Dite pure!". È una storia sublime. Il piccolo Rabinovich distrugge il nazismo con una battuta. Ha mostrato l’infinita idiozia del nazismo, la sua miseria umana. È un atto di luminosa cattiveria umoristica».

  • Rabinovich, con la sua battuta, è meno vittima?

«È superiore al suo carnefice. Si capisce cos’è l’umorismo ebraico: sull’orlo dell’abisso si illumina qualcosa che va al di là della violenza, che sconfigge la relazione perversa vittima-carnefice. Rabinovich ne esce con il paradosso. Lui è stato legittimato a parlare a nome della Gestapo dallo sbirro incapace. Ecco perché si può ridere anche della tragedia, perché questo riso ci apre una via diversa. Ecco la grandezza dell’umorismo ebraico, che nasce in quell’episodio fondamentale dell’annunciazione ebraica, che anticipa di 1.500 anni quella cristiana. Il contesto è molto diverso. Arrivano tre viandanti. Abramo si è appena circonciso, si sta riposando, forse è in comunicazione con l’Eterno. Abramo vede gli ospiti e va ad accoglierli. Si inginocchia davanti a loro: "Venite", dice, "e onorate la mia tenda". I tre viandanti sono angeli travestiti. Gli annunciano: "Presto tu avrai un figlio". Qual è la reazione di Abramo? Si scompiscia dalle risate. Si butta per terra dal ridere. "Figuriamoci", risponde. "Io ho cento anni, mia moglie è sempre stata sterile". Anche Sarah ride, dietro il velo della tenda. Nascerà il figlio, Isacco. L’Eterno è un burlone: "Avevate molto da ridere?", dice. "Ebbene, chiamerete questo figlio Isacco". In ebraico Itzkhak significa "che riderà". Isacco è il primo ebreo di nascita. Ed è curioso osservare che è destinato a un sacrificio, che non avverrà. È, quindi, il primo sopravvissuto».

Striscia di Paolo Del Vaglio.

  • Che cosa fa Dio di fronte alla risata dell’uomo?

«Le racconto un midrash talmudico, che commenta un versetto della Torah, il "Non è nei cieli". È il midrash che sconfigge i fondamentalismi e gli integralismi. Ci sono i maestri che discutono della legge. Argomenti sofisticati, complessi. A un certo punto il rabbi Elyezer si alza e dice: "Siete dei testoni, su questo punto ho ragione io". Elyezer era un uomo di una sapienza straordinaria, di gran lunga al di sopra di tutti gli altri. Tuttavia, i rabbini reagiscono: "Cosa stai dicendo? Qui si discute". Elyezer indica un carrubo, che immediatamente si sradica e vola via. Gli altri, meravigliati, commentano: "Sei veramente potente, Elyezer, sei straordinario. Ma, per favore, siediti e discuti, perché da noi usa così". Passano ore di dibattito. Il potente rabbi si alza e ripete: "Basta, ho ragione, io. Volete vedere?". Indica il corso di un torrente, e subito l’acqua cambia direzione. "La tua potenza è enorme", dicono gli altri. "Ma siediti, bisogna discutere". Molto più tardi, per la terza volta, Elyezer si alza, indica le mura della sinagoga, e queste cominciano a sgretolarsi. Un altro rabbino, Yirimiah, salta in piedi, e grida: "Cosa c’entrano le mura della sinagoga se i maestri discutono di legge?". Riprende il dibattito. Elyezer, a un certo punto, non ne può più: "Chiamo a testimonianza delle mie ragioni l’Eterno in persona". Si aprono le volte celesti e si sente una voce: "Cosa volete dal povero Elyezer? Ha ragione lui". Allora Yirimiah schizza in piedi e gira per il consesso strillando un versetto del Deuteronomio, il "Non è nei cieli". Il commentario: la Torah è stata data agli uomini per gli uomini. Contiene tutto ciò che deve regolare i loro rapporti, fondati sulla libera discussione e il voto della maggioranza. Un altro dei maestri presenti all’episodio, Yeuhdà, dopo un po’ di tempo, incontra il profeta Elia. Gli chiede: "Come ha reagito il Santo Benedetto quando quel matto di Yirimiah strillava?". Elia risponde: "Il Santo Benedetto è scoppiato a ridere. Ha detto che i suoi figli lo hanno sconfitto". Non è straordinario? Dio ride di sé stesso e del proprio "scivolone"».

  • Come s’intitola il midrash?

«"Dio ride". Abbiamo una visione del divino molto becera: abbiamo in mente un Dio che punisce. Non abbiamo capito Abramo. Cosa c’era prima? Un bipede, dove i maschi dominanti erano semidei, e gli altri animali, meno di oggetti. Non è un caso che i nazisti volessero annientare gli ebrei. Abramo è l’uomo che spezza per sempre la verga del tiranno. I nazisti volevano semplicemente ritornare a prima di Abramo. Eliminare quella radice».

Striscia di Paolo Del Vaglio.

  • Non c’è il rischio di irriverenza? Se si può ridere di Dio...

«No. Ridere di Dio non significa crederci uguali a Dio. Significa avere pari dignità. Fra Dio e l’uomo c’è un patto, e un patto si fa tra due contraenti di pari dignità, altrimenti è un diktat. Mi rifaccio ancora a un midrash folgorante. È la storia di un re che si invaghisce di una schiava e vuole sposarla. Il tutore della schiava e il re fanno il contratto di matrimonio. Si sposano. Dopo tre mesi il re scopre che l’ex schiava fa orge, gozzoviglia, ne combina di tutti i colori. Vuole ripudiarla. Ma il tutore gli dice: "Non sapevi da dove proveniva? Cosa ti aspettavi da lei in soli tre mesi?". Il re risponde: "Ma secondo te dovrei tenerla con me?". "Sì", risponde il tutore. Allora il re dice: "Va bene. Scrivi tu il nuovo patto matrimoniale, io lo firmerò". Così sembra che sia andata anche tra il Padreterno e Mosè: "Cosa ti aspettavi da questo popolo dopo tanta schiavitù?". Mosè ha scritto il patto, il Padreterno l’ha firmato. Invece, nella nostra visione becera del divino spesso scarichiamo su Dio tutte le nostre paure e insicurezze. Quante volte sentiamo dire da rabbini forsennati o da preti fanatici "Deus vult", Dio lo vuole? Tutti noi abbiamo questa deriva di pazzi furiosi assetati di dominio sui corpi e sulle anime. Io rispondo: per cortesia, mostrare le ricevute fiscali dei pranzi col Padreterno».

  • C’è una diversa visione dell’uomo tra chi dice "Deus vult" e chi cerca di capire?

«Sì, chi cerca di capire è consapevole della fragilità dell’uomo. Se l’Eterno non avesse accolto la fragilità dell’uomo, Caino sarebbe stato messo a morte. "Io Santo Benedetto fondo su voi due la relazione umana, la fratellanza fra i popoli". Ebbene, peggio di così non poteva andare: il crimine dell’omicidio, e l’incapacità di Abele di farsi amare. Ma quando Caino si comporta in quella umanissima, vigliacca maniera, il Padreterno non solo lo preserva, ma ammonisce a che nessuno lo tocchi, perché chi tocca Caino tocca l’essere umano. In Caino c’è tutta la comprensione per l’uomo».

  • Nella situazione drammatica di oggi, si può ancora ridere?

«Le derive dell’odio nascono dall’incapacità di leggere al di là della trappola avvelenata che è l’opposizione delle ragioni. L’umorismo dovrebbe servire a questo. Dev’essere ironico e autoironico. Allora è anche un deterrente all’odio».

Luciano Scalettari
       

Moni Ovadia è nato in Bulgaria nel 1946. Dopo una laurea in Scienze politiche a Milano, comincia a dedicarsi all’attività artistica, studiando dapprima varie tradizioni musicali, e dedicandosi in seguito alla composizione. Dal 1984 inizia a occuparsi di teatro, finché nel 1987, con lo spettacolo Dalla sabbia dal tempo, dà vita al "teatro musicale", il genere che lo ha reso famoso. Il successo presso il grande pubblico arriva con l’opera di cabaret Oylem Goylem.

L’umorismo ebraico è stato studiato, nei suoi risvolti psicologici, anche da Sigmund Freud, che vedeva nelle barzellette autoironiche un modo per rendersi accetti ai "Gentili". Tale tesi è stata però confutata da un grande nome della psicanalisi contemporanea, Cesare Musatti, anch’egli di origine ebraica, secondo cui Freud non tenne in debito conto il fatto che lo scopo delle storielle yiddish è di venire raccontate tra ebrei.

Molte barzellette ebraiche circolano da sempre, magari "travestite". Una loro raccolta critica è stata curata da Ferruccio Fölkel, autore nel 1988 del volume Storielle ebraiche, cui sono seguite le Nuove storielle ebraiche nel 1990 (Rizzoli). Nel 1999 Daniel Lifschitz ha pubblicato tre libri sull’argomento: Storielle di rabbini, Ride bene chi ride ebraico - 300 barzellette dalla A alla Y, eIl rabbi ci insegna... a ridere. Altre barzellette ebraiche dalla A alla Y (Paoline).

Segue: La satira contro il chador

Torna al Dossier

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page