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Una risata ci salverà
di Piero Pisarra
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page

Si può ridere di Dio? O l’Altissimo è un argomento tabù, un tema troppo serio per essere affrontato con le armi dell’umorismo o dell’ironia? E poi: di quale Dio ridere? Del tiranno sanguinario di Bin Laden e soci? Del castigamatti eternamente corrucciato, spauracchio e vessillo di fondamentalisti sadici? Del vendicatore pronto a distruggere Sodoma-Las Vegas-Babilonia con una pioggia di zolfo o con il bacillo dell’antrace? O del dio-plastilina (di per sé così ridicolo) che ciascuno modella a sua immagine nei vari culti New Age?

Provate ad abbozzare un timido sorriso. Guardia-ni del tempio, impermeabili a ogni forma di umorismo, vestali della sacralità (e della seriosità) vi fulmineranno con le loro maledizioni, scaglieranno un’altra fatwa, vi tratteranno da bestemmiatori e infedeli. Dio – ne sa qualcosa Salman Rushdie – non ha il senso dell’umorismo.

Vignetta di Emanuele Fucecchi.

Dio? No, coloro che usurpano il suo nome e che dell’Onnipotente fanno un idolo o un feticcio. François Rabelais li chiamava, con parola derivata dal greco, "agelasti", cioè nemici del riso, razza pericolosissima, più noiosa e importuna di un petulante deputato radicale o di dieci canzoni sanremesi.

Tra i depositari del sacro, gli "agelasti" sono da sempre – e in ogni latitudine – numerosissimi. Ma ha ragione il sociologo Peter L. Berger, autore di Homo ridens (editrice Il Mulino, 1999), quando dice che alcune religioni hanno «un senso dell’umorismo più spiccato di altre» e che «certi dèi ridono più di altri». Si pensi all’Estremo Oriente, dove il sorriso di Buddha contagia schiere di monaci Zen e dove i saggi taoisti – aggiunge Berger – «sembrano trovarsi quasi costantemente in preda a un’allegria irrefrenabile».

Anche gli dèi greci ridevano, coinvolgendo nel loro riso gli adepti di vari culti misterici. Le grandi religioni monoteistiche, invece, sembrano allergiche al riso. Si ride poco o per nulla nei loro sacri testi. E la carenza di allegria si traduce spesso in sospiri, lamentazioni, tormenti. Insomma, in una sottolineatura del lato tragico della vita, a scapito degli elementi giocosi e gioiosi.

Vignetta di Emanuele Fucecchi.

Da che cosa nasce questa incompatibilità, vera o presunta, tra religione e umorismo? Da quale immagine di Dio, da quali paure, da quali ferite profonde? Una storiella – di quelle che gli Ebrei della diaspora amano raccontare – offre una chiave psicologica o psicanalitica dell’ambivalente rapporto col riso (e con Dio): «Non avrai altro Dio all’infuori di me», tuona il Padreterno. E Mosè: «Sì, certo. Chi mai potrebbe permettersi un altro così?».

Come si sa, Dio è "geloso" (Esodo 20, 5). Ma è anche allegro, ilare, ironico? A un lettore superficiale della Bibbia verrebbero in mente altre definizioni dell’Altissimo: permaloso, collerico, vendicativo. Oppure: suscettibile, terribile, implacabile. Come il rex tremendae maiestatis, fustigatore delle nostre colpe e delle nostre debolezze, raffigurato sulla pietra delle cattedrali: primo attore di un terrifico Dies irae. Nella Bibbia, Dio ride di rado e, quando lo fa, è per compiacersi della rovina dei malvagi: «Anch’io riderò delle vostre sventure», dice la Sapienza nel libro dei Proverbi (1, 26-27). «Mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi colpirà l’angoscia e la tribolazione». Che il Signore rida dell’empio (Salmo 37, 13) ci sembra un atto di giustizia, ma che rida per la «sciagura degli innocenti» (Giobbe 9, 23) suona alle nostre orecchie come scandaloso, ingiusto, rivoltante.

Vignetta di Vauro.

Dei ventinove riferimenti al riso contenuti nell’Antico Testamento, soltanto due sono il frutto di un cuore gioioso: negli altri risuona il sarcasmo o lo scherno, il riso negativo, di disprezzo o di dileggio (anche se i bersagli del dileggio sono quasi sempre gli empi). Tra il Dio biblico e il riso c’è, dunque, una lunga storia di incomprensioni, di malintesi, di equivoci. Se Dio non ama ridere, allora guai a ridere di Lui. Ma è proprio così?

Solo un lettore superficiale – dicevo – può accontentarsi di questa spiegazione. Perché accanto al disprezzo del riso, un’altra corrente – non tanto sotterranea – percorre i libri della Bibbia: l’allegria è un dono, un valore che scaturisce dalla letizia del cuore e che schiude le labbra al sorriso (Salmo 126, 2).

Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è un fine umorista. Ama giocare a nascondino col suo popolo, non disdegna i giochi di parole ("Io sono colui che sono") e le danze. È un padre amorevole e paziente, non un trucido tiranno. Molto è stato detto e scritto sul riso di Abramo (Genesi 17, 7) e di Sara, all’annuncio del concepimento (18, 12-15) e alla nascita di Isacco, nome che in ebraico vuol dire «lui ha riso». Quello di Abramo e della moglie Sara è un riso di stupore e poi di gioia, di incredulità e di lode (21, 6).

Vignetta di Emanuele Fucecchi.

In pochi quadri, in poche pennellate del Genesi è racchiusa tutta la sapienza biblica sul riso, sottolineata la sua ambivalenza, la sua doppia polarità, positiva e negativa. Il riso vi appare come un moto irreprimibile dello spirito, manifestazione di scetticismo e, nello stesso tempo, di allegria. Ma non si può dire che nella Bibbia Dio rida volentieri.

Allora perché, se Dio si mostra così ricalcitrante al riso o al sorriso, il suo popolo prediletto ha coltivato con tanta ostinazione il gusto dell’umorismo e dell’ironia? Come contrappunto alla "seriosità" e alla sacralità di Dio? O come antidoto a una religiosità fatta di troppi precetti e di regole soffocanti? Come fuga in un mondo immaginario, lontano dalla povertà del ghetto o della shtetl, il villaggio degli ebrei orientali?

Dallo scrittore Shalom Aleichem a Ernst Lubitsch e a Woody Allen («Dio non esiste, ma noi siamo il suo popolo eletto»), ridere di Dio, delle sue presunte goffaggini modellate su quelle dell’uomo, è una necessità vitale. Non un sacrilegio, bensì il modo di esprimere la propria vicinanza con l’Inaccessibile, il Totalmente Altro, il Signore di cui non si può pronunciare il nome.

Vignetta di Emanuele Fucecchi.

Vignetta di Vauro

È un riso paradossale, frutto dell’umorismo, più che dell’ironia. Nasce da una ferita, un’assenza, dalla nostalgia del paradiso perduto, è il segno dell’insoddisfazione per la realtà così com’è e della speranza per come questa stessa realtà potrebbe essere: riso che si impasta alle lacrime e che anche nell’orrore del lager consente di salvare un briciolo di umanità.

E il cristianesimo? Il filologo e storico Michail Bachtin ha analizzato nei dettagli l’avversione per il riso nella tradizione cristiana. Dalla leggenda secondo la quale Gesù non avrebbe mai riso (neppure a Cana?) alle condanne pronunciate da Tertulliano, Cipriano e san Giovanni Crisostomo per ogni forma di spettacolo capace di strappare un sia pur timido sorriso.

Ma nel suo capolavoro (L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 1979) il grande studioso russo mostra anche l’altra faccia della medaglia: le esplosioni di riso carnevalesco e festoso, la festa dei folli o dell’asino, il risus paschalis, cioè la tradizione secondo cui nel periodo di Pasqua, in alcune chiese, era d’obbligo suscitare l’ilarità dei fedeli.

Vignetta di Pier Aldo Vignazia.

Se la tentazione "agelasta" attraversa tutta la storia del cristianesimo, non meno forte è l’altro filone, l’altra corrente che insiste sulla bontà dell’umorismo e dell’allegria. Accanto ai vari Jorge da Burgos che, come il monaco cieco del Nome della rosa di Umberto Eco, vorrebbero impedire il contagio del riso, ci sono, insomma, molti autorevoli difensori delle virtù del buon umore (a cominciare dal più autorevole, Tommaso d’Aquino). Perché il riso ha sempre due volti: può ferire, offendere, abbrutire o, al contrario, risollevare, allietare, distrarre. C’è il riso di Franti, il riso di scherno, cattivo, il riso sguaiato e grasso. E il riso lieve dell’umorismo che ci consente di non prenderci troppo sul serio e di relativizzare le nostre miserie, il riso dei film di Lubitsch e di Benigni, della satira di Altan (ricordate la vignetta col monsignore che se ne esce con la frase fulminante: «Mi sveglio e mi dico: di che cosa ci impicciamo di bello oggi?»).

Ma la novità radicale del cristianesimo, il paradosso o la scandalo è che Dio stesso si fa "risibile", subisce gli oltraggi e gli scherni, fino alla morte in croce. È il mondo alla rovescia delle Beatitudini («Beati voi che ora piangete, perché riderete», Luca 6, 21). È la logica sconvolgente del Vangelo, di cui un artista come Georges Rouault propone un’efficace traduzione visiva nel dipinto del Cristo clown o nella serie del Miserere. Questo Dio debole, inerme, coronato di spine, è la contestazione, come diceva Sergio Quinzio, di ogni «ontologia forte», di ogni pretesa totalitaria, da parte di qualsiasi potere, mondano o religioso, e di tutti i nemici del riso. La croce disarma i tiranni, svuota di senso gli integrismi e i fondamentalismi. È scandalo e follia.

Vignetta di Pier Aldo Vignazia.

Anche la nostra domanda iniziale acquista, così, un altro significato. Si può ridere di Dio? O non è meglio tacere, perché altrimenti, «chiusi nel nostro corpo mortale come una lumaca nella sua conchiglia», secondo la bella immagine di Clemente Alessandrino, corriamo il rischio di modellare su noi stessi l’idea dell’Onnipotente?

«L’umorismo ci conduce nel vestibolo del tempio, ma il riso deve cessare nel sancta sanctorum», scriveva il teologo protestante Reinhold Niebuhr. Che è come dire: di fronte all’Altissimo conviene il silenzio e la lode. Ma forse è lecita un’altra risposta, quella di santi e mistici che non hanno mai smarrito il dono dell’allegria: si può e si deve ridere delle nostre immagini di Dio, dei nostri idoli, si può ridere con Dio. E il riso umano sarà l’eco del riso di Dio.

Piero Pisarra
       

Il cristianesimo è spesso accusato di essere allergico al buonumore. Tuttavia, la storia della Chiesa presenta numerosi esempi di tendenza opposta, in cui il riso diventa testimonianza di un Regno al di là di questo mondo. Tale valore "escatologico" è, secondo il teologo evangelico Werner Thiede (L’ilarità promessa), la caratteristica specifica dell’humour cristiano. Come nel caso del martire arrostito sulla graticola, che avverte i torturatori: «Potete girarmi, da questo lato sono già cotto».

Segue: Fede a prova di humor

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