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Ebrei-Vaticano - AMOS LUZZATTO

Il dialogo? Più utile nei tempi difficili
di Giovanni Ferrò
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page

Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, non ha esitato in passato (e non esiterebbe in futuro) a mettere sul tavolo le dimissioni dal suo incarico se l’organismo che rappresenta dovesse scegliere la strada del "non-dialogo". Anche per questo è l’interlocutore adatto per fare il punto sullo stato di salute delle relazioni tra ebraismo e cattolicesimo.

  • Stiamo assistendo a un peggioramento dei rapporti?

«Esiterei a parlare di un peggioramento. Certo è che, a mano a mano che si procede nel dialogo, si affrontano i punti più scottanti. Quindi, un peggioramento, se c’è, è connesso con il progredire del dialogo stesso. Sul piano del confronto delle idee e dei nodi dottrinali, ad esempio, è stato un passo avanti il recente documento della Pontificia commissione biblica che ha riconosciuto come possibile la lettura ebraica della Bibbia. Sul piano del confronto tra le persone, esistono decine di iniziative – dagli incontri del Sae ai colloqui di Camaldoli – che stanno facendo scuola. Semmai, è al livello più istituzionale, nel confronto tra i vertici, che esistono le maggiori difficoltà».

  • Quali?

«Sicuramente la beatificazione di Pio IX e il progetto di beatificazione di Pio XII. E poi, certo, anche la Dominus Jesus, da cui emerge una visione sugli ebrei che non è quella del Vaticano II: c’è un marcare la distanza, un tracciare il solco, che è stata molto criticata. La cosa curiosa è che il Ratzinger della Dominus Jesus non è il Ratzinger, molto più aperto, che ha scritto la premessa al recente documento della Pontificia commissione biblica».

Un momento della celebrazione ufficiale di insediamento di Riccardo Di Segni alla sinagoga di Roma (24 febbraio).
Un momento della celebrazione ufficiale di insediamento di Riccardo Di Segni
alla sinagoga di Roma (24 febbraio - foto
AP/C. GAZZINI).

  • Non è che, anche nella comunità ebraica italiana, si stia facendo strada un irrigidimento rispetto al dialogo?

«Sì, certo. Ma bisogna capire il perché. Gli ebrei negli ultimi tempi hanno avvertito gli echi di un doloroso passato storico, in cui non solo non c’era dialogo, ma anzi c’era odio e diffamazione. E chi è rimasto scottato dall’acqua calda, teme anche quella tiepida».

  • A parte questo, a suo giudizio, anche nel mondo ebraico c’è un ritorno al tema dell’identità, dell’ortodossia, che spinge a prendere le distanze dal dialogo?

«Dovrei rispondere salomonicamente con un "ni". In una parte della comunità, sì. Ma non si tratta di un fenomeno così chiaro. Nel senso che non è scontata l’equazione "più osservante = meno disposto al dialogo". Anzi, spesso i rabbini più ortodossi sono i più aperti, mentre tanti ebrei "laici" sono particolarmente scettici sul confronto con i cattolici».

  • Qual è la sua posizione?

«Personalmente penso che proprio in questi momenti difficili il dialogo sia più necessario».

  • Per anni il rabbino Toaff è stato capace, grazie al suo carisma, di tenere insieme equilibri difficili, mantenendo una grande apertura al dialogo. Il nuovo rabbino capo di Roma saprà fare altrettanto?

«Io sono tra coloro che hanno sostenuto la candidatura di Di Segni. Probabilmente sono stato determinante perché vi fosse un consenso unanime intorno a lui nella comunità romana. Non me ne pento. Perché Di Segni ha tre qualità importanti: ha credibilità presso il rabbinato ortodosso israeliano e americano; è un uomo di grande cultura, sia religiosa che classica; e, malgrado le apparenze, è capace di grandi aperture. Sicuramente, però, il suo punto di vista è che, per entrare in dialogo efficacemente, bisogna essere sicuri di sé stessi, bisogna avere una coscienza ebraica robusta. È a questo che si sta dedicando maggiormente».

Giovanni Ferrò

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