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Ebrei-Vaticano

Relazioni critiche
di Alberto Bobbio e Giovanni Ferrò
       

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page La beatificazione di Pio IX, le polemiche sull’apertura degli archivi vaticani degli anni di Pio XII, e ora il ritorno di una serie di critiche sulla Dominus Jesus. Tra il mondo ebraico italiano e la Curia romana i rapporti sono tesi. Ma dietro a questo nuovo raffreddamento del dialogo c’è anche il problema degli equilibri interni delle comunità ebraiche nel "dopo-Toaff".

Quadro numero 1: seduto al suo tavolo di lavoro, monsignor Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, sfoglia il numero del 16 dicembre 2001 di Famiglia Cristiana, e fa un salto sulla sedia. Sul settimanale compare un’intervista al nuovo rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, in cui tra l’altro questi afferma che nei rapporti tra ebraismo e Chiesa cattolica, in tempi recenti, «ci sono stati dei regressi». E che, oltre ad alcuni atti (la beatificazione di Pio IX, per esempio), la dichiarazione vaticana Dominus Jesus soprattutto «ha messo un macigno sulla strada del dialogo».

Quadro numero 2: il 28 febbraio scorso, a un mese di distanza dall’incontro di Assisi voluto dal Papa, la Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema organizza un ristretto e interessante incontro sul dialogo interreligioso e tra le culture cui partecipano esponenti di primo piano del mondo cattolico (il cardinale Arinze, per esempio), di quello ebraico, islamico e del mondo laico. Sede dell’incontro: il convento di san Francesco, ad Assisi. Una giornata di dibattito e riflessioni comuni sulla riconciliazione e il futuro della convivenza tra le fedi che, in chiusura, un autorevole esponente del mondo ebraico italiano commenta riservatamente in modo tagliente: «Il dialogo? Tanto non serve a niente».

Gerusalemme, la festa delle Capanne.
Gerusalemme, la festa delle Capanne (foto AP/R. BOWMER).

Tra i due quadri non c’è una connessione diretta. Ma, visti nell’insieme, spiegano bene il precario stato di salute oggi delle relazioni tra la Santa Sede e le comunità ebraiche italiane. Alti e bassi, certo, ce ne sono sempre stati. Ma ora sembra esserci qualcosa di più e di diverso: uno scetticismo di fondo, da parte di alcune personalità importanti tra i "fratelli maggiori", nei confronti dell’ipotesi stessa del confronto interreligioso, in particolare con i potenti e onnipresenti "fratelli minori" cattolici. Atteggiamento che fa il paio con un ricompattamento intorno al tema dell’identità ebraica, una voglia di nuova e più stretta osservanza dell’ortodossia.

L’ultima querelle in ordine di tempo è legata alla Dominus Jesus, la dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio, ratificata da Giovanni Paolo II e pubblicata il 6 settembre del 2000, che nelle intenzioni doveva mettere in guardia i cattolici da alcune teorie teologiche dubbie, e accolta invece come una sprezzante svalutazione della dignità delle confessioni cristiane non cattoliche e delle altre fedi religiose.

Il Papa alla sinagoga di Roma nel 1986.
Il Papa alla sinagoga di Roma nel 1986 (foto PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).

Al momento della sua uscita, la Dominus Jesus fu accolta da un tale coro di critiche e accuse che la Congregazione per la dottrina della fede fu, in più di una occasione, costretta a puntualizzare intenzioni, portata e significato autentico del documento. Il mondo ebraico internazionale fu tra i primi a reagire in maniera particolarmente dura. Proprio per questo motivo, il cardinale Ratzinger incarica il suo vice, monsignor Tarcisio Bertone, di tessere una serie di contatti con gli esponenti della comunità ebraica italiana, al fine di chiarire le intenzioni della Congregazione vaticana, che non intende mettere sullo stesso piano l’ebraismo, radice del cristianesimo, con le altre religioni non cristiane. Né, tantomeno, intende riportare le relazioni ebraico-cattoliche ai tempi preconciliari. Bertone si dà da fare e, grazie anche alla mediazione di alcuni esponenti cattolici, incontra e discute a lungo con il rabbino romano Abramo Piattelli, uomo di fiducia di Toaff.

Le posizioni vengono chiarite e la Congregazione si impegna, come gesto formale di armistizio, a un intervento pubblico autorevole: un articolo in prima pagina sull’Osservatore Romano, a firma del cardinale Ratzinger, pubblicato il 29 dicembre 2000, in cui si chiariscono i punti controversi della Do-minus Jesus (pur senza mai citarla esplicitamente) e si conclude dicendo: «È evidente che il dialogo di noi cristiani con gli ebrei è su un piano diverso rispetto a quello con le altre religioni. La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei, l’Antico Testamento dei cristiani, per noi non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede».

Incidente risolto. O almeno così si pensava in Vaticano. Fino a che il rabbino Di Segni non prende il posto del vecchio Toaff e, tra le prime uscite pubbliche nella sua nuova veste di rabbino capo, non rilascia quella dura intervista sul settimanale cattolico, che sembra riportare indietro le lancette.

Il premier israeliano Ariel Sharon.
Il premier israeliano Ariel Sharon (foto AP/P.P. CITO).

A questo punto, le reazioni all’interno della Curia romana si fanno tese. Possibile che sia tutto un fraintendimento? Che Di Segni non fosse al corrente del dialogo intercorso con monsignor Bertone e del successivo chiarimento di Ratzinger? O non è forse che, con la nomina del nuovo rabbino capo, l’ebraismo italiano si appresta ad abbandonare la strada promossa con saggezza e autorevolezza da Toaff, per sposare una sorta di inedito intransigentismo ebraico?

Domande che rimbalzano, più o meno, negli stessi termini anche in molti ambienti ebraici. Da una parte, insomma, ci sarebbero i campioni del dialogo (anche se faticoso), con in testa un uomo simbolo come Amos Luzzatto. Dall’altra, i sostenitori di un nuovo arroccamento e della politica della diffidenza. Una partita aperta, che forse è appena cominciata.

a.b. e g.f.
    

La dichiarazione Dominus Jesus, firmata il 16 giugno 2000, dà disposizioni dottrinali «circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa». All’interno del documento vi è un capitolo, il VI, dedicato a "La Chiesa e le religioni in rapporto alla salvezza", ma senza cenni al ruolo specifico dell’ebraismo.

La Dominus Jesus distingue nettamente tra la «fede teologale» cristiana, definita come «accoglienza della verità rivelata da Dio Uno e Trino», e la «credenza» delle altre religioni, definita come un’«esperienza religiosa ancora alla ricerca della verità assoluta». Sebbene si ammetta che «i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria, se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici». Essa perciò «dev’essere impegnata primariamente a proclamare la necessità della conversione a Gesù Cristo e dell’adesione alla Chiesa».

Segue: Di Segni? Accuse incomprensibili

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