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LACRIME sangue... e media di Sergio Zavoli Giornalista, scrittore e autore televisivo. |
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Di recente, i giornali e le televisioni hanno dato grande risalto all’ennesimo fatto spacciato per miracoloso e dimostratosi, poi, un falso. Ma cosa c’è dietro questo continuo bisogno di miracoli? In fondo, siamo salvati non perché "vediamo" Dio, ma perché è Dio a guardarci. Per l’ennesima volta abbiamo visto piangere una statua: è toccato a padre Pio, finito dentro una burla grossolana che ha sollevato ondate di inginocchiamenti e occhi al cielo, di testimonianze e giuramenti. Curiosa storia questa delle lacrimazioni che ogni tanto scuotono le fedi semplici, emotive, suggestionabili. Forse, all’origine del fenomeno, c’è un antico lassismo, una benevola disposizione, magari non detta, a lasciare che la gente creda anche così, cioè consentendole di ricevere prove e incentivi dopotutto innocenti; salvo, poi, esprimere responsabili e persino estreme prudenze canoniche che, come è noto, lasciano le cose, quasi sempre, al posto loro.
Il devozionismo acritico, e radicale, è come un’acqua che serpeggia sopra un terreno arso e va a riempire ogni minima fenditura, tanta è la sete della terra. Si è addirittura pronti a stare ignudi sotto la pioggia pur di sentirsela addosso e riceverne una sensazione non solo di benessere, ma anche di beatitudine! Abbiamo un bisogno quasi infantile di leggere i segni straordinari di Dio, della sua potenza; ci lusinga l’idea di saperli cogliere; ci entusiasma il poterne dare testimonianza. Fateci caso: ci sono i testimoni di frontiera, per dir così, quelli che s’insediano nell’epicentro del fenomeno, o non lo lasciano mai, giorno e notte; in altri ambiti, e con ben altre emozioni, è ciò che accade per la scoperta di una polla di petrolio o di una pepita: è il miracolo, che coincide quasi sempre con quanto vorremmo succedesse di più raro, sorprendente e provvidenziale. Allora si corre a vedere e non ci sono occhi che per quel prodigio: l’occhio da cui sgorga un liquido purpureo; il pianto, appunto, miracoloso!
Bisognerebbe saper spiegare che non siamo salvi perché vediamo Dio, ma perché è Dio a guardarci; e occorrerebbe utilizzare i momenti più semplici, ad esempio in famiglia e al catechismo, per introdurre i bambini non alla visione, ma al sentimento di Gesù; perché imparino che Dio non gioca a rimpiattino dalle nuvole, come negli spot pubblicitari, e nemmeno con i tubicini che portano il sangue nel sacco lacrimale di un occhio di pietra, di gesso, di marmo, per scuoterci, sbalordirci, annientarci; e confermare, in definitiva, che Dio c’è! Ad accreditare tutto questo, il vero e il falso, la credulità e la fede, collaborano i mass media: la Tv in primis, e poi i giornali, che le si accodano per paura di essere tagliati fuori dal circuito comunicativo imposto dal mezzo elettronico. Accade, così, che si possa rendere credibile – nientemeno – un miracolo! E senza prender partito, ma soltanto indulgendo all’ipotesi che possa davvero trattarsi di un evento sul quale soffia – scusate se è poco – lo Spirito Santo!
In questo senso, del resto, opera anche l’ingrediente della buona notizia, non potendosi certo immaginare men che provvida, per chi è in quell’abbandono devozionale, una figura celeste – anche i Santi vengono pregati perché facciano, o continuino a fare, miracoli – disposta a far sgorgare lacrime di sangue dagli occhi dei propri simulacri terreni nell’intento di comunicarci il dolore per come vanno le cose del mondo. Il sistema mediatico si comporta, a questo punto, come se gli toccasse di fornire al pubblico una sorta di rassicurazione laica, ma senza sottrarsi a quella specie di transfert: l’"evento", dopotutto, corrisponde a un bisogno magari solo psicologico o superstizioso di affidamento, e dunque è meritevole del massimo, se non di credito, di rispetto. E, direbbe il marketing, di risalto. Altrimenti si darebbe prova, chissà, di non capire o di non saper condividere un vasto, tenero, fiducioso atteggiamento della gente; il che sarebbe peccato più grave di una partecipazione enfatica, ammiccante e persino corriva.
D’altronde, che cosa resta dei media se non comunicano? E se non usano i registri, i toni e i volumi che la platea si aspetta, chi li segue? Riuscirebbero a farsi ascoltare e leggere, in questo circuito clamoroso, se dicessero o scrivessero, semplicemente, che Dio sta nel pianto dell’uomo, non delle statue? Certo, i mass media, e in particolare la Tv, non sono tenuti a fare della teologia; e uno strumento avvezzo a interpretare – in funzione dell’audience, e quindi un po’ all’ingrosso – la fenomenologia dell’universo, non è tenuto a distinguere tra quella tangibile e quella soprannaturale. Rimane così, solo e padrone, un grande pettegolezzo su un mistero! Severino Dianich, teologo ed ex presidente dell’"Associazione dei teologi italiani", ha scritto: «Oggi viviamo in un mondo lacerato, schizofrenico; da un lato ateismo e incredulità, dall’altro ricerca a volte forsennata del mistero. Mi preoccupa che oggi la controfaccia dell’ateismo sia, o sembri essere, più che la fede, una credulità magico-sacrale!».
È la stessa preoccupazione che ha spinto l’arcivescovo di Trento, monsignor Luigi Bressan, a redigere una nota su alcune presunte apparizioni mariane. Riferendosi in particolare ai discussi "casi" di Malé, Schio e San Vito di Flavon, monsignor Bressan conferma su di essi il giudizio negativo e ne scoraggia le manifestazioni devozionali. L’arcivescovo di Trento – mentre ripropone i princìpi del vero culto a Maria, affermati nel capitolo ottavo della costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, Lumen gentium, dedicato appunto alla "Beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa" – scrive: «Possiamo concludere che non esistono elementi tali da indurre ad attribuire un carattere soprannaturale ai fenomeni che si sarebbero verificati... (e che) si tratta di esperienze del tutto soggettive». Andrebbe depurato, nell’animo di chi per credere ha bisogno di vedere, il concetto stesso di miracolo. Le stimmate di padre Pio o, meglio ancora, il miracolo della fede da lui suscitata nella gente, non erano sufficienti? Il sangue sul palmo delle mani – imperscrutabile, ma reale e visibile – per quale ingegneria idraulica dovrebbe prendere la via degli occhi e sgorgare al posto delle lacrime? Non avrà ragione il teologo protestante Karl Barth, che disse: «Dio, liberami dalla religione e dammi la fede»? Non è di fede che abbiamo bisogno? O è sufficiente essere religiosi per accreditarci agli occhi di Dio? Ma quando non siamo capaci di distinguerli dalla "pubblicità dell’oculista", che fare? Sergio Zavoli
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