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I cattolici e il terrorismo
di Alberto Melloni
       
        

   Jesus n. 4 aprile 2002 - Home Page
Dopo l’assassinio del professor Marco Biagi, abbiamo chiesto una riflessione ad Alberto Melloni, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena-Reggio Emilia e membro della Fondazione per le scienze religiose "Giovanni XXIII" di Bologna.

Un altro assassinato, Marco Biagi, che ci fa ritrovare cose antiche per l’Italia. La ferocia disumana che trasforma un papà di ritorno a cena il 19 marzo in un bersaglio. La genialità diabolica che permette agli imbecilli di turno di insinuare che l’assassinio è un prolungamento della legittima protesta o una orribile macchinazione dello Stato. Come sempre, però, l’evento – tanto più l’evento criminale – denuda consapevolezze inespresse e prima inesprimibili. Tre, per quel che capisco, toccano i cattolici più direttamente. La prima è che in Italia, a metà marzo, c’erano assassini più informati della gran parte del Paese, anche di quella che crede che la sua appartenenza religiosa li doti di strumenti d’analisi più alti. Loro sapevano chi era Marco Biagi; l’Italia, quella che sa tutto delle veline, invece no. Loro sapevano che sulla questione del mercato del lavoro c’era un professore normale che partecipava a una discussione; l’Italia, quella a cui piace il salotto televisivo dove tutto diventa zuppa e litigio, non lo sapeva. Loro sapevano che la dialettica democratica di questa Repubblica è fragile e che sparando a un uomo avrebbero permesso a letture deliranti della realtà di esprimersi; l’Italia, quella che ha paura degli eurocrati, no. Si potrebbe andare avanti, ma questo basta a far capire il deficit di cultura di tanti narcotizzati dal piccolo schermo.

La seconda consapevolezza che emerge dal delitto è che il cattolicesimo in Italia si trova di fronte a una anomala categoria di "martiri": non solo quelli che esso dovrebbe riconoscere come suoi (chi ricorda Bachelet?), ma anche quegli uomini che sono morti compiendo doveri semplici, seguendo il filo del loro pensiero e del loro lavoro senza cercare l’eroismo; ma che alla fine sono stati chiamati a pagare con la vita questa fedeltà semplice, senza avere un secondo per decidere se rifiutare questo oneroso e amaro calice del morire ammazzati. Una teoria di nomi (da Falcone a D’Antona) che arriva fino a Biagi. Questi "martiri", spesso non cattolici, interpellano anche la Chiesa, perché dicono che essa vive minoritaria in mezzo a uomini e donne da cui ha tanto da imparare, e che in questa docilità d’ascolto essa potrebbe dire qualcosa del suo Signore, che ascoltava perfino le samaritane. Emerge infine la consapevolezza del dramma di una Chiesa in difficoltà a leggere con compassione e serietà la tragedia. Le dichiarazioni ufficiali, una parola del parroco della chiesa di San Martino dove il professor Biagi andava a messa, hanno risuonato: ma in 48 ore non è passata sui media una parola episcopale d’umanità e di fede a una città e a una famiglia spezzate. Forse è solo un difetto della Tv se non risulta che una sola chiesa in Italia abbia aperto le porte la notte di san Giuseppe per una "edizione straordinaria" della preghiera e del silenzio. Ma in questo c’è qualcosa di quella fragilità spirituale che ci rende incapaci di risposte profetiche davanti al virus terrorista. Non sono scoperte, queste: ma è proprio necessario che solo l’assassinio ce le faccia ricordare?

Alberto Melloni

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