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Radici nel futuro
di Vittorio Messori
       

   Jesus n. 7 luglio 2001 - Home Page Piccola cosa dal punto di vista numerico, eppure grande realtà nel panorama della Chiesa: il monastero di Camaldoli è da decenni una fucina di iniziative culturali e di dialogo. Il segreto? Una riscoperta della tradizione più autentica della vita monastica, che si è rivelata carica di novità. Il superiore generale della Congregazione fondata da san Romualdo racconta il "modello Camaldoli".

Arrivare all’eremo di Camaldoli può essere ancora una piccola avventura, almeno per coloro che vi giungessero d’inverno: qui, davvero, solitudine e silenzio sono garantiti, da ormai mille anni, dalla natura stessa. Natura che è poi quella di una delle più belle foreste italiane e, probabilmente, d’Europa. Quelli che straparlano di un cattolicesimo indifferente se non ostile all’ambiente, vengano tra questi boschi maestosi e, soprattutto, studino i "codici forestali" dei monaci, i primi mai stabiliti al mondo. I pericoli per la sopravvivenza di questo mare verde vennero, semmai, dal mondo che perseguitava la vita religiosa: Napoleone prima e poi i governanti dell’Italia massonica del 1866, con la cacciata dei monaci e la confisca della foresta. La quale, venduta a privati, subì molti danni, fino a quando lo Stato si rese conto che si trattava di una ricchezza da tutelare e non da dilapidare. Cominciò, dunque, la gestione pubblica che ha poi portato alla recente istituzione (non priva di difficoltà di gestione) di un parco nazionale del Casentino.

Malgrado i problemi dovuti alla strada (per un equivoco ho percorso quella più difficoltosa), poco prima dell’ora fissata per la messa sono a oltre mille metri, nella chiesa dell’eremo, che mi stupisce per i lieti colori, per le decorazioni a fiori e frutti, lontani dall’asciutto stile toscano e dall’austerità tradizionale dei Camaldolesi. C’è quasi l’impressione, gradevole, di trovarsi in un salone per feste, tra barocco e rococò. Capirò poi, allorché mi spiegheranno che la chiesa fu ricostruita nel tardo Seicento quando, per vicende interne alla Congregazione, la maggioranza dei monaci, qui, era napoletana e volle ispirarsi allo stile del Sud. Alle 11 precise, ecco iniziare la messa. Qualcuno ha detto che, in questo Paese spesso allergico alla puntualità, le due sole realtà che non sgarrino nell’orario sono le partite di calcio e, appunto, le messe... Mi accorgo subito però che, qui, non si cura soltanto la puntualità: la liturgia è accurata, come prevedibile in un luogo monastico, ma è anche intenzionalmente "lenta", "distesa". Nel senso che sia quanto dicono i concelebranti sia quanto rispondiamo noi che partecipiamo è detto senza fretta, quasi assaporando le parole. L’omelia, come saprò poi, è fatta da un monaco laico. Alla comunione, ciascuno intinge nel calice l’ostia che gli è stata consegnata. Il tutto, ovviamente, tra canti accurati, con testi che non ho mai udito prima.

L’eremo di Camaldoli.
L’eremo di Camaldoli (foto PERIODICI SAN PAOLO/A. BERTOTTI).

Insomma, sin da questo primo impatto, ho conferma che Camaldoli è davvero un luogo "speciale": visto con speranza e fiducia da molti, con qualche diffidenza (ormai piuttosto sbiadita) da qualcun altro. Qui, per tanti anni, è stato priore generale dom Benedetto Calati, uomo di carismi, di incontri, di pace e di lotte, amato e contestato: in ogni caso, uno dei protagonisti della stagione che ha preparato il Concilio e che poi si è sforzata di applicarlo. Dom Calati è morto, ottantaseienne, nel novembre del 2000. Sono qui per incontrare dom Emanuele Bargellini, 63 anni, 157° priore generale della Congregazione camaldolese, nato nella parrocchia stessa dove sorge l’eremo, e che per ben 46 anni ha vissuto con dom Calati e ne mantiene l’eredità spirituale. E questo, va detto, con soddisfazione dei confratelli, visto che già per tre volte – a partire dal 1987 in cui fu eletto – il Capitolo generale lo ha sottoposto alla "verifica" prevista dalle regole e lo ha riconfermato.

Le origini della Congregazione, all’interno della famiglia benedettina, risalgono a poco dopo il Mille e sono dovute alla straordinaria attività di san Romualdo che, proveniente dalla bizantina Ravenna, ha portato elementi di raccordo con la tradizione orientale. Tra l’altro, il sacro eremo di Camaldoli, con le sue casette dove vivono i monaci, è forse il solo esempio ancor vivo, in Occidente, della laura ortodossa, villaggio di religiosi sotto l’autorità di un abate. Unica è anche la sussistenza di "reclusi" (ce ne sono ancora due), monaci che decidono di vivere completamente isolati nella loro cella, senza uscirne se non in pochissime occasioni. Ma caratteristica inconfondibile camaldolese è l’abbinamento tra l’eremo e quel monastero (volti della stessa realtà) nella cui foresteria è passata e passa, da decenni, tanta parte della intellighenzia cattolica. Proprio da lì nasce il singolare rinnovamento di questa Congregazione che per secoli, assieme ai Trappisti e ai Certosini, era stata sinonimo di isolamento, di austerità e di penitenza.

La foresta intorno al monastero.
La foresta intorno al monastero (foto PERIODICI SAN PAOLO/A. BERTOTTI).

Dopo le soppressioni napoleoniche e, poi, quelle postrisorgimentali, la Congregazione era risorta a fatica e sembrava sopravvivere a sé stessa. Fino a quando, a partire dal 1927, sull’onda delle celebrazioni dei novecento anni dalla morte di san Romualdo, un gruppo di giovani monaci decise di "rivisitare" le origini, la tradizione autentica, il carisma della propria famiglia religiosa. Ne nacquero delle "scoperte" feconde, che non avrebbero avuto le conseguenze che ebbero senza la decisione della Fuci, la Federazione degli studenti universitari cattolici, di scegliere Camaldoli per i suoi incontri estivi. La decisione fu dovuta anche a monsignor Giovanni Battista Montini, in Segreteria di Stato ma sempre assai legato a quella Fuci di cui era stato assistente centrale. Sta di fatto che sulla rinnovata foresteria (che era stata degradata ad albergo) del monastero conversero non soltanto folle di giovani preparati e desiderosi di approfondire ancor più il senso della loro fede, ma anche, come docenti, i nomi migliori della cultura cattolica. I monaci, sulle prime, si limitarono a dare ospitalità ma poi, pian piano, Fuci e Congregazione si fecondarono a vicenda: i giovani studenti si confrontarono con un’esperienza millenaria di consacrazione totale; il gruppo di religiosi, già al lavoro per riscoprire il proprio carisma, trovò delle confortanti conferme per continuare l’impegno. Ne nacque un travaglio talvolta doloroso perché, come mi dice dom Bargellini, «quelle intuizioni avevano avuto il torto di essere nate troppo presto. Prima, cioè, che il clima conciliare le rendesse accettabili anche ai monaci che allora vi vedevano, pur in ottima fede, il tradimento di una tradizione che, peraltro, non conoscevano».

La chiesa dell’eremo di Camaldoli.
La chiesa dell’eremo di Camaldoli (foto PERIODICI SAN PAOLO/A. BERTOTTI).

Venne poi il Vaticano II e, continua il priore, «con uno di quei paradossi di cui solo lo Spirito Santo conosce il senso, se il Concilio ha avviato un terremoto per la maggior parte degli istituti religiosi, a Camaldoli ha riportato la pace nella comunità. E, con la pace ritrovata, lo sviluppo, anche quantitativo, e la configurazione di un volto spirituale oltre al rinnovamento dello stile di vita e della presenza nella Chiesa». Anche i monaci, insomma, che reagivano alle novità, furono portati a riflettere e ad "arrendersi", quando videro che la Chiesa stessa esortava ad andare nella direzione che indicavano quei confratelli (e dom Calati era, ovviamente, in prima fila) scambiati sino ad allora per pericolosi eversori di una così lunga e gloriosa tradizione. Sta di fatto che le nuove costituzioni furono approvate addirittura all’unanimità: un clima di concordia che ancora oggi continua. E che non ha portato a difficoltà reali con Roma. Il Papa stesso, salito a Camaldoli, ha avuto parole di incoraggiamento. E la morte di dom Calati ha provocato significative espressioni di solidarietà sia nella Chiesa sia negli ambienti "laici" che ben conoscevano, e apprezzavano, questo religioso dal carisma così spiccato.

Nelle ore passate con dom Bargellini cerco di capire su quali pilastri si basi questo "modello Camaldoli" di cui tanto si è parlato. C’è innanzitutto la riscoperta che il vero nutrimento spirituale del monaco non sta nella moltiplicazione delle "devozioni", bensì nella Scrittura e nella Liturgia: all’abbondante formazione biblica si accompagna, dunque, un rinnovamento liturgico che recupera le basi della giornata e dell’anno cristiani. Anche a questo mira la decisione, che risale ormai a parecchio tempo fa, di inviare i giovani a formarsi, fino al livello accademico, al Sant’Anselmo, l’università benedettina romana. Fu una decisione di straordinaria rottura, per una famiglia religiosa che dell’isolamento, della separazione, della permanenza su montagne deserte aveva fatto uno dei suoi capisaldi.

L’antica farmacia del monastero, con scaffali che risalgono al XVI secolo.
L’antica farmacia del monastero, con scaffali che risalgono al XVI secolo
(foto
PERIODICI SAN PAOLO/A. BERTOTTI).

Fondamentale anche la consapevolezza che il monachesimo è una realtà spirituale che accomuna la Chiesa d’Occidente con quella d’Oriente. «Così», commenta il priore, «la ricerca sulle nostre origini ci aprì alla consapevolezza ecumenica, con la scelta – via via sempre più precisata – di praticare il dialogo interconfessionale». Ma anche interreligioso, poiché il fenomeno monacale accomuna, in fondo, tutte o quasi le religioni. Così come si pratica a Camaldoli, il dialogo è "teorico", nel senso che sono numerosi – e ad alto livello – i convegni e i seminari di studio. Ma è anche concreto, basato su una rete assai fitta di rapporti, di incontri, di ospitalità. Singolare la profondità di quello con il mondo ebraico, per il quale Camaldoli è tra i posti più significativi nel mondo.

Per quanto riguarda la vita interna della comunità, dom Bargellini mi ricorda che le due basi del rinnovamento furono il rapporto con le origini, da cui una "fedeltà dinamica" alla lunga tradizione, rivendicata nel suo complesso; e, poi, il rapporto con il tempo presente. Da qui, un’attenzione ai segni del tempo, conservando però al contempo quella "vista monastica" che prende la storia sul serio e insieme non dimentica l’eterno.

Mi dice che, come programma centrale della sua attività al servizio della Congregazione, ha messo una parola d’ordine che fu anche di dom Calati: «Diversità e comunione». Dunque, rispetto per la persona, per la differenza di storie e di carismi. E accanto a questo, il "respiro comunitario": «Coltivarlo, soprattutto nei giovani, è un po’ la nostra sfida principale», osserva il priore. «In effetti, se la centralità della persona non è confrontata costantemente con il sincero discernimento di fede sulla Parola del Signore e con la tensione interiore della comunità, rischia di diventare individualismo...». Naturalmente, si è provveduto da tempo anche alla riscoperta del fatto che, in origine, il monachesimo fosse "laico": «Noi non obblighiamo i nostri giovani né al laicato né al presbiterato. Ciascuno sceglie in coscienza, consapevole che la vocazione al sacerdozio è aggiuntiva a quella monastica».

Alla messa del mattino erano presenti molte persone che, sin dall’aspetto, mostravano di non essere "indigene". A parte i frequentatori dei convegni, chiedo a dom Bargellini, quali sono i vostri ospiti? Sorride: «Direi che appartengono soprattutto a due categorie. Ci sono i fervorosi, quelli che non si accontentano della vita parrocchiale. E poi, ci sono quelli che in parrocchia non vanno più e che qui cercano un nuovo contatto con il mondo cristiano».

Sulle nuove esperienze monastiche di ambito cattolico (la Bose di Enzo Bianchi, la Monteveglio di Dossetti), dom Bargellini dà un giudizio amichevole e positivo, rilevando però la diversità: soprattutto nel fatto che Camaldoli ha una delle più antiche tradizioni della Chiesa, «che fa da sorgente ma anche da benefico filtro». Se sono frequenti i rapporti col monachesimo orientale – quello, ad esempio, del monte Athos – c’è però da rilevare che, nella "nuova" Camaldoli, quel che si cerca di praticare è «la solitudine senza la separazione, l’eremitismo e al contempo l’apertura all’ospite, la diversità e insieme il rapporto con il mondo».

Dom Bargellini vicino alla tomba (in alto a sinistra) del suo predecessore Benedetto Calati.
Dom Bargellini vicino alla tomba (in alto a sinistra)
del suo predecessore Benedetto Calati (foto
PERIODICI SAN PAOLO/V. MESSORI).

Saliamo al piccolo cimitero che è considerato «il giardino della comunità, con i morti che convivono con noi», come mi fa notare il mio ospite. Mentre saliamo, mi spiega l’abilità con cui è costruito il villaggio monastico, il cui disegno solo in apparenza è casuale. In realtà, rispetta l’andamento del terreno, e la disposizione delle casette è tale da adattarsi al meglio al clima severo. Anche nell’architettura, dunque, un segno che mostra quale storia lunga e piena di sapienza abbia alle spalle la piccola ma coriacea famiglia di san Romualdo. Una storia, mi dice il priore, che né lui né i suoi monaci hanno alcuna intenzione di vedere terminare. Una Camaldoli profondamente rinnovata, e ancora e sempre protesa al cambiamento: ma con le radici saldamente avvinte a un humus fecondato da quasi un millennio di ricerca dell’Assoluto.

Vittorio Messori
    

San Romualdo, fondatore dei Camaldolesi, nasce a Ravenna a metà del X secolo. La sua tormentata ricerca religiosa lo vede passare attraverso diverse esperienze monastiche, con spostamenti da una località all’altra. Delle sue numerose fondazioni, che privilegiano la vita eremitica rispetto a quella comune, molte hanno vita breve. Il centro di maggior successo da lui creato è quello di Camaldoli, sebbene sia incerta la data di fondazione, che gli studiosi collocano tra il 1012 e il 1023. Romualdo muore intorno al 1027. Lo stemma di Camaldoli, di Andrea Della Robbia.

I Camaldolesi sono pochi: 136, novizi compresi, sparsi in 10 comunità, di cui 6 in Italia. Pochi, ma con una presenza ecclesiale certamente superiore alla loro dimensione quantitativa. Ma, quel che è più significativo, una buona percentuale (27) è nel processo di formazione: il dato indica che è in atto un certo dinamismo anche vocazionale. 

La "Congregazione dei monaci eremiti benedettini camaldolesi" cominciò a espandersi fin dall’XI secolo grazie a san Rodolfo, primo priore di Camaldoli. Oggi conta sia eremi, sia monasteri, sia comunità miste; superiore generale della Congregazione è il priore della casa madre. Romualdo fondò anche due monasteri femminili, la cui storia però si perde nelle nebbie del tempo; il primo monastero femminile "ufficiale" nacque, a opera di Rodolfo, a San Pietro di Luco (Firenze).

Gli avvenimenti culturali, ecumenici e interreligiosi che hanno fatto di Camaldoli un vivace centro di dialogo e riflessione fin da prima del Concilio Vaticano II proseguono con regolarità ogni anno. Anche il 2001 vedrà "in cartellone", tra le altre iniziative, le Settimane teologiche della Fuci (25 luglio - 7 agosto), e il XXII Colloquio ebraico-cristiano (5-9 dicembre). Per informazioni: 
tel. 0575/55.60.13. 

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