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Nel nome del clown
di Piero Pisarra
    

   Jesus n. 7 luglio 2001 - Home Page

In principio era il gioco. La Sapienza di Dio giocava con il globo terrestre, come in una cosmica partita di pallone (cfr. Prov 8,30-31). Poi dal football il Signore passò al nascondino, come si fa con i bambini, manifestandosi e nascondendosi, ora in un roveto ora nel mormorio di un vento leggero. Mosè ed Elia – complici dell’Altissimo in queste partite di cache-cache – ne fecero l’esperienza. Il Deus absconditus è un Dio che cerca e che vuole essere cercato: un Dio vicino, eppure totalmente altro, prossimo e inafferrabile, secretissime et praesentissime, come diceva sant’Agostino.

Dio gioca a nascondino già con il primo uomo: «Adamo, dove sei?» (Gen 3,9). E continua con Giona, profeta recalcitrante, e con gli altri profeti e patriarchi. Tutta l’economia della salvezza può essere interpretata come un grande gioco in cui si dispiega l’incomparabile sense of humour del Creatore. Questo gioco del nascondino, come scrive il biblista Gebhard-Maria Behler in un saggio affascinante (Il gioco di Dio, Àncora, Milano, 1984), piace appassionatamente anche al Signore glorioso: «Egli si nasconde per lasciarsi trovare dalla nostra fede che lo cerca». «Il Risorto che si è nascosto, che si è finto pellegrino, un giardiniere o un semplice sconosciuto, usa anche con noi la stessa tattica», aggiunge Behler.

In principio, dunque, era il gioco. E anche alla fine, quando – come nei dipinti del Beato Angelico – gli eletti intrecceranno le loro danze nei verdi pascoli del cielo, sarà il gioco, un’esplosione di festa, gioia senza limiti, premio di vita eterna. Ma che cos’è il gioco e cosa vuol dire giocare, ora che il gioco sembra avere invaso ogni spazio, ora che la dimensione ludica, da parentesi o pausa qual era, si è imposta come realtà dominante? Se tutto è gioco – non solo gli insulsi giochini televisivi fatti per catturare il pubblico della prima serata –, allora il gioco perde di significato, si trasforma nel suo contrario, in obbligo, in occupazione noiosa e ripetitiva, opprimente come e forse più del lavoro.

Dio crea gli astri, gli uccelli e i pesci, in una miniatura del XIV secolo (Perugia, Biblioteca Augusta).
Dio crea gli astri, gli uccelli e i pesci, in una miniatura del XIV secolo
(Perugia, Biblioteca Augusta -
PERIODICI SAN PAOLO/L. RIVA)

Da almeno tre decenni assistiamo alla «carnevalizzazione» della vita e, nello stesso tempo, alla scomparsa del carnevale (quello vero, non la caricatura finto-trasgressiva proposta ogni anno dagli assessorati al turismo, con i carri e le majorettes). E la stessa cosa accade per il gioco. «Il gioco, come momento di esercizio disinteressato, che giova al corpo o, come dicevano i teologi, toglie la tristitia dovuta al lavoro, e sicuramente affina le nostre capacità intellettive, per essere tale ha bisogno di essere parentetico», ha ricordato recentemente Umberto Eco. Ma se siamo condannati a giocare, che gioco è? Come il sonno e il cibo, anche il gioco, nelle giuste dosi, ritempra; in eccesso, abbrutisce. E allora, bonjour tristesse!

Per una parte dell’umanità – quella più ricca – c’è un’alienazione che non si sperimenta più – o non soltanto – nel lavoro, ma che si vive nel gioco ridotto a consumo di tempo, di beni, di alcol, di droghe, a ripetizione ossessiva di gesti senza senso. E questa incapacità di pensare il tempo libero come tempo sottratto al dominio del denaro e del mercato è forse una delle sconfitte più gravi delle grandi ideologie nate dall’illuminismo. Finora si è sempre voluto modificare l’organizzazione del lavoro, ma cosa succederebbe – si chiede il teologo Jürgen Moltmann – se la liberazione dell’uomo cominciasse dal gioco? «Significherebbe sottrarre i giochi al controllo di coloro che si sono specializzati nell’industria del tempo libero. Significherebbe passare da un’immaginazione semplicemente riproduttiva – che ripete anche nel tempo libero gli schemi del mondo del lavoro – a un’immaginazione produttiva, in vista di un mondo più libero».

Una danzatrice si esibisce davanti a Giovanni Paolo II.
Una danzatrice si esibisce davanti a Giovanni Paolo II (foto AP/P.LEPRI).

Disneyland e Las Vegas, le città di cartapesta, i parchi e i templi destinati ai forzati del gioco, non avrebbero più senso. Sarebbe la fine dei giochi standardizzati, identici in ogni parte del globo. E la riscoperta di giochi antichi, come quelli descritti nel celebre dipinto di Bruegel conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna (1560): giochi semplici, che non richiedono grandi mezzi e per i quali non c’è bisogno di playstation, di computer e di cd-rom, perché per divertirsi bastano una trottola e una pietra da rotolare.

Quella di Moltmann è ovviamente un’utopia, forse pericolosa come tutte le utopie. Dietro la pretesa di dettar legge in questa materia, c’è spesso lo zampino del totalitarismo, la tentazione di sfruttare il gioco, la festa e lo sport per il controllo delle coscienze o come fabbrica del consenso. Ma non si può dare torto al teologo di Tubinga quando dice che il gioco è senza speranza e perde il suo sale ogniqualvolta serve a farci dimenticare per un po’ di tempo ciò che non si può cambiare, quando è insomma oppio o anestetico: il gioco autentico – secondo Moltmann – è contestazione delle ingiustizie esistenti e prefigurazione di rapporti nuovi; per mezzo del gioco, «si riconosce che le cose non devono essere come sono», «si anticipa e si sperimenta un avvenire diverso, un nuovo stile di vita».

Già nel 1938, in Homo ludens, il grande storico olandese Johan Huizinga insisteva su questa funzione del gioco: esso è pratica di libertà. Più antico della cultura, «perché il concetto di cultura presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare», il gioco è definito da Huizinga come un’attività libera, di finzione, situata al di fuori della realtà ordinaria e capace di assorbire completamente il giocatore; un’attività «inutile» – nel senso che non persegue uno scopo materiale – e che si svolge in uno spazio e in un tempo circoscritti, secondo un ordine e delle regole prestabilite; infine, un’attività che si circonda spesso di mistero o che accentua col travestimento l’impressione di stranezza o di estraneità rispetto al mondo abituale.

Un frate in veste da clown a piazza San Pietro.
Un frate in veste da clown a piazza San Pietro
(foto
PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).

Contestata o ampliata (per esempio, da un filosofo eccentrico come il francese Roger Caillois nel suo Les jeux et les hommes, del 1958), la definizione di Huizinga alimenta ancora oggi lunghi dibattiti sulla natura del gioco. Ma è ovvio che essa non può considerarsi onnicomprensiva: non pochi giochi sfuggono a questo elenco di caratteristiche formali. Come il riso e la festa, il gioco non si lascia ingabbiare in uno schema. Esso è ambiguo o ambivalente per natura: può essere svago, divertimento, ricreazione o, al contrario, esperienza di schiavitù, quando si è "incatenati" davanti alla roulette o davanti a un computer. In ogni caso, come sanno tutti i bambini, non c’è nulla di più serio del gioco. E chi non gioca mai commette peccato allo stesso modo di chi gioca troppo: lo dice un’autorità indiscussa come Tommaso d’Aquino. «Coloro che non giocano mai e che non dicono mai qualcosa di gradevole peccano contro la verità»: il nostro spirito è infatti come un arco che si spezzerebbe se fosse sempre teso, spiega san Tommaso citando un episodio apocrifo della vita di san Giovanni evangelista.

Indispensabile come l’aria che respiriamo, il gioco è però qualcosa di più di un bisogno. È ciò che la tradizione cristiana chiama eutrapelia, la virtù del buon umore, quella forma di distacco e di eleganza spirituale che consente di cogliere e di apprezzare i lati giocosi della vita: virtù di santi, di mistici e di tutti coloro che non esitano a lanciarsi nella danza in risposta all’invito di Cristo, nuovo Orfeo (secondo la bella definizione di Clemente Alessandrino), o del Cristo clown dipinto da Georges Rouault. Per cambiare la vita – scriveva alla fine degli anni ’60 il teologo protestante Harvey Cox nell’ormai classico La festa dei folli – bisogna far rinascere lo spirito festivo e la fantasia. Allora la festa sarà di nuovo comunione, la liturgia un mosaico di canti, di luci e di danze, e la politica sarà restituita all’immaginazione. Più di trent’anni dopo, quel manifesto può sembrare ingenuo o eccessivamente ottimistico. Ma una fede che non voglia farsi imprigionare nelle gabbie delle rigide formulazioni dogmatiche, che rifiuti le trappole della seriosità, deve essere ripensata come il grande gioco. E una Chiesa che confidi nell’azione dello Spirito, più che nell’ordine delle cerimonie o nel rigore formale e nei paramenti inamidati dei suoi ministri, non può non aprirsi alla dimensione ludica. Anche perché il diavolo – come diceva Friedrich Nietzsche – è lo spirito di pesantezza. Cioè il contrario dell’aerea leggerezza del gioco.

Piero Pisarra

"Giochi di fanciulli" di Pieter Bruegel il Vecchio (1560).
"Giochi di fanciulli" di Pieter Bruegel il Vecchio (1560).

La fanciulla che giocava con il cielo

«L’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine, ed egli è interamente uomo soltanto quando gioca». Così scriveva il grande poeta tedesco Friedrich Schiller nel 1795 nel suo trattato Sull’educazione estetica dell’uomo. Certo, egli si riferiva – come faranno molti autori (per tutti pensiamo al famoso Homo ludens di Johan Huizinga o alla Festa dei folli del teologo Harvey Cox) – al gioco puro che ha la sua espressione nel bambino ancora "innocente" rispetto ai calcoli economici dell’adulto tifoso o sportivo. Il gioco può diventare in tal modo una parabola della libertà creatrice divina. Emblematica è la raffigurazione della Sapienza divina nell’atto creativo: secondo il libro dei Proverbi essa è ’amôn, forse una "fanciulla" che sta danzando e divertendosi nell’"atelier" del mondo che sta fiorendo dalle sue mani. Si legge, infatti, nell’inno autocelebrativo di Proverbi 8: «Io ero come una fanciulla… mi divertivo in ogni istante, mi ricreavo sulla faccia della terra, la mia felicità era tra i figli dell’uomo» (vv. 30-31). Il gioco umano autentico è costantemente ritratto dagli autori sacri nella sua freschezza, anche quando gli adulti non capiscono o lo osteggiano, come nel caso dei due piccoli Ismaele e Isacco che si divertono insieme (Genesi 21,9). Il ragazzo Davide «scherza con leoni e orsi» (Siracide 47,3) e, quando sarà adulto, non temerà l’ironia di sua moglie Mikal danzando come un forsennato davanti all’arca del Signore (2Samuele 6,5-22). Anche Gesù si ferma a osservare i ragazzi che giocano sulle piazze dei villaggi e non s’accordano sul tipo di gioco da adottare: alcuni vorrebbero mimare una festa di nozze ballando al suono del flauto, altri si orienterebbero invece verso un funerale piangendo e lamentandosi (Matteo 11,16-17). Anzi, l’orizzonte messianico sarà descritto proprio come un tempo in cui il bambino potrà tornare a giocare con tutti gli animali senza nessuna paura, introducendo persino la sua manina nella buca delle vipere (Isaia 11,8) e le piazze di Gerusalemme «formicoleranno di ragazzi e ragazze che giocheranno» felici (Zaccaria 8,5). Lutero descriverà il paradiso così: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà col sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore e una gioia lirica e rideranno con te, o Signore». Già nel Medioevo il monaco Notker dell’abbazia di San Gallo dipingeva la Chiesa immersa in una specie di gioco paradisiaco ed eterno: Ecce sub vite amoena, Christe, / ludet in pace omnis Ecclesia / tute in horto («Ecco, o Cristo, tutta la Chiesa giocare in pace e in sicurezza nel giardino sotto un’amena vite»). La Bibbia, però, conosce anche i giochi degli adulti. Ne elenchiamo alcuni senza i vari riferimenti testuali per non appesantire la lista: c’è la corsa libera ma anche il gioco della palla, il tiro al bersaglio e il sollevamento pesi (con massi di pietra); c’è il lancio del disco e si fa riferimento persino alla palestra greca o al gioco dei dadi; c’è la corsa nello stadio e il pugilato, evocati soprattutto da Paolo che menziona anche a più riprese il premio (in greco, brabeion)e la corona d’alloro (stephanos); ci sono i giuochi "intellettuali" come gli indovinelli (Sansone ne è maestro in Giudici 14). Se stiamo al gioco in senso stretto, l’archeologia stessa può venirci in aiuto e mostrarci, ad esempio, Ramses II che gioca a scacchi con una donna del suo harem (rilievo del tempio di Medinet Habu). Nelle tombe reali di Ur, la patria di Abramo, è venuta alla luce una scacchiera o forse una tavola da dama intarsiata con le relative pedine (XXV secolo a.C.) e un’altra dalla tomba di Tutankhamon (XIV secolo a.C.), mentre nella città palestinese di Meghiddo è stata ritrovata una scacchiera d’avorio intarsiato con oro e pasta di vetro, lunga 27 centimetri (XIV-XII secolo a.C.). Ma il gioco, se entra nelle spire del guadagno o di altre finalità, può degenerare e divenire persino una perversione. Già i maestri giudaici ammonivano che «chi gioca a dadi è un rapinatore dell’anima e non può esercitare le funzioni di giudice e testimone in tribunale». Nella passione di Gesù c’è anche il lugubre "gioco del re" con la coronazione di spine e le finte reverenze, c’è il sorteggio coi dadi della sua veste e c’è quell’infame curiosità che – come accade ancor oggi negli Stati Uniti in occasione delle esecuzioni capitali – rende la crocifissione uno spettacolo a cui molti accorrono (Luca 23,48). Paolo ai Corinzi scriverà che anche noi, testimoni di Cristo, possiamo diventare «come condannati a morte, divenuti spettacolo al mondo» (1Corinti 4,9). Tuttavia il vero gioco, che ha nella festa la sua incarnazione, rimane il segno della libertà, della creatività, della gioia, del gratuito, della poesia, dell’armonia, dell’amore. Potremmo, allora, concludere questo sguardo molto semplificato al gioco biblico con le parole di un sapiente del II secolo a.C., il Siracide, che così ci ammonisce: «Corri a casa e non indugiare: là divertiti e fa quello che desideri, ma non peccare!» (32,11-12). E ai giovani potremmo, invece, ricordare il consiglio di un altro sapiente, il Qohelet: «Divertiti, o giovane, nella tua giovinezza, si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo, Dio ti convocherà in giudizio» (11,9).

Gianfranco Ravasi

  

«Ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante, dilettandomi sul globo terrestre», dice la Sapienza nel libro dei Proverbi. Il tema della festa percorre le pagine della Bibbia e ha forse una delle sue immagini più alte in Davide che danza davanti all’arca dell’Alleanza lodando Dio con canti di gioia. 

Nella storia della Chiesa, il tema del gioco e della gioiosità è stato oggetto di dibattito anche in rapporto agli anni giubilari: per esempio Benedetto XIII, nel 1724, con la bolla di indizione dell’Anno santo, proibì carnevale, maschere, festini e ogni sorta di gioco. Un giubileo austero, ben diverso nello spirito da quello del 1975, per il quale Paolo VI scrisse l’esortazione apostolica Gaudete in Domino, in cui si esaltava la gioia come dono dello Spirito Santo.

Non sono poche le miniature e i dipinti che mostrano come il gioco, anche nei secoli passati, fosse presente nella vita di tutti i giorni. Anche la Chiesa ha spesso incoraggiato il gioco come elemento essenziale per lo sviluppo armonico dei bambini. Nella celebre opera di Pieter Bruegel, dove non compaiono adulti, sono illustrati i divertimenti tradizionali: dalla cavallina al gioco dei sassetti.

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