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MONSIGNOR MARTINELLI

Ispirati dall’umiltà di san Francesco
di Marco Trovato
       

   Jesus n. 7 luglio 2001 - Home Page

Sulla piccola collina di Dahra, a due passi dal quartiere coloniale, oltre i suk e i vicoli della medina, sorge l’unica chiesa cattolica di Tripoli. È una costruzione che risale agli anni ’30, semplice, bianca, dedicata a san Francesco d’Assisi. Alla sera, quando l’afa si stempera nella brezza che proviene dal mare, dalla chiesa fuoriescono le melodie di un coro inatteso.

Voci possenti e vigorose riempiono i viali circostanti e s’intrecciano con i richiami cantilenanti dei muezzin. Sono i canti sacri che danno inizio alle messe, celebrate in sei lingue diverse per servire i fedeli di ogni nazionalità, provenienti soprattutto dall’Africa nera, dal Medio e dall’Estremo Oriente. Chi lavora fino a tardi e non riesce a liberarsi per la preghiera serale non manca all’appuntamento con la grande messa festiva: ogni settimana, nella tarda mattinata del venerdì, la piccola e composita comunità cattolica si ritrova a San Francesco per condividere una celebrazione solenne, attesa con impazienza e vissuta con gioia. Filippini, indiani, pachistani, tanti sudanesi... Tutti insieme accorrono per stringersi attorno a monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, instancabile officiante di una liturgia vivace, intensa, coinvolgente. «È come una grande riunione di famiglia, un momento di comunione profonda che nessuno vuole perdersi», spiega. «Ma è anche un segno profetico di amore e di fratellanza rivolto ai nostri amici libici: ci uniamo a loro nel giorno della festività musulmana per pregare tutti insieme e riscoprirci più vicini».

Monsignor Martinelli è stato uomo-chiave nel dialogo tra Chiesa e regime: «Abbiamo vissuto momenti difficili», afferma. «Oggi però possiamo lasciare alle spalle le incomprensioni del passato... Le autorità di Tripoli hanno capito che il Vaticano non è appiattito sulle posizioni delle potenze occidentali. E la vicenda dell’embargo è servita a fare chiarezza sul nostro ruolo e sulla nostra missione».

  • Partiamo proprio dall’embargo: lei si è sempre dichiarato contrario. Perché?

«È stata una sanzione offensiva e umiliante: ha colpito drammaticamente le fasce più deboli della popolazione, ha arrestato lo sviluppo, imposto enormi sacrifici, creato nuove povertà. L’embargo non aiuta a riconciliare gli animi, non aiuta ad arrivare a una soluzione duratura dei conflitti. È una forma di violenza che genera altra violenza. In Libia, ad esempio, ha contribuito a far crescere il rancore e l’astio nei confronti dell’Occidente, in particolare contro Stati Uniti e Inghilterra».

  • Eppure gli americani dicono che senza l’embargo non si sarebbe giunti a una soluzione per la vicenda di Lockerbie...

«L’embargo in realtà ha contribuito solo a soffocare il dialogo. Se si è arrivati alla conclusione positiva della crisi, è solo grazie all’intervento di grandi personalità politiche, come Mandela e Mubarak, che hanno operato una delicata ma fruttuosa opera di mediazione tra Libia e Occidente. Sarebbe stato più logico e proficuo puntare subito su un tavolo delle trattative aperto a leader arabi e africani dotati di sensibilità e carisma, invece che passare alle sanzioni. In fondo la Libia non si è mai opposta al processo ai sospettati per l’attentato di Lockerbie. Chiedeva solo garanzie di equità e giustizia: un processo regolare e un tribunale davvero sopra le parti».

  • Che ruolo può giocare la Chiesa in questa delicata fase storica della Libia ?

«I libici hanno molto apprezzato la nostra posizione sulla questione dell’embargo. Siamo rimasti vicini alla gente nei momenti più difficili della crisi offrendo numerose testimonianze di sincera amicizia che non sono passate inosservate. La Chiesa deve continuare a costruire ponti di dialogo verso il mondo arabo-musulmano, sollecitando l’incontro e il confronto con la comunità islamica. Nel contempo deve fornire sostegno ai numerosi immigrati cattolici che arrivano in Libia nella speranza di migliorare la propria vita... Dobbiamo restare vicini ai più poveri e ai più bisognosi perché questa è la nostra missione».

  • Gheddafi viene spesso dipinto in Occidente come un leader ambiguo, contraddittorio, imperscrutabile. Che idea si è fatto del rais in tutti questi anni di permanenza in Libia?

«Indubbiamente egli ha dimostrato di essere un uomo politico di grande personalità, capace di elaborare progetti ambiziosi e originali, come la creazione degli Stati Uniti d’Africa. In un certo senso Gheddafi rispecchia la coscienza, forse inespressa, di un mondo arabo che vive al suo interno conflitti e spinte contrapposte, ma che è in perenne ricerca di una nuova identità».

  • L’Islam libico appare mite, tollerante, aperto al confronto. Non ci sono pericoli di fanatismo e fondamentalismo religioso?

«La tradizione beduina dell’accoglienza è ancora molto forte in questo Paese e i libici fanno dell’ospitalità un punto di orgoglio della loro cultura. Non abbiamo mai avuto problemi di convivenza o intolleranza. Sui luoghi di lavoro avviene spesso che musulmani e cattolici accettino volentieri di sostituire i compagni di lavoro durante le assenze per le rispettive feste religiose... È un segno di amicizia e di fratellanza carico di significati».

  • Se dovesse raccontare la Libia di oggi con un’immagine, quale sceglierebbe?

«Sceglierei sicuramente una bellissima immagine che si trova all’interno della nostra chiesa di Tripoli. È un affresco che raffigura Francesco d’Assisi impegnato a oltrepassare le frontiere dei crociati per annunciare la pace al sultano d’Egitto... Lo mostro a tutti gli amici che mi vengono a trovare... È un’immagine che fa capire come il dialogo sia l’unica via percorribile per rispettare le culture e arrivare al cuore delle persone. La Libia oggi ha un grande bisogno di questo dialogo: aperto, diretto, sincero».

Marco Trovato

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