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La Chiesa in Libia

Sotto la tenda del Rais
di Marco Trovato
       

   Jesus n. 7 luglio 2001 - Home Page

Finito l’embargo dell’Onu, anche grazie alla diplomazia vaticana, la Libia vive oggi una stagione promettente, in cui la Chiesa cattolica ha smesso di essere considerata un simbolo della colonizzazione.

L'aeroporto di Tripoli è un crocevia confuso di persone e bagagli, un mosaico impazzito di razze, colori, lingue diverse. Le comitive dei turisti si mischiano agli immigrati dell’Africa nera in cerca di amici e parenti. All’uscita decine di ragazzi si offrono come facchini e tassisti. Accolgono gli stranieri con parole di benvenuto, abbozzano saluti in italiano, sono felici di poter scambiare due chiacchiere con gli stranieri.

Dopo sette anni di isolamento internazionale, la Libia ha riaperto le sue porte al mondo. L’embargo aereo voluto dall’Onu per convincere le autorità libiche a consegnare i due agenti segreti sospettati per l’attentato di Lockerbie è terminato. Le sanzioni hanno imposto sacrifici, arrestato lo sviluppo, ma non hanno messo in ginocchio l’economia del Paese, né hanno sfiancato l’animo della gente.

Il quartiere degli affari di Tripoli è un enorme cantiere punteggiato da gru e imprigionato da ragnatele di ponteggi. Alte muraglie di cemento vanno a nascondere, giorno dopo giorno, l’orizzonte del mare. Ovunque vengono costruiti edifici moderni. Nelle hall degli hotel i telefonini squillano in continuazione, sovrapponendosi al ticchettio delle tastiere dei computer portatili. Si lavora con frenesia, fin dalle prime ore del mattino.

«Tripoli è la vetrina della vitalità e del dinamismo di un popolo in cerca di riscatto», spiega Giovanni Martinelli, vescovo della capitale. «Con la fine dell’embargo, per la Libia si è aperta una stagione ricca di aspettative e di opportunità: la gente ha voglia di voltare pagina... I giovani possono tornare a guardare al futuro con rinnovata speranza». Monsignor Martinelli parla con toni pacati ma per nulla distaccati: ama profondamente questo Paese e segue con attenzione gli sviluppi del delicato momento storico attraversato dalla Jamahiriya libica.

La Chiesa ha giocato un ruolo importante nella ricerca di una soluzione pacifica al contenzioso che per oltre un decennio ha opposto il regime di Gheddafi alla comunità internazionale, in seguito all’attentato di Lockerbie. In più di un’occasione, Giovanni Paolo II ha condannato l’embargo contro Tripoli, sostenendo con decisione la strada del negoziato. «Fortunatamente l’appello lanciato dalla Santa Sede è stato raccolto dalla diplomazia», dice monsignor Martinelli. «Il buon senso ha prevalso sulla prepotenza e sul reciproco sospetto». Anche nei momenti più bui della crisi, il Vaticano ha continuato a tessere la delicata tela del dialogo, un atteggiamento che secondo molti osservatori internazionali ha contribuito a siglare lo sdoganamento politico di Gheddafi e il suo pieno inserimento nello scacchiere diplomatico.

Oggi i rapporti tra Libia e Santa Sede sono buoni. La stagione del dialogo, inaugurata quattro anni fa, prosegue in un clima di rispetto, amicizia e fiducia. Sono state superate le incomprensioni del passato, cicatrizzate le ferite della storia, rinsaldati legami che erano spezzati da oltre trent’anni. Le relazioni diplomatiche con il Vaticano furono infatti rotte unilateralmente dal regime libico nel lontano 1969, all’indomani del colpo di stato incruento che spodestò la monarchia di re Idris, portando alla ribalta mondiale l’allora ventisettenne colonnello Muammar Gheddafi. Appena giunto al potere, il rais fece chiudere le basi militari americane e inglesi, ed espulse l’intera comunità italiana, oltre 20 mila persone, incamerandone i beni. Cacciò anche i religiosi e confiscò chiese e cattedrali, trasformandole in moschee.

«La rivoluzione di Gheddafi voleva rompere definitivamente con i retaggi del colonialismo», commenta monsignor Martinelli. «La Chiesa era un simbolo, veniva identificata con la storia dell’occupazione coloniale. Un atteggiamento doloroso, ma comprensibile... Fortunatamente l’ostilità e la rigidità della prima ora fu presto superata: le autorità compresero il ruolo della Chiesa e concessero la presenza dei sacerdoti nel Paese». Dopo un lungo periodo tormentato, segnato da impasse diplomatiche e momenti difficili, le relazioni tra lo Stato libico e la Santa Sede sono state riallacciate il 10 marzo del 1997. L’intesa, siglata con uno storico incontro tra Gheddafi e il nunzio di allora, monsignor José Sebastiano Laboa, ha rotto l’isolamento della Libia, inaugurando la stagione del disgelo con l’Occidente. 

«Oggi la Chiesa in Libia gode di una libertà assoluta in ogni settore e in ogni ambiente», prosegue Martinelli. «Da quattro anni possiamo contare su un permesso formale, rilasciato dalle autorità competenti, che ci consente di servire tutti i cristiani che si trovano all’interno del territorio libico».

Nel Paese vivono circa 50 mila cattolici, tutti stranieri. In maggioranza si tratta di immigrati che provengono dall’Estremo Oriente o dall’Africa nera. I pochi europei di passaggio sono dipendenti delle multinazionali petrolifere: guadagnano bene, non hanno particolari problemi, in genere si fermano in Libia solo per brevi periodi. Gli immigrati afro-asiatici invece lavorano come infermieri negli ospedali, oppure fanno gli operai nei cantieri edili. I meno fortunati cercano di sbarcare il lunario con espedienti e lavori saltuari: passano le ore accovacciati sull’erba o nella polvere, lungo le strade della periferia di Tripoli. Davanti a loro, ai margini della carreggiata, sistemano gli attrezzi del mestiere con i quali si fanno riconoscere dai libici in cerca di manodopera: pennelli per gli imbianchini, martelli per i fabbri, chiavi inglesi per i meccanici, secchi e stracci per i garzoni che lavano le auto.

Per molte di queste persone, in fuga dalla miseria o dalla guerra, la Chiesa rappresenta un punto di riferimento, una porta conosciuta cui poter bussare per cercare riparo e amicizia. Nei due vicariati apostolici di Tripoli e Bengasi operano una quindicina di sacerdoti cattolici e un centinaio di religiose. Le suore – molte sono italiane – prestano servizio in ospedali, centri per l’infanzia, case di cura per anziani, tutte strutture di proprietà delle autorità libiche: una presenza discreta fatta di testimonianze di solidarietà che, giorno dopo giorno, conquistano la fiducia della gente. «Il silenzio dell’annuncio esplicito della Parola fa da sfondo alla nostra presenza e dà significato al nostro servizio e ai nostri incontri perché l’amore diventi speranza», c’è scritto sull’ultimo numero di Church Horizons, il bollettino della Chiesa in Libia. E ancora: «Il Signore ci ha collocati come Chiesa tra questo popolo per sintonizzarci con il cammino dello Spirito nel cuore della loro storia ed esservi portatori della buona novella...».

In Libia, l’Islam è religione di Stato. Ma a partire dagli anni ’70, i toni rigidi della sharia, la legge coranica, sono stati stemperati dalla dottrina professata da Gheddafi nel suo Libro verde, il manuale che in 140 pagine illustra la "Terza teoria universale", alternativa al capitalismo e al comunismo, da cui discendono i princìpi fondamentali della Repubblica araba popolare di Libia. Paradossalmente proprio il rais, dipinto con ossessione come un acerrimo nemico dell’Occidente, ha contribuito finora a contenere la deriva fondamentalista che devasta l’Algeria, dilaga in Egitto e che rischia di infiltrarsi anche in Tunisia e Marocco.

Contro gli integralisti, Gheddafi ha condotto una lotta cruenta e senza quartiere. Ha represso con durezza manifestazioni e focolai di rivolta. Ha rastrellato, imprigionato e fatto sparire centinaia di attivisti islamici. Negli anni ’80 ha ridimensionato il potere degli ulema (gli "scienziati del Corano"), attorno ai quali si organizzavano le forze dell’Islam radicale. Nel ’96 ha sferrato un attacco su larga scala contro gruppi armati di fondamentalisti, annidati nelle campagne della Cirenaica.

Nonostante la repressione, il movimento islamico si sta però rafforzando. Vecchie e nuove sigle di gruppi islamici clandestini arruolano giovani nelle università. Nella regione di Bengasi, considerata ormai il cuore dell’opposizione al regime, alcune moschee sono da tempo in agitazione. Secondo l’autorevole Journal of Middle East Policy, si starebbe delineando un’alleanza fra esercito e fondamentalisti, in chiave anti-Gheddafi. Quel che è certo è che il clero musulmano e gli strati più conservatori della popolazione hanno mal digerito la politica riformista del rais, in particolare per ciò che riguarda l’emancipazione della donna e l’apertura ai valori della modernità.

In effetti, la vita nelle grandi città libiche è oggi molto influenzata da costumi e modelli culturali importati dall’Occidente. Sui tetti delle case la gente assembra le antenne paraboliche con le quali si possono ricevere i programmi delle Tv satellitari. Alla sera i giovani di Tripoli fanno la fila davanti al cinema per vedere i film occidentali. Nei bar più frequentati si ascoltano gli ultimi hit di Britney Spears e Geri Halliwell. I ragazzi vestono jeans e abiti sportivi. Le ragazze camicie colorate, gonne lunghe o fuseaux. Ai piedi hanno quasi sempre scarpe lucide con tacchi alti. I capelli vengono coperti con foulard leggeri. Poche donne indossano il lungo velo prescritto dalla moschea, più numerose sono le anziane che spariscono completamente sotto le furushiya, lenzuola bianche che lasciano intravedere solo un occhio.

«Solo i vecchi restano aggrappati alla tradizione, i giovani hanno voglia di cambiare, inseguono le mode che arrivano dall’Europa... È naturale che accada», dice Ibraim Abdullah, cinquant’anni, musulmano rigoroso e tollerante. Ibraim è il custode dell’antica moschea di al-Naqah, incastrata nel cuore del quartiere vecchio di Tripoli. «È la famosa Moschea della cammella», spiega. «È stata costruita da Omar, il suocero del profeta Maometto. Proveniva dall’Egitto e la sua cammella decise di fermarsi proprio in questo punto senza voler più ripartire. Per Omar era un segno evidente della volontà di Allah e così ordinò la costruzione di questo luogo di culto».

Da oltre trent’anni, Ibraim custodisce le quattro enormi chiavi che aprono i portoni della moschea e della vicina scuola coranica. Li apre e li chiude in continuazione, per via delle lezioni e delle cinque preghiere quotidiane. È un mestiere impegnativo, ma anche prestigioso, quello del custode della moschea. Un mestiere tramandato da generazioni nella famiglia di Ibraim. «Un tempo, quando il custode era mio nonno, il muezzin saliva sopra il minareto e gridava a squarciagola per richiamare i fedeli alla preghiera», racconta. «Poi, negli anni in cui il custode era mio padre, il muezzin poteva contare su microfoni, amplificatori e altoparlanti». Oggi il muezzin non c’è più e l’adahan, l’invito alla preghiera, è stato registrato su una cassetta. «Più comodo, più moderno», dice Ibraim.

Marco Trovato

Cartina.

La Libia è vasta circa sei volte l’Italia, ma con un territorio quasi al 90 per cento desertico. La stragrande maggioranza della popolazione (5 milioni di persone) di conseguenza vive concentrata al Nord, in Cirenaica e Tripolitania, regioni fertili e verdeggianti, coltivate a olivi, agrumi, orzo, grano. Si parlano l’arabo (lingua ufficiale), l’inglese e il berbero.

Sulla strage di Lockerbie, che il 21 dicembre del 1988 provocò la morte di 270 persone, in maggioranza cittadini statunitensi e britannici, è stata emessa la sentenza solo lo scorso gennaio. Il tribunale scozzese che ha giudicato il caso ha condannato all’ergastolo l’agente libico Abdel Basset al-Megrahi, prosciogliendo l’altro imputato.

L’Islam arrivò in Libia nel 643; in seguito, le invasioni arabe dei secoli XI e XII portarono a un forte ridimensionamento dei berberi, fino ad allora dominanti, costretti a rifugiarsi nelle zone interne. Il Paese fece in seguito parte dell’Impero ottomano, pur tra alterne vicende, dal XVI secolo fino all’invasione italiana del 1911.

Oltre il 95 per cento dei libici professa la fede musulmana sunnita. L’Islam, pilastro sociale e giuridico della società, mostra un’anima mite, aperta, assolutamente tollerante verso i fedeli di altre religioni. Oltre ai cattolici, altre quattro Chiese cristiane sono state autorizzate dalle autorità libiche a operare nel Paese: i copti, gli anglicani, gli unionisti, i protestanti. L’ospitalità e l’accoglienza sono sempre stati due tasselli fondamentali di questa sorprendente terra d’Africa, permeata da culture diverse, colonizzata nel corso della storia da greci, fenici, romani, arabi, turchi e italiani.

Dal 1985 alla guida del vicariato apostolico di Tripoli, monsignor Martinelli è stato protagonista del riavvicinamento fra la Libia e il Vaticano. Nel 1986 rimase in carcere alcuni giorni, mentre Reagan ordinava il bombardamento di Tripoli con l’obiettivo di uccidere Gheddafi e il rais lanciava due missili verso l’isola di Lampedusa.

Segue: Ispirati dall'umiltà di san Francesco

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