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Il Concistoro di fine maggio

Le parole del futuro
nell’agenda dei cardinali

di Alberto Melloni
       

   Jesus n. 7 luglio 2001 - Home Page Il Concistoro straordinario convocato e presieduto da Giovanni Paolo II fra il 21 e il 24 maggio 2001 è stato uno specchio fedele di ciò che è oggi la Chiesa cattolica: al di là delle rappresentazioni politicistiche dell’evento (progressisti contro conservatori), in quella infelice sala in cui tutti si danno le spalle, sono emerse le grandi opzioni in gioco in questo passaggio storico del cattolicesimo. Possiamo sintetizzarle in poche parole chiave, eco delle domande sottoposte da Roma ai porporati e del modo in cui essi le hanno accolte.

Collegialità. È stato notato che molti porporati hanno invocato una maggiore collegialità, nelle decisioni di governo, nella produzione del magistero, nelle nomine dei vescovi: non si tratta di una richiesta di redistribuzione del potere o di democratizzazione, ma di qualcosa di essenziale alla vita cristiana. La collegialità è il termine tecnico utilizzato al Vaticano II per indicare il modo in cui s’esprime la responsabilità di tutti i vescovi nel governo della Chiesa universale: chiedere che questa verità dottrinale solennemente definita trovi una realizzazione istituzionale (in sostanza, la creazione di un vero Sinodo di vescovi eletti e abilitati a decidere) è un modo per dire che la Chiesa oggi vuole presentarsi e riconoscersi come pluralità di Chiese locali, varietà di riti, ricchezza di orientamenti spirituali. Al Concistoro tale richiesta di collegialità è risultata largamente maggioritaria, ma c’è stata anche una opposizione. L’annuncio che una Congregazione romana e i suoi esperti stanno preparando un Lessico sulla famiglia e la sessualità è un modo tutto ecclesiastico per dire che alcuni cardinali sono convinti che ciò di cui ha bisogno la Chiesa sia soprattutto una monoforme e monocorde ripetizione di norme, fossero anche quelle della morale sessuale erose dalla desuetudine. Annunciare il dizionario è allora solo un modo garbato con cui una minoranza potente dice di preferire una Chiesa irrilevante per la vita dei fedeli, piuttosto che interrogarsi sulla propria comprensione della ricchezza evangelica.

Il cardinale Julio Terrazas.
Il cardinale Julio Terrazas (foto AP/P. LEPRI).

Spiritualità. Molti cardinali hanno insistito sulla dimensione spirituale della vita cristiana. Dopo i trionfi giubilari delle grandi masse, delle grandi spese, della grande esposizione mediatica, questi ecclesiastici hanno ripetuto le parole più semplici ed essenziali della vita cristiana: la povertà, la preghiera, la mitezza, l’annuncio, insomma il Vangelo. Ancora una volta una maggioranza ha sottolineato l’esigenza di una purificazione come abito permanente della vita cristiana: e una minoranza, quella che in molte altre occasioni presenta la fede come la ragione di chiusure alle domande e alle diversità, non ha potuto far altro che prendere atto della sua condizione. Le posizioni islamofobiche, l’ossessione dell’affermazione della precedenza ontologica della Chiesa universale come tutrice d’una verità compatta, noncurante della sua comunicazione e comunicabilità, sono rimaste indietro.

Ecumenismo. Nel Concistoro è risultato chiaro che la prospettiva ecumenica è dirimente e dominante per il futuro della Chiesa. Può sembrare scontato, ma non lo è: anche dopo il Concilio l’idea che toccasse agli "altri" accettare qualcosa aveva trovato autorevoli interpreti e questo atteggiamento vagamente annessionista s’esprimeva su un punto: la funzione papale. In qualche modo si dava per scontato che il cammino ecumenico avrebbe potuto fare il passo avanti che ancora manca (la celebrazione comune dell’Eucaristia) solo se e quando nelle concezioni ecclesiologiche degli altri cristiani si fosse trovato un posto accettabile sia per la funzione petrina, sia per il modo accentrato e solitario in cui il papato ha storicamente esercitato il suo potere.

Nel lungo processo di ricezione di una ecclesiologia davvero ecumenica, il Concistoro ha documentato che la Chiesa cattolica e il Papa sono in sintonia nel credere che la comunione con l’altro va cercata perché essa e solo essa dà una comprensione più profonda della propria verità. Dunque, la ricerca di un ruolo ecumenico al papato (da garantire e incrementare tramite il Concilio di tutti i cristiani e il coinvolgimento dei vescovi nelle nomine episcopali) è essenziale perché la Chiesa cattolica stessa possa comprendere più a fondo il mistero di Cristo.

Conclave. Il tema del conclave non è stato sollevato in questa riunione. Ci vuole un curioso cocktail di adulazione e di disprezzo per le doti intellettuali di Giovanni Paolo II per credere che egli, convocati i cardinali all’indomani del suo 81° compleanno, non si rendesse conto che li sollecitava ad affrontare i nodi d’un futuro in cui, presto o tardi, saranno chiamati a esercitare i loro diritti d’elettori. La legge canonica vieta ai cardinali di parlare della successione mentre è vivo il Papa. Ma il Concistoro straordinario del 2001 ha accolto e insieme superato questa disposizione che vuole impedire le congiure di corte. Giovanni Paolo II col suo invito e i cardinali con la loro franchezza hanno sventato il pericolo che un Papa più anziano e più debole resti prigioniero della sua Curia, che la visione del domani sprofondi nel sussurro e nel mugugno, fino a un’ora "X" che sarebbe così campo d’azione dei King-makers.

Il Concistoro ha come depenalizzato la discussione su quel benessere dell’oggi e del domani che il Medioevo chiamava lo status ecclesiae: ne sono venute tesi coraggiose e comportamenti cortigiani, silenzi astuti e parole troppo urlate. Il tutto, però, in un tentativo di comunicazione solo in parte fallito.

Dettaglio catturato dall’obiettivo durante una pausa del Concistoro: un cardinale ripone nella sua cartella un libro sul Papa.
Dettaglio catturato dall’obiettivo durante una pausa del Concistoro:
un cardinale ripone nella sua cartella un libro sul Papa
(foto
PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI).

Comunicazione. Sì: non si può capire il Concistoro di fine maggio senza toccare il nodo della comunicazione. Perché la gestione riservata dell’informazione sul Concistoro non ha frustrato solo i giornalisti che hanno pascolato pigramente in attesa di un portavoce o di un cardinale disponibile all’intervista di bandiera; il maldestro segreto ha penalizzato la gran massa dei vescovi e dei fedeli che forse potevano sperare che almeno i cardinali, nella Chiesa, avessero la serenità e la possibilità di parlare senza infingimenti. Si vedrà presto se qualche cardinale vorrà pubblicare il proprio intervento e se la segreteria del Sacro collegio manderà un verbale completo ai vescovi come segno di rispetto; e in ogni caso l’occasione di rimediare è vicina. Quando in autunno arriveranno a Roma i vescovi per il Sinodo – l’organo al quale non si potrà non dare maggiori responsabilità decisionali e nella cui gestione si gioca la credibilità ecumenica del cattolicesimo – si vedrà se ci sarà maggiore fiducia nel fatto che il cattolicesimo ha bisogno di ascoltare e non di essere assorbito dal protagonismo di qualcuno (sia esso quello intransigente di Pio IX che diceva "la Tradizione sono io", sia esso quello rivendicativo del movimento "Noi siamo Chiesa").

Il Concistoro, col suo stesso darsi e nel suo repentino esaurirsi, ha mostrato dunque che la Chiesa sa di non potersi ridurre al carisma, al potere, al ruolo del Papa (e tantomeno alla complessa e variegata Curia romana che lo circonda). L’agenda lasciata dal Concistoro non è nuova, le soluzioni proposte non sono univoche o facili, le analisi non sono state immuni da tatticismi e furbizie. Il cattolicesimo del XXI secolo è questo: qualche ombra, qualche luce, un po’ di libertà, un po’ di speranza.

Alberto Melloni
docente di Storia del cristianesimo all’Università di Roma 3

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