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Il Concistoro di fine maggio

Proposte in collegio
di Annachiara Valle e Alberto Melloni
       

   Jesus n. 7 luglio 2001 - Home Page

Un dibattito franco e aperto, in cui sono emersi anche preoccupazioni e malumori nei confronti di certi atteggiamenti curiali. Riuniti in Concistoro, i cardinali hanno discusso a tutto campo dei temi imprescindibili per il futuro della Chiesa.

Hanno detto quello che pensavano i 155 cardinali presenti al sesto Concistoro straordinario convocato in Vaticano dal 21 al 24 maggio scorso. Chiamati a esprimersi sulle prospettive della Chiesa per il terzo millennio, i porporati non hanno nascosto i loro malumori e le insoddisfazioni delle Chiese locali verso la Curia romana e verso un’organizzazione che rende difficile il dibattito a tutti i livelli della comunità ecclesiale.

Per affrontare le sfide future indicate dalla Novo millennio ineunte, per camminare spediti sulla via dell’ecumenismo, per rispondere alle attese dell’umanità occorre, secondo i cardinali, una maggiore trasparenza, un radicamento più netto nel Vangelo, uno spazio maggiore per le Conferenze episcopali e un diverso esercizio del ministero petrino. Anche se i lavori si sono svolti a porte chiuse, i partecipanti al Concistoro non hanno esitato a chiarire all’esterno gli umori prevalenti nell’assise e a spiegare le richieste suggerite per arrivare a un cambiamento che dia alla Chiesa la possibilità di respirare a pieni polmoni. In quest’ottica, un’importanza fondamentale assume l’appello alla Segreteria di Stato perché riveda le procedure di organizzazione dei Sinodi, già a partire da quello previsto per ottobre.

Un gruppo di cardinali lascia l’Aula del Sinodo, dopo una sessione di lavoro del Concistoro.
Un gruppo di cardinali lascia l’Aula del Sinodo,
dopo una sessione di lavoro del Concistoro (foto
AP/P. LEPRI).

«In tutti gli interventi», spiega il cardinale Achille Silvestrini, «si è riconosciuto che il Sinodo dei vescovi è uno strumento indispensabile di consultazione perché permette al collegio episcopale di dare un apporto alle proposte e alle decisioni del Papa. E tutti hanno trovato che la procedura è carente e insufficiente a questo scopo. Non è un mistero il diffuso sentimento di insoddisfazione per la tendenza involutiva del Sinodo rivelatasi, col tempo, nelle insufficienti consultazioni preparatorie, negli intervalli troppo ristretti tra una convocazione e l’altra, negli interventi non ordinati per materia, ridotti a monologhi senza discussione o replica. Questi punti vanno modificati».

I cardinali insistono da tempo per una revisione della procedura, eppure finora nulla si è mosso in tal senso. Perché tanta resistenza? «Lo chieda al cardinale Schotte», risponde senza mezzi termini il cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles. Interrogato in proposito, il cardinale Jan Schotte, segretario generale del Sinodo dei vescovi, durante la conferenza stampa di presentazione dell’Instrumentum laboris della X assemblea dei vescovi, spiega: «Se ne discute da anni, è vero, ma ci sono restrizioni naturali date dal numero dei vescovi che partecipano e dal principio di uguaglianza, con la possibilità di intervenire su tutto. Si è pensato di diminuire o aumentare il numero, il tempo, il coinvolgimento nella preparazione, di riunirsi senza tema o senza regole: è stato provato da alcune Conferenze episcopali, ma si è visto che non funziona e che finiscono col prevalere le "prime donne"».

Un "no" al cambiamento che continua a non convincere gran parte dei porporati e che sembra nascondere un timore: che le Conferenze episcopali possano tornare ad assumere quel ruolo che negli ultimi anni è stato troppo compresso. Un ruolo importante, che i cardinali hanno sottolineato a più riprese: «Il collegio episcopale si sente unito e guidato con soddisfazione dal Papa», ricorda il cardinale Silvestrini, «ma molti hanno espresso insoddisfazione per i modi di intervento della Curia romana. Viene spontaneo osservare: come può la Curia conoscere e governare da sola una Chiesa che conta oggi un miliardo di fedeli, che non è più di stampo europeo, e si trova a far fronte a diversità crescenti di carattere culturale, nazionale, economico e sociale? Quali sono le possibilità reali di acquisire e ponderare informazioni adeguate per valutare, decidere e orientare una realtà così complessa? Basta questa riflessione per auspicare una concretizzazione creativa del principio della collegialità che unisce i vescovi di tutto il mondo al successore di Pietro».

Non solo una questione di forma, dunque, ma di sostanza. Che tocca il modo stesso di essere e di evangelizzare della Chiesa del nuovo millennio. Proprio per questo la tensione è palpabile tra i cardinali e le resistenze curiali molto sentite. «Una certa tensione tra la Curia, pure indispensabile, e le Chiese particolari ci sarà sempre», spiega il cardinale Danneels. «L’importanza di questo Concistoro è stata quella di aver puntato l’attenzione sulla necessità di un’articolazione più efficace tra Curia romana, Conferenze episcopali, Sinodi e Concistoro stesso. Questi sono i quattro pilastri fondamentali. Quanto poi alle contrapposizioni tra chi vuole un Papa più forte e chi, invece, chiede maggior potere per i vescovi, ricordo che nella Chiesa non si può danzare su un piede solo. Bisogna camminare su tutte e due le gambe».

Il cardinale Lubomyr Husar (al centro).
Il cardinale Lubomyr Husar (al centro - foto
PERIODICI SAN PAOLO/G. GIULIANI)

Un quadro condiviso, che il cardinale Aloísio Lorscheider, arcivescovo di Aparecida, sintetizza così: «Le Conferenze episcopali sono fondamentali. Anche la Curia romana è importante ma, secondo quanto emerso dal Concistoro, va ridimensionata. Non è una questione di potere. Si tratta di studiare insieme una forma efficace di collaborazione. La Curia, dunque, non esce indebolita dal Concistoro, ma restituita al suo ruolo».

«Capita a tutti noi, anche in diocesi», continua il cardinale brasiliano, «di essere un po’ trascinati da coloro che ci circondano. Ora, aver ascoltato chi è fuori dalla sua cerchia più ristretta, dà al Papa una forza speciale, gli consente di prendere decisioni in modo più libero».

Decisioni che toccheranno, secondo i cardinali, anche altri punti nodali: l’evangelizzazione, innanzitutto. «Sembra banale dirlo», sottolinea Silvestrini, «ma tutti sentono che non si può fare conto sull’organizzazione, sull’efficientismo. La Chiesa sarà presentata all’umanità dai santi e dai profeti, da quelle persone, cioè, che vivono in modo radicale la proposta evangelica. Negli interventi al Concistoro non ci siamo attardati in lamenti. Il calo delle vocazioni, la secolarizzazione, i costumi che cambiano sono stati elementi di stimolo per renderci più consapevoli delle aspettative che l’umanità ripone nella Chiesa, e alle quali deve rispondere come faceva nei primi secoli: è la vita dei cristiani che fa interrogare gli altri sul perché del Vangelo».

Una Chiesa più spirituale, dunque. E più ecumenica: «Abbiamo posto alcune pietre miliari sul cammino», aveva detto nel suo intervento in aula il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, «ma non abbiamo ancora raggiunto lo scopo: la piena comunione. Ci sono due livelli, l’ecumenismo ad extra e quello ad intra. Per quest’ultimo, la grande sfida consiste nel fare della Chiesa una casa e una scuola di comunione. La comunione realizzata nella Chiesa cattolica dev’essere un invito e un incentivo per gli altri cristiani. La riforma e il rinnovamento dei ministeri e dei mezzi di comunione; la verifica dell’esercizio del ministero petrino e della collegialità episcopale, la riforma della Curia romana, l’organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze episcopali, la valorizzazione dei consigli presbiterali e pastorali, tutto questo ha un’immediata rilevanza per il riavvicinamento ecumenico».

Il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, arcivescovo di Westminster, è andato anche oltre lanciando la proposta di «uno speciale Concilio ecumenico (a special ecumenical council)», cui sarebbe opportuno invitare «una larga rappresentanza di fedeli cristiani, ortodossi, anglicani, luterani e delle Chiese "libere"». Un grande incontro, insomma, che il Papa «presiederebbe, sì, ma non con il primato della giurisdizione, bensì con quello dell’amore».

Annachiara Valle

Da sinistra: i cardinali Lorscheider, Kasper, Furno e Lehmann.
Da sinistra: i cardinali Lorscheider, Kasper, Furno e Lehmann (foto AP/P. LEPRI).
   

Questo svoltosi a maggio è il sesto Concistoro straordinario convocato da Giovanni Paolo II. I precedenti si erano tenuti nel 1979, 1982, 1985, 1991 e 1994. Si era discusso di rinnovamento della Curia romana, nuovo Codice di diritto canonico, aggressività delle sètte, preparazione del Giubileo. Intervenendo sul tema dell’ecumenismo, il cardinale Lubomyr Husar ha spiegato che per ristabilire l’unità «le Chiese orientali ortodosse non devono cambiare nulla del loro patrimonio, devono solo aprirsi alla piena comunione con il successore di Pietro.

A quel punto, noi Chiese cattoliche orientali avremmo concluso la nostra funzione storica e potremmo rientrare nella piena familiarità con le Chiese sorelle attualmente ortodosse».

Dei 183 cardinali convocati per il Concistoro straordinario, 28 sono risultati assenti, per motivi di salute o di età. Dei 155 presenti, 134 sono elettori (cioè sotto gli 80 anni di età). Le riunioni si sono svolte nell’aula del Sinodo. Gran parte dei cardinali ha alloggiato in Vaticano, alla Domus Sanctae Marthae, il luogo predisposto per ospitare il prossimo conclave.

Uno sguardo ai Paesi più poveri e a quelli in guerra. Il punto centrale del messaggio conclusivo del Concistoro ha affrontato il tema dei conflitti etnici, della solidarietà e dell’emarginazione. In particolare, i cardinali hanno puntato lo sguardo sull’Africa e sul Medio Oriente, rivolgendo «un accorato appello ai responsabili delle nazioni» perché aiutino «israeliani e palestinesi a vivere pacificamente insieme»

Segue: Le parole del futuro nell'agenda dei cardinali

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