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Nazareno Fabbretti

Giullare e profeta

di Elena Cristina Bolla
       

   Jesus n. 11 novembre 1998 - Home Page A un anno dalla morte, resta vivissimo il ricordo di un cristiano difficile da inquadrare in categorie troppo rigide: giornalista, attore, predicatore, frate francescano, amico dei premi Nobel come dei mendicanti, Fabbretti rimase fedele al suo stile gioioso di testimoniare una fede autentica fino all’ultimo dei suoi giorni terreni.

È passato un anno, fra Nazareno, e ancora non ti decidi ad essere morto. Gli amici ti si radunano intorno, come al solito. Parliamo di te ogni giorno. Si ripubblica il tuo primo libro. Le commemorazioni si moltiplicano. Ma quale Fabbretti commemorare? Lo scrittore? Il giornalista? Il sacerdote? Il francescano? Il profeta? L’anticipatore del Concilio? L’amico di Mazzolari, Milani, Turoldo? Il giullare di Dio dei mass media?

Nazareno dai mille volti. Ne avevi uno per ogni amico. Con ciascuno sapevi essere te stesso e diverso. E a ciascuno sapevi dare l’impressione di essere l’unico, il più caro, l’insostituibile, il depositario delle tue confidenze più vere. Ora che ci ritroviamo insieme a confrontare i ricordi, ne esce un ritratto sconcertante. «E io che credevo di conoscerlo...», è il ritornello che ha sostituito l’altro: «Nessuno lo conosceva meglio di me».

Nessuno ti conoscerà mai davvero, Gino Nazareno Fabbretti. A chi ti definiva la sua luce, rispondevi: «Ho sempre amato anche le zone d’ombra». Su di esse hai scelto di tacere. E tra i rimasti, per amor della tua memoria, è passata la consegna del silenzio. Perciò, una ricostruzione "storica" del personaggio Fabbretti è praticamente impossibile.

Personaggio? Personaggi. Sei stato uno splendido attore, fra Nazareno. Possiamo ben dirtelo, ora che un Papa ex attore non scandalizza più nessuno. Della tua vita hai fatto un’ininterrotta "sacra rappresentazione", sul pulpito, al tavolo del conferenziere, nei salotti, nelle chiese, davanti alle telecamere. Un attore metodo Stanislavskij come il tuo san Francesco, giullare e profeta della comunicazione di massa: tu vivevi, tu eri ogni volta il tuo personaggio. Anzi, i tuoi personaggi. Non a caso raccontavi che Macario, tuo "penitente" e amicone, voleva convincerti a cambiar mestiere e a seguirlo sul palcoscenico.

Lo raccontavi. Ma sarà vero? Affabulatore inguaribile, trasfiguravi ricordi, avvenimenti, nomi, luoghi, incontri, persone. Di un fatto di cronaca, di un episodio storico, eri capace di sfornare tre o quattro versioni differenti. Anche per iscritto: eterno leitmotiv dei nostri bisticci. Ti fidavi della tua formidabile memoria, ma spesso la memoria diventava fantasia. «Ma perché non controlli le fonti?», ti urlavamo a ogni svarione un po’ troppo grosso. E tu: «Sono anch’io una fonte». «Sì, di guai...».

Ovviamente, della tua "sacra rappresentazione" eri fonte, sceneggiatore e regista. Eri tutti i personaggi, e tutti erano te. Lo scrittore di successo, l’umorista feroce, il frate mondano, l’amico dei Vip. Ma anche il ragazzo ombroso e malinconico, il francescano radicale, il sacerdote accorato e appassionato. E tanti altri. La tua migliore interpretazione – da Oscar – è comunque la riedizione moderna del personaggio di san Francesco. Agli occhi del mondo, nessuno, in questo secolo, ha saputo come te incarnarne tutti gli aspetti, tutti i carismi. Altri ne ha imitato la povertà, o la letizia, o la sofferenza (pensiamo a padre Pio): ma tu l’hai "recitato" a tutto tondo, dalle giullarate all’ascesi, dalla povertà alle sante provocazioni, dalla letizia alle stigmate. Anche il tuo molteplice "ministero della parola" reca l’impronta fondante di quel grandissimo comunicatore che fu san Francesco.

E lì, davvero, tu eri re. Capace di buttar giù un articolo in cinque minuti, d’improvvisare discorsi per un’ora sugli argomenti più ardui, senza preparazione. Pistoiese, conterraneo di Petrocchi (Dizionario della lingua italiana), incantavi tutti con i tuoi aggettivi, il ritmo della frase, l’accattivante cadenza toscana, rimasta intatta negli anni. Nelle querele (quante!) ti difendevi da solo e magari finivi amico degli avvocati di parte avversa. Sei entrato nelle antologie con i tuoi cinquanta e più libri (nemmeno tu sapevi quanti) e nella memoria di tutti per quelle tue trascinanti prediche dal tono appassionato e dalla sintassi incredibilmente perfetta. Eppure i tuoi manoscritti erano un disastro. «Sei il peggior dattilografo d’Italia», ti urlavamo al telefono. Ma tu ridevi, ben sapendo che noi, tuoi "segretari", pronti a rimediare ai refusi, eravamo legione. Ti perdonavamo anche questa. Ti perdonavamo tutto, ahimè. Forse non ci siamo accorti in tempo che quelle distrazioni, quelle dimenticanze, preannunciavano insidiose il male che ti avrebbe distrutto lentamente, con inesorabile ironica crudeltà.

Ti definivi «handicappato felice», alludendo al tuo piede zoppo. «Purché non sia zoppo lo spirito», ribattevamo citando Montaigne. Parole agghiaccianti, con il senno di poi. Quando il cuore cominciò a tradirti, ci scherzavamo su: «L’hai usato troppo». Ma c’era poco da scherzare. Il cuore alimenta anche il cervello, e non per metafora. E tu lo capivi. Forse è stata questa la tua croce più pesante. Se ti salverai, Nazareno, se ti sei salvato, molto ti è stato certamente perdonato per come hai accettato quella croce. Da grande.

Finché è stato possibile, ti abbiamo fatto quadrato intorno, noi amici. Perché il mondo non sapesse che Nazareno Fabbretti stava perdendo la memoria, la facoltà di scrivere, la parola, le idee. E tu hai continuato a lavorare fino all’ultimo, negli intervalli di coscienza normale. Tu eri morto, e ancora usciva sulle riviste il tuo ultimo articolo.

Morto? No, non siamo d’accordo. «Fra tre mesi nessuno si ricorderà di lui», pontificavano i profeti di sventura. E invece è passato un anno e non è cambiato nulla. Tu continui a riunirci intorno a te come prima, e a regnare sulla "corte" dei tuoi amici. Quelli che erano lontani si sono avvicinati. Quelli che non si conoscevano si sono incontrati. Quelli che si davano del lei si danno del tu. E ogni giorno ne spuntano di nuovi. Gli amici non ti bastano mai. Gli amici non ti bastavano mai. Forse ti sei fatto frate anche per questo: un solo amore umano non ti avrebbe appagato. Tu eri di quelli che "scelgono tutto". Come, era il tuo segreto, e anche il tuo dramma. Per quanto tu potessi gettare interamente il tuo cuore in un sogno, in un’idea, in una creatura, te ne restava sempre d’avanzo. E allora il saio, a braccia aperte, abbracciava il mondo. Ma a quale prezzo, lo sa solo Dio. Non giudichiamo. Ti faranno teologo dell’amicizia, in concorrenza con Aelredo di Rievaulx.

A chi ti dava del teologo rispondevi con un insulto e un lampo di malizia negli occhi beige. Eppure hai predicato per tutta la vita questa "teologia dell’amicizia", ad alto e basso livello, ai premi Nobel e a chi non apriva mai un tuo libro. Ti capivano anche gli analfabeti. Dicevi amicizia – il tuo "ottavo sacramento" – ma intendevi amore. Era questo il tuo modo di veicolare la carità, che è amore, che è Dio. Con l’intellettuale, con il mendicante, con il signore, con il bambino, con il religioso, con la donna, sapevi essere l’amico perfetto. E forse anche il perfetto nemico.

Nemici non te ne mancano, anche da morto. Le tue provocazioni, le tue "eresie" ormai sono ortodossia postconciliare, ma c’è ancora chi ti brucerebbe in effigie, per più di un motivo. E non si possono proprio dargli tutti i torti. Tu però ti "vendichi" andando ancora a caccia di amici. Così si resta vivi. Non riposare in pace, fra Nazareno.

Elena Cristina Bolla
   

Nazareno Fabbretti, dei Frati minori, era nato a Iano, presso Pistoia, nel 1920. Ordinato sacerdote nel 1943, dopo un’esperienza nell’insegnamento si dedicò al giornalismo e all’attività di scrittore. Seguì i lavori del Concilio come inviato del quotidiano torinese La Gazzetta del Popolo. A Genova, dove visse dal 1949 al 1963, fu tra i fondatori del periodico Il Gallo.

Nel 1963 padre Fabbretti lasciò Genova, su sollecitazione del cardinale Siri, contrario alle sue "aperture progressiste", e si trasferì a Voghera, continuando l’attività di giornalista, scrittore e conferenziere. Nell’agosto dello scorso anno, a seguito di un aggravarsi dei disturbi cardiaci di cui soffriva da tempo, venne ricoverato a Voghera e quindi, l’8 settembre, all’Istituto Don Gnocchi di Salice Terme, dove morì all’alba di sabato 25 ottobre. È sepolto nel cimitero di Voghera, tra la gente comune, com’era suo desiderio.

Sono molti i libri scritti da padre Nazareno Fabbretti, ad iniziare dal primo, Nessuno, che risale al 1953, fino a Preghiera della cicala, pubblicato nel 1994 dalla San Paolo, editore per il quale, nel 1987, aveva scritto I vescovi di Roma, breve e vivace storia dei Papi, con la prefazione di Enzo Biagi.

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