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INTERVISTA - Il sostegno ai sacerdoti ortodossi russi è la "nuova frontiera" dell’opera

«Così esprimiamo la volontà di "essere uno"»

di Saverio Gaeta
      

Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page Padre Werenfried van Straaten, nonostante i quasi 85 anni d’età, ha tuttora la responsabilità di guidare l’associazione e di indirizzarne i passi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come l’Aiuto alla Chiesa che soffre immagini il proprio futuro e quali siano le nuove direttrici d’impegno.

«Il nostro futuro è legato alla nostra storia di opera pastorale, diversa dalle altre opere assistenziali sorte all’interno della Chiesa nel secondo dopoguerra. A questa peculiarità non abbiamo mai rinunciato, neppure quando la moda ha anteposto il progresso sociale allo stretto sentiero che porta al cielo, l’aiuto caritativo ai Paesi in via di sviluppo all’annuncio del Vangelo, il materiale allo spirituale. Sebbene questa dimensione dei nostri soccorsi non sia, in tanti casi, immediatamente recepibile come necessaria quanto l’aiuto sociale – e questo possa di conseguenza rendere difficile lo stimolare la generosità –, noi accettiamo questo svantaggio nella consapevolezza che l’aiuto pastorale che diamo alla Chiesa rappresenta il fondamento per lenire tutte le altre sofferenze. Per questo, i progetti ai quali continueremo a dare precedenza saranno, anche in futuro, la formazione di religiosi e religiose, la fornitura di libri teologici e di materiale catechistico, il finanziamento degli studi di specializzazione, il sostentamento di chi annuncia il Vangelo, la costruzione di edifici ecclesiastici, l’apostolato attraverso i mass media. Nella fedeltà al nostro carisma, questi progetti andranno sempre a sostenere, innanzitutto, la Chiesa perseguitata, perché gli aiuti alla Chiesa priva di mezzi nel Terzo mondo, e che pure ha bisogni enormi, non devono mai andare a danno di quella che, nei Paesi tuttora comunisti, vive la condizione catacombale. Il nostro compito per la Chiesa che soffre non è finito, anzi aumenterà ancora ed esigerà rischi che saranno ancora più grandi di quelli che hanno contraddistinto i cinquant’anni della nostra storia».

  • Questi anni sono stati certamente ricchi di esperienze e di momenti significativi. Ma c’è un episodio che può essere indicato come "simbolo" di questo cinquantennio? Ricorda un evento che l’ha colpita in modo particolare?

«Devo tornare indietro al 1947, quando nel mese di dicembre scrissi sul numero di Natale de La Torre, il periodico della mia abbazia, un articolo che avrebbe deciso del mio avvenire. Si intitolava "Non c’è posto nell’albergo" e chiedeva ai lettori un aiuto concreto per i tedeschi sconfitti. Dovevo le mie impressioni sulla Germania nell’immediato dopoguerra a una conversazione con un amico sacerdote che mi descrisse come, a non più di cento chilometri da noi, la gente viveva stipata nei bunker, quelli che i tedeschi avevano costruito per difendersi dagli attacchi aerei. Ogni famiglia disponeva soltanto di pochi metri quadrati di cemento armato. Sul giornale scrissi che la nostra fede esigeva da noi un atto di perdono e di solidarietà verso gli ex nemici. Scrissi anche che, se avessimo lasciato questi fratelli in tali condizioni, Cristo non avrebbe potuto vivere in mezzo a loro, con il suo amore verso il prossimo e la sua infinita bontà. La risposta dei lettori superò ogni mia previsione e il Vangelo dal quale avevo attinto il corag gio per questo azzardato appello si dimostrò attendibile. Dalle Fiandre, le colonne della carità cominciarono a dirigersi verso Est e, senza che me ne rendessi conto, era nato l’Aiuto alla Chiesa che soffre».

  • La sua vita è stata completamente legata all’Associazione da lei fondata. Quale bilancio di sintesi può tracciare di questa esperienza sacerdotale e umana così significativa?

«Il bilancio si trova in una mia frase che amo ripetere spesso: Dio e gli uomini sono migliori di quanto pensiamo. Come un’organizzazione privata, senza capitali, senza fondi di riserva e sostegni finanziari dagli Stati, riesca a raccogliere tanto denaro per la Chiesa in difficoltà è un mistero che può essere spiegato soltanto con la fede. Confidando nella Provvidenza, costruiamo i nostri programmi di aiuto non su quello che "possiamo", ma su quello che "dobbiamo" fare. Dio, che mette nei nostri cuori il desiderio di aiutare la Chiesa che soffre, completa con la sua grazia ciò che manca alla nostra debolezza. Così siamo andati molto lontano, senza mancare alle promesse fatte in nome suo alla Chiesa in difficoltà, mantenendo anche quelle che alla gente sembravano temerarie e perfino un po’ sconsiderate. Poi abbiamo sempre contato sugli uomini, convinti che anche loro fossero migliori di quanto pensiamo. Mille volte ho fatto personale esperienza del loro eroismo, se abbiamo il coraggio di chiedere sacrifici e di convincerli che sono necessari».

  • Nonostante il crollo dei muri ideologici, in varie parti del mondo la Chiesa vive ancora gravi difficoltà nel proclamare il Vangelo e nell’esprimere la propria testimonianza. Quali sono oggi le "frontiere" dove l’esperienza cristiana è a rischio d’estinzione?

«Penso soprattutto all’Occidente che, scosso dal razionalismo, dall’apostasia, dalla decadenza morale e dalla ribellione, potrà essere riconquistato a Cristo soltanto se riprenderà la via stretta e il sentiero ripido dell’autentico cristianesimo.

Il Papa, esempio di comprensione e di amore per i peccatori, ma irremovibile nella condanna del peccato, è convinto che la decadenza della fede e dei costumi non può essere arrestata se non cessa il disfacimento di tante famiglie cristiane.

In tutti i continenti ho fondato Istituti pontifici nei quali vengono formati nuovi missionari per l’apostolato delle famiglie. Da parte nostra, già finanziamo le attività di alcuni di essi e, parallelamente, stiamo intensificando il nostro sostegno alle attività pro-life».

  • La sua opera ha avviato una azione di sostegno in favore della comunità ortodossa. Quale segno rappresenta questa iniziativa, in un mondo religioso che ancora fa fatica a vivere davvero l’ecumenismo tanto auspicato a parole?

«La nostra Opera aiuta i cristiani della Russia, e fra loro gli ortodossi, già da molti decenni. Ricordo l’iniziativa con cui abbiamo diffuso in Unione Sovietica gli scritti del sacerdote ortodosso Alexander Men, costretto a scrivere con uno pseudonimo e che non aveva alcuna possibilità di far pubblicare lì i suoi libri. Poi quella che, verso la fine degli anni Ottanta, ha sostenuto Radio Blagovest, destinata a chi volesse accostarsi al cristianesimo e che coinvolgeva in egual misura cattolici e ortodossi. Dopo la caduta del comunismo, ci siamo resi conto che la Russia aveva miracolosamente conservato dei germogli di fede, ma che l’opera di evangelizzazione doveva essere realizzata in primo luogo dalla Chiesa ortodossa che, storicamente e culturalmente, era quella parte della Chiesa di Cristo alla quale il Paese era più profondamente legato. Quest’opera era però impensabile senza un aiuto, e così è nata la nostra iniziativa. Al di là delle difficoltà che incontra, dovute spesso a ragioni politiche, è soprattutto una risposta fattiva al comandamento di Cristo Ut unum sint, in una sintonia con gli ortodossi che si esprime concretamente e che ci accomuna».

sa. ga.
   
   

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