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Padre Werenfried van Straaten, nonostante i quasi 85 anni detà, ha tuttora
la responsabilità di guidare lassociazione e di indirizzarne i passi. Gli abbiamo
chiesto di raccontarci come lAiuto alla Chiesa che soffre immagini il proprio
futuro e quali siano le nuove direttrici dimpegno. «Il
nostro futuro è legato alla nostra storia di opera pastorale, diversa dalle altre opere
assistenziali sorte allinterno della Chiesa nel secondo dopoguerra. A questa
peculiarità non abbiamo mai rinunciato, neppure quando la moda ha anteposto il progresso
sociale allo stretto sentiero che porta al cielo, laiuto caritativo ai Paesi in via
di sviluppo allannuncio del Vangelo, il materiale allo spirituale. Sebbene questa
dimensione dei nostri soccorsi non sia, in tanti casi, immediatamente recepibile come
necessaria quanto laiuto sociale e questo possa di conseguenza rendere
difficile lo stimolare la generosità , noi accettiamo questo svantaggio nella
consapevolezza che laiuto pastorale che diamo alla Chiesa rappresenta il fondamento
per lenire tutte le altre sofferenze. Per questo, i progetti ai quali continueremo a dare
precedenza saranno, anche in futuro, la formazione di religiosi e religiose, la fornitura
di libri teologici e di materiale catechistico, il finanziamento degli studi di
specializzazione, il sostentamento di chi annuncia il Vangelo, la costruzione di edifici
ecclesiastici, lapostolato attraverso i mass media. Nella fedeltà al nostro
carisma, questi progetti andranno sempre a sostenere, innanzitutto, la Chiesa
perseguitata, perché gli aiuti alla Chiesa priva di mezzi nel Terzo mondo, e che pure ha
bisogni enormi, non devono mai andare a danno di quella che, nei Paesi tuttora comunisti,
vive la condizione catacombale. Il nostro compito per la Chiesa che soffre non è finito,
anzi aumenterà ancora ed esigerà rischi che saranno ancora più grandi di quelli che
hanno contraddistinto i cinquantanni della nostra storia».
- Questi anni sono stati certamente ricchi di esperienze e di momenti
significativi. Ma cè un episodio che può essere indicato come "simbolo"
di questo cinquantennio? Ricorda un evento che lha colpita in modo particolare?
«Devo tornare indietro al 1947, quando nel mese di dicembre scrissi sul
numero di Natale de La Torre, il periodico della mia abbazia, un articolo che
avrebbe deciso del mio avvenire. Si intitolava "Non cè posto
nellalbergo" e chiedeva ai lettori un aiuto concreto per i tedeschi sconfitti.
Dovevo le mie impressioni sulla Germania nellimmediato dopoguerra a una
conversazione con un amico sacerdote che mi descrisse come, a non più di cento chilometri
da noi, la gente viveva stipata nei bunker, quelli che i tedeschi avevano costruito
per difendersi dagli attacchi aerei. Ogni famiglia disponeva soltanto di pochi metri
quadrati di cemento armato. Sul giornale scrissi che la nostra fede esigeva da noi un atto
di perdono e di solidarietà verso gli ex nemici. Scrissi anche che, se avessimo lasciato
questi fratelli in tali condizioni, Cristo non avrebbe potuto vivere in mezzo a loro, con
il suo amore verso il prossimo e la sua infinita bontà. La risposta dei lettori superò
ogni mia previsione e il Vangelo dal quale avevo attinto il corag gio per questo azzardato
appello si dimostrò attendibile. Dalle Fiandre, le colonne della carità cominciarono a
dirigersi verso Est e, senza che me ne rendessi conto, era nato lAiuto alla
Chiesa che soffre».
- La sua vita è stata completamente legata allAssociazione da lei
fondata. Quale bilancio di sintesi può tracciare di questa esperienza sacerdotale e umana
così significativa?
«Il bilancio si trova in una mia frase che amo ripetere spesso: Dio e
gli uomini sono migliori di quanto pensiamo. Come unorganizzazione privata, senza
capitali, senza fondi di riserva e sostegni finanziari dagli Stati, riesca a raccogliere
tanto denaro per la Chiesa in difficoltà è un mistero che può essere spiegato soltanto
con la fede. Confidando nella Provvidenza, costruiamo i nostri programmi di aiuto non su
quello che "possiamo", ma su quello che "dobbiamo" fare. Dio, che
mette nei nostri cuori il desiderio di aiutare la Chiesa che soffre, completa con la sua
grazia ciò che manca alla nostra debolezza. Così siamo andati molto lontano, senza
mancare alle promesse fatte in nome suo alla Chiesa in difficoltà, mantenendo anche
quelle che alla gente sembravano temerarie e perfino un po sconsiderate. Poi abbiamo
sempre contato sugli uomini, convinti che anche loro fossero migliori di quanto pensiamo.
Mille volte ho fatto personale esperienza del loro eroismo, se abbiamo il coraggio di
chiedere sacrifici e di convincerli che sono necessari».
- Nonostante il crollo dei muri ideologici, in varie parti del mondo la
Chiesa vive ancora gravi difficoltà nel proclamare il Vangelo e nellesprimere la
propria testimonianza. Quali sono oggi le "frontiere" dove lesperienza
cristiana è a rischio destinzione?
«Penso soprattutto allOccidente che, scosso dal razionalismo,
dallapostasia, dalla decadenza morale e dalla ribellione, potrà essere
riconquistato a Cristo soltanto se riprenderà la via stretta e il sentiero ripido
dellautentico cristianesimo.
Il Papa, esempio di comprensione e di amore per i peccatori, ma
irremovibile nella condanna del peccato, è convinto che la decadenza della fede e dei
costumi non può essere arrestata se non cessa il disfacimento di tante famiglie
cristiane.
In tutti i continenti ho fondato Istituti pontifici nei quali vengono
formati nuovi missionari per lapostolato delle famiglie. Da parte nostra, già
finanziamo le attività di alcuni di essi e, parallelamente, stiamo intensificando il
nostro sostegno alle attività pro-life».
- La sua opera ha avviato una azione di sostegno in favore della
comunità ortodossa. Quale segno rappresenta questa iniziativa, in un mondo religioso che
ancora fa fatica a vivere davvero lecumenismo tanto auspicato a parole?
«La nostra Opera aiuta i cristiani della Russia, e fra loro gli
ortodossi, già da molti decenni. Ricordo liniziativa con cui abbiamo diffuso in
Unione Sovietica gli scritti del sacerdote ortodosso Alexander Men, costretto a scrivere
con uno pseudonimo e che non aveva alcuna possibilità di far pubblicare lì i suoi libri.
Poi quella che, verso la fine degli anni Ottanta, ha sostenuto Radio Blagovest,
destinata a chi volesse accostarsi al cristianesimo e che coinvolgeva in egual misura
cattolici e ortodossi. Dopo la caduta del comunismo, ci siamo resi conto che la Russia
aveva miracolosamente conservato dei germogli di fede, ma che lopera di
evangelizzazione doveva essere realizzata in primo luogo dalla Chiesa ortodossa che,
storicamente e culturalmente, era quella parte della Chiesa di Cristo alla quale il Paese
era più profondamente legato. Questopera era però impensabile senza un aiuto, e
così è nata la nostra iniziativa. Al di là delle difficoltà che incontra, dovute
spesso a ragioni politiche, è soprattutto una risposta fattiva al comandamento di Cristo Ut
unum sint, in una sintonia con gli ortodossi che si esprime concretamente e che ci
accomuna».
sa. ga.
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