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Venticinque vescovi e cardinali statunitensi prenderanno parte al Sinodo speciale
sullAmerica: una delegazione nutrita, in rappresentanza di 60 milioni di cattolici e
di una Conferenza episcopale tra le più attive del mondo, con 200 diocesi sparse su un
territorio di 9 milioni e 363 mila chilometri quadrati. Per i
delegati, la partecipazione al Sinodo non sarà una passeggiata: dal mondo cattolico
americano provengono segnali di fermento e di vivacità non sempre graditi a Roma.
Per citare soltanto gli ultimi in ordine di tempo, ricordiamo ad esempio
lappello alla collegialità dellex arcivescovo di San Francisco, monsignor
John Raphael Quinn; liniziativa per un "terreno comune" del compianto
cardinale di Chicago, Joseph Bernardin; il lungo e complesso dibattito sulluso
del cosiddetto "linguaggio inclusivo" nelle traduzioni delle Scritture per uso
liturgico. Tra i delegati statunitensi abbiamo intervistato il primo degli eletti,
monsignor Daniel E. Pilarczyk, arcivescovo di Cincinnati (Ohio).
Monsignor Pilarczyk ha studiato a Roma, alla Pontificia Università
Urbaniana, ed è stato presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti.
- Qual è il senso ultimo di questo Sinodo, a suo parere?
«Il potenziamento dellevangelizzazione nellemisfero
occidentale».
- Lassemblea si limiterà a fare il punto della situazione o
proporrà anche soluzioni?
«Penso tutte due le cose. Il Sinodo, come si sa, è
unassemblea consultiva e non legislativa. Il Santo Padre vuole conoscere le nostre
opinioni».
- Qual è la più importante sfida pastorale che il Sinodo ha di fronte?
«Sicuramente la sfida dellevangelizzazione nellemisfero
occidentale e della solidarietà fra le diocesi dellAmerica del Nord,
dellAmerica del Sud e dei Caraibi».
- Ho qui i Lineamenta , il quadro degli argomenti che il Sinodo
dovrà trattare. Ai Lineamenta sono allegate 16 domande che serviva no per consultare la
"base". Crede che questo sistema sia sufficientemente democratico? Crede che
così il Sinodo saprà cosa pensano i cattolici dellemisfero occidentale?
«È molto difficile dirlo. Ci sono vescovi che hanno intrapreso
consultazioni a largo raggio. Altri che hanno risposto senza sentire il parere di nessuno.
Ma dire che cè qualcuno che sappia cosa pensano tutti i cattolici del nostro
emisfero... Questa facoltà, evidentemente, è riservata a Dio soltanto».
- I Lineamenta indicano tre grandi temi di discussione:
conversione, comunione, solidarietà. Una moltitudine di questioni verrà alla ri balta. A
quali di queste sarà data unenfasi particolare?
«Ritengo che, complessivamente, lenfasi cadrà sulla via alla
conversione, che poi non è altro che levangelizzazione. Questo sarà
largomento centrale».
- Quando parla di "conversione", intende la conversione dei
non-credenti o anche dei cattolici tiepidi, quelli che sono chiamati "cattolici
self-service" perché, come si fa al self-service con le pietanze, operano una scelta
nei precetti della Chiesa?
«Gli uni e gli altri».
- Materialismo, consumismo, secolarismo improntano il mondo
contemporaneo. Ma nello stesso tempo si moltiplicano le manifestazioni di un gran bisogno
di religione. Come valuta questa contraddizione?
«È uno stato danimo che, in grado minore o maggiore, è diffuso
dappertutto. Predicare il Vangelo vuol dire soddisfare questo bisogno di religione che
ognuno sente, nel contesto del secolarismo e dellindividualismo. Al Sinodo
certamente parleremo di secolarismo e di individualismo, ma il punto centrale è la
predicazione del Vangelo e linvito alla conversione rivolto a tutta
lumanità».
- E come pensa la Chiesa di poter battere la concorrenza delle sètte,
dei culti, degli appelli di altre religioni, del crescente proselitismo dei
pentecostaliani in quello che è definito come un "mercato" religioso sempre
più competitivo?
«È presto per dirlo, perché ancora non abbiamo un piano».
- Allora il Sinodo elaborerà una strategia?
«Discuteremo la situazione, e se una strategia si profilerà,
discuteremo anche quella».
- Come giudica la competizione religiosa via Internet?
«Internet non è altro che un nuovo canale di comunicazione. La Chiesa
ha sempre usato la predicazione orale e scritta, e poi la stampa, e poi la televisione.
Così ora dobbiamo imparare a predicare il Vangelo su Internet».
- Passiamo a un altro tema: la comunione. Si parla di
"polarizzazione" della Chiesa cattolica degli Stati Uniti, con i fedeli divisi
su diverse posizioni, tanto che il cardinale Bernardin, lanno scorso, prima di
morire, auspicò la ricerca di un "terreno comune". Ritiene che sia compito del
Sinodo trovare appunto questo "terreno comune", e il "terreno comune"
va inteso come un denominatore comune fra opinioni opposte o come uno spazio comune dove
esprimere queste opinioni?
«Ma noi un "terreno comune" labbiamo già ed è la
dottrina della Chiesa e il Vangelo di Gesù Cristo. Ci possono essere diversi modi di
affrontare le questioni o diversi punti di partenza, ma quello che importa è la
centralità del magistero della Chiesa e del Vangelo e, su questo, lavorare insieme».
- I temi, oggetto di dibattito nella Chiesa degli Stati Uniti, come per
esempio lordinazione femminile, il celibato dei preti, la difesa della vita, o
quelli relativi alla liturgia, al linguaggio inclusivo, saranno affrontati apertamente dal
Sinodo?
«Ritengo che ci saranno delle discussioni su questi argomenti, ma non
credo che ci saranno delle rivisitazioni, perché sullordinazione femminile e il
celibato dei preti la questione è ormai chiusa. Il linguaggio inclusivo credo che sia un
fatto culturale che riguarda gli Stati Uniti, e forse il Canada, ma che non tocca gran che
il resto dellemisfero».
- E non crede neppure che il problema delle ordinazioni femminili sia
molto sentito negli altri Paesi americani?
«Questa è la mia impressione».
- Come giudica i teologi, anzi come giudica la "Società teologica
cattolica americana" che conta varie centinaia di docenti delle università
cattoliche? Recentemente, larcivescovo di Denver, Chaput, ha parlato di "non
utilità" della Società, che creerebbe una, non necessaria, "confusione"
allultimo momento.
«La Società forse riflette il pensiero di parecchi teologi cattolici,
ma non credo che rifletta il pensiero di tutti, e non sono affatto sicuro che rifletta il
pensiero della maggioranza».
- E quale input hanno i teologi sul Sinodo?
«Lunico input che i teologi hanno come tali è attraverso i
vescovi. I teologi, infatti, non hanno voce in capitolo, perché questo è un Sinodo di
vescovi».
- Ma indirettamente non avranno qualcosa da dire?
«Può darsi. Hanno già detto tanto».
- La solidarietà. La Chiesa è già un modello di carità e di
solidarietà verso i poveri, gli immigrati, gli emarginati. Ma pensa che il Sinodo
invocherà in particolare la solidarietà fra Paesi, cioè del Nord verso il Sud
dellemisfero, e auspicherà, per esempio, la cancellazione dei debiti delle nazioni
povere verso quelle ricche?
«Senzaltro questo punto rivestirà grande significato perché è
naturale che venga trattato da unassemblea di vescovi che vengono proprio dai Paesi
interessati. Il problema sarà come coordinare la discussione».
- Ma allora il Sinodo non assumerà una connotazione politica?
«Ogni volta che entra in campo la dottrina sociale della Chiesa
cè chi ci vede una connotazione politica. In realtà, occorre distinguere fra
coinvolgimento con determinati partiti o uomini politici o esponenti del Governo o
dellAmministrazione, da un lato, e insegnamenti della Chiesa sulla natura
delluomo e della società, dallaltro. È vero che spesso le due sfere si
sovrappongono».
- Sarà esaminata la situazione a Cuba?
«Forse. Non so. Dipende da come andrà la discussione. Ogni discussione
ha una vita propria».
- Non sono mancate voci che hanno espresso ansietà sul Sinodo, perché
le nazioni partecipanti sono così differenti. Sarebbe stato meglio dicono questi
critici indire un Sinodo per le nazioni industrializzate e un altro per i Paesi
poveri. Lei cosa ne pensa?
«Al contrario, sono convinto che sia molto importante che le nazioni
del nostro emisfero parlino fra loro. Qui si tratta di questioni che vanno oltre i confini
nazionali. Se avessimo messo le nazioni ricche da una parte e le nazioni povere
dallaltra, le probabilità di risultati produttivi sarebbero state molto minori».
- Cosa pensa del fenomeno dellinculturazione? E non crede, come
qualcuno afferma, che si stia verificando anche il fenomeno inverso, della creazione di
una "cultura cattolica" comune?
«Sì, penso che si possa parlare di una "cultura cattolica".
Prendiamo lEuropa del Medioevo: tutti erano cattolici, condividevano le stesse
credenze, le stesse espressioni religiose, le stesse aspirazioni. Certo non so bene come
questo sia possibile in una situazione più decisamente pluralistica. Quanto
allinculturazione, cè sempre stata. Per esempio, il Nuovo Testamento è
scritto in greco perché questa era la lingua duso allora e le premesse culturali
comuni sono riflesse nelle Scritture. In sostanza linculturazione è una questione
di gradi. Fino a che punto il Vangelo può essere applicato a un certo modo di vivere e
fino a che punto un gruppo di persone può trovare una forma di adattamento: questo è il
problema».
- Molti cattolici dicono che devono abituarsi a una Chiesa che cambia in
continuazione. È valida lequazione "Sinodo uguale cambiamento"?
«Sì e no. La Chiesa è una continua trasformazione, ma qui parliamo di
una trasformazione dei cuori. Ora io non sono affatto sicuro che siano necessari
cambiamenti istituzionali. Sono passati appena 35 anni dal Concilio Vaticano II, il nostro
ultimo grande cambiamento. Così non vedo un gran bisogno di novità nel funzionamento
della Chiesa.
Con questi Sinodi in vista del Giubileo, il Papa ci invita a prestare
maggiore attenzione al Signore, ci dice che il Signore è venuto fra noi duemila anni fa e
che dobbiamo ridedicarci a lui».
Lilia Lodolini
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