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Le Americhe viste dall’arcivescovo di Cincinnati
    
Ma la vera priorità resta l’evangelizzazione

di Lilia Lodolini

   

Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page Venticinque vescovi e cardinali statunitensi prenderanno parte al Sinodo speciale sull’America: una delegazione nutrita, in rappresentanza di 60 milioni di cattolici e di una Conferenza episcopale tra le più attive del mondo, con 200 diocesi sparse su un territorio di 9 milioni e 363 mila chilometri quadrati.

Per i delegati, la partecipazione al Sinodo non sarà una passeggiata: dal mondo cattolico americano provengono segnali di fermento e di vivacità non sempre graditi a Roma.

Per citare soltanto gli ultimi in ordine di tempo, ricordiamo ad esempio l’appello alla collegialità dell’ex arcivescovo di San Francisco, monsignor John Raphael Quinn; l’iniziativa per un "terreno comune" del compianto cardinale di Chicago, Joseph Bernardin; il lungo e complesso dibattito sull’uso del cosiddetto "linguaggio inclusivo" nelle traduzioni delle Scritture per uso liturgico. Tra i delegati statunitensi abbiamo intervistato il primo degli eletti, monsignor Daniel E. Pilarczyk, arcivescovo di Cincinnati (Ohio).

Monsignor Pilarczyk ha studiato a Roma, alla Pontificia Università Urbaniana, ed è stato presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti.

  • Qual è il senso ultimo di questo Sinodo, a suo parere?

«Il potenziamento dell’evangelizzazione nell’emisfero occidentale».

  • L’assemblea si limiterà a fare il punto della situazione o proporrà anche soluzioni?

«Penso tutt’e due le cose. Il Sinodo, come si sa, è un’assemblea consultiva e non legislativa. Il Santo Padre vuole conoscere le nostre opinioni».

  • Qual è la più importante sfida pastorale che il Sinodo ha di fronte?

«Sicuramente la sfida dell’evangelizzazione nell’emisfero occidentale e della solidarietà fra le diocesi dell’America del Nord, dell’America del Sud e dei Caraibi».

  • Ho qui i Lineamenta , il quadro degli argomenti che il Sinodo dovrà trattare. Ai Lineamenta sono allegate 16 domande che serviva no per consultare la "base". Crede che questo sistema sia sufficientemente democratico? Crede che così il Sinodo saprà cosa pensano i cattolici dell’emisfero occidentale?

«È molto difficile dirlo. Ci sono vescovi che hanno intrapreso consultazioni a largo raggio. Altri che hanno risposto senza sentire il parere di nessuno. Ma dire che c’è qualcuno che sappia cosa pensano tutti i cattolici del nostro emisfero... Questa facoltà, evidentemente, è riservata a Dio soltanto».

  • I Lineamenta indicano tre grandi temi di discussione: conversione, comunione, solidarietà. Una moltitudine di questioni verrà alla ri balta. A quali di queste sarà data un’enfasi particolare?

«Ritengo che, complessivamente, l’enfasi cadrà sulla via alla conversione, che poi non è altro che l’evangelizzazione. Questo sarà l’argomento centrale».

  • Quando parla di "conversione", intende la conversione dei non-credenti o anche dei cattolici tiepidi, quelli che sono chiamati "cattolici self-service" perché, come si fa al self-service con le pietanze, operano una scelta nei precetti della Chiesa?

«Gli uni e gli altri».

  • Materialismo, consumismo, secolarismo improntano il mondo contemporaneo. Ma nello stesso tempo si moltiplicano le manifestazioni di un gran bisogno di religione. Come valuta questa contraddizione?

«È uno stato d’animo che, in grado minore o maggiore, è diffuso dappertutto. Predicare il Vangelo vuol dire soddisfare questo bisogno di religione che ognuno sente, nel contesto del secolarismo e dell’individualismo. Al Sinodo certamente parleremo di secolarismo e di individualismo, ma il punto centrale è la predicazione del Vangelo e l’invito alla conversione rivolto a tutta l’umanità».

  • E come pensa la Chiesa di poter battere la concorrenza delle sètte, dei culti, degli appelli di altre religioni, del crescente proselitismo dei pentecostaliani in quello che è definito come un "mercato" religioso sempre più competitivo?

«È presto per dirlo, perché ancora non abbiamo un piano».

  • Allora il Sinodo elaborerà una strategia?

«Discuteremo la situazione, e se una strategia si profilerà, discuteremo anche quella».

  • Come giudica la competizione religiosa via Internet?

«Internet non è altro che un nuovo canale di comunicazione. La Chiesa ha sempre usato la predicazione orale e scritta, e poi la stampa, e poi la televisione. Così ora dobbiamo imparare a predicare il Vangelo su Internet».

  • Passiamo a un altro tema: la comunione. Si parla di "polarizzazione" della Chiesa cattolica degli Stati Uniti, con i fedeli divisi su diverse posizioni, tanto che il cardinale Bernardin, l’anno scorso, prima di morire, auspicò la ricerca di un "terreno comune". Ritiene che sia compito del Sinodo trovare appunto questo "terreno comune", e il "terreno comune" va inteso come un denominatore comune fra opinioni opposte o come uno spazio comune dove esprimere queste opinioni?

«Ma noi un "terreno comune" l’abbiamo già ed è la dottrina della Chiesa e il Vangelo di Gesù Cristo. Ci possono essere diversi modi di affrontare le questioni o diversi punti di partenza, ma quello che importa è la centralità del magistero della Chiesa e del Vangelo e, su questo, lavorare insieme».

  • I temi, oggetto di dibattito nella Chiesa degli Stati Uniti, come per esempio l’ordinazione femminile, il celibato dei preti, la difesa della vita, o quelli relativi alla liturgia, al linguaggio inclusivo, saranno affrontati apertamente dal Sinodo?

«Ritengo che ci saranno delle discussioni su questi argomenti, ma non credo che ci saranno delle rivisitazioni, perché sull’ordinazione femminile e il celibato dei preti la questione è ormai chiusa. Il linguaggio inclusivo credo che sia un fatto culturale che riguarda gli Stati Uniti, e forse il Canada, ma che non tocca gran che il resto dell’emisfero».

  • E non crede neppure che il problema delle ordinazioni femminili sia molto sentito negli altri Paesi americani?

«Questa è la mia impressione».

  • Come giudica i teologi, anzi come giudica la "Società teologica cattolica americana" che conta varie centinaia di docenti delle università cattoliche? Recentemente, l’arcivescovo di Denver, Chaput, ha parlato di "non utilità" della Società, che creerebbe una, non necessaria, "confusione" all’ultimo momento.

«La Società forse riflette il pensiero di parecchi teologi cattolici, ma non credo che rifletta il pensiero di tutti, e non sono affatto sicuro che rifletta il pensiero della maggioranza».

  • E quale input hanno i teologi sul Sinodo?

«L’unico input che i teologi hanno come tali è attraverso i vescovi. I teologi, infatti, non hanno voce in capitolo, perché questo è un Sinodo di vescovi».

  • Ma indirettamente non avranno qualcosa da dire?

«Può darsi. Hanno già detto tanto».

  • La solidarietà. La Chiesa è già un modello di carità e di solidarietà verso i poveri, gli immigrati, gli emarginati. Ma pensa che il Sinodo invocherà in particolare la solidarietà fra Paesi, cioè del Nord verso il Sud dell’emisfero, e auspicherà, per esempio, la cancellazione dei debiti delle nazioni povere verso quelle ricche?

«Senz’altro questo punto rivestirà grande significato perché è naturale che venga trattato da un’assemblea di vescovi che vengono proprio dai Paesi interessati. Il problema sarà come coordinare la discussione».

  • Ma allora il Sinodo non assumerà una connotazione politica?

«Ogni volta che entra in campo la dottrina sociale della Chiesa c’è chi ci vede una connotazione politica. In realtà, occorre distinguere fra coinvolgimento con determinati partiti o uomini politici o esponenti del Governo o dell’Amministrazione, da un lato, e insegnamenti della Chiesa sulla natura dell’uomo e della società, dall’altro. È vero che spesso le due sfere si sovrappongono».

  • Sarà esaminata la situazione a Cuba?

«Forse. Non so. Dipende da come andrà la discussione. Ogni discussione ha una vita propria».

  • Non sono mancate voci che hanno espresso ansietà sul Sinodo, perché le nazioni partecipanti sono così differenti. Sarebbe stato meglio – dicono questi critici – indire un Sinodo per le nazioni industrializzate e un altro per i Paesi poveri. Lei cosa ne pensa?

«Al contrario, sono convinto che sia molto importante che le nazioni del nostro emisfero parlino fra loro. Qui si tratta di questioni che vanno oltre i confini nazionali. Se avessimo messo le nazioni ricche da una parte e le nazioni povere dall’altra, le probabilità di risultati produttivi sarebbero state molto minori».

  • Cosa pensa del fenomeno dell’inculturazione? E non crede, come qualcuno afferma, che si stia verificando anche il fenomeno inverso, della creazione di una "cultura cattolica" comune?

«Sì, penso che si possa parlare di una "cultura cattolica". Prendiamo l’Europa del Medioevo: tutti erano cattolici, condividevano le stesse credenze, le stesse espressioni religiose, le stesse aspirazioni. Certo non so bene come questo sia possibile in una situazione più decisamente pluralistica. Quanto all’inculturazione, c’è sempre stata. Per esempio, il Nuovo Testamento è scritto in greco perché questa era la lingua d’uso allora e le premesse culturali comuni sono riflesse nelle Scritture. In sostanza l’inculturazione è una questione di gradi. Fino a che punto il Vangelo può essere applicato a un certo modo di vivere e fino a che punto un gruppo di persone può trovare una forma di adattamento: questo è il problema».

  • Molti cattolici dicono che devono abituarsi a una Chiesa che cambia in continuazione. È valida l’equazione "Sinodo uguale cambiamento"?

«Sì e no. La Chiesa è una continua trasformazione, ma qui parliamo di una trasformazione dei cuori. Ora io non sono affatto sicuro che siano necessari cambiamenti istituzionali. Sono passati appena 35 anni dal Concilio Vaticano II, il nostro ultimo grande cambiamento. Così non vedo un gran bisogno di novità nel funzionamento della Chiesa.

Con questi Sinodi in vista del Giubileo, il Papa ci invita a prestare maggiore attenzione al Signore, ci dice che il Signore è venuto fra noi duemila anni fa e che dobbiamo ridedicarci a lui».

Lilia Lodolini

Segue: Le destre religiose si coalizzano

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