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Il Cristo contro l’idolo del capitale

di Paulo Lima

   

Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page Le Americhe viste dal cardinale Arns: l’importanza dell’opzione dei poveri, la sfida dell’inculturazione, la necessità di una maggior partecipazione delle donne alla vita della Chiesa e di una riforma della Curia romana.

Tra feste e omaggi, il cardinale brasiliano Paulo Evaristo Arns ha compiuto 76 anni, il 14 settembre scorso. Un compleanno con sapore di vittoria. Arns ha vinto la battaglia contro un tumore maligno all’occhio sinistro. Dopo sette mesi di varie sessioni di radioterapia, il cardinale ora sta bene, anzi è guarito completamente, assicurano i medici.

Ma un’altra preoccupazione – questa volta di ordine pastorale – continua a disturbare il sonno non solo del cardinale, ma anche dei suoi vescovi ausiliari e dei suoi collaboratori sacerdoti e laici: la sua successione e l’incertezza riguardo al futuro dell’arcidiocesi.

In tutte le interviste che ha rilasciato recentemente, Arns si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda riguardo al futuro. Non vuole "complicare" i suoi rapporti con Roma. In una di queste interviste ha detto soltanto che preferirebbe che a prendere il suo posto fosse qualcuno dei suoi vescovi ausiliari, o qualcuno che avesse lavorato con lui e che conoscesse la città, come l’ex presidente della Conferenza episcopale brasiliana e attuale vicepresidente del Celam, monsignor Luciano Mendes de Almeida, vescovo di Mariana, nello Stato di Minas Gerais.

Il cardinale Paulo Evaristo Arns è una delle persone più rispettate della Chiesa brasiliana. Soprattutto per le sue prese di posizione in difesa dei diritti umani e dei settori più poveri di San Paolo, una metropoli che conta più di 10 milioni di abitanti, due milioni dei quali vivono nelle favelas.

Dal 1970 alla guida dell’arcidiocesi, Arns ormai fa parte della tradizione profetica dell’America latina. L’originalità della Chiesa del continente sta nel fatto di esercitare la sua missione incarnandosi in mezzo agli impoveriti e di essere concretamente solidale con le sue organizzazioni liberatrici. I primi passi di questo cammino sono stati fatti a partire dalla Conferenza episcopale latinoamericana di Medellín, nel 1968, che Arns cita con frequenza nei suoi interventi. Dopo Medellín, ci sono stati dei pastori che hanno lasciato perdere gli anelli con pietre preziose, le ricchezze, le terre e i privilegi. Arns fa parte di questo gruppo. Da bravo francescano, il cardinale ha venduto il Palazzo vescovile, nel 1973, per cinque milioni di dollari, ed è andato a vivere in una casa semplice. Con i soldi ha messo in moto l’operazione periferia: un piano pastorale destinato ad aiutare le famiglie povere e costruire dei centri sociali, usati poi per incontri e celebrazioni dei fedeli, che avvenivano anche senza la presenza del sacerdote.

Arns fa parte della delegazione brasiliana (circa una ventina tra vescovi e cardinali) che parteciperà al Sinodo per l’America a Roma. Prima di venire all’incontro, ci ha rilasciato questa intervista in cui ripropone l’importanza dell’opzione per i poveri, difende una maggior partecipazione delle donne nella Chiesa e critica una Curia romana che dovrà curarsi da «un’eccessiva centralizzazione».

  • L’opzione per i poveri è ancora d’attualità?

«È arrivato adesso il grande momento di questa opzione. Fino a ora è stato solo un allenamento. Penso che questa opzione è qualcosa di vivo, che si attua in mezzo a noi e nella Chiesa, tra gli stessi vescovi e le comunità di base. È un modo di porsi davanti all’esclusione economica e diventa un criterio di azione e conversione al Vangelo di Gesù. L’opzione per i poveri è sinonimo di Vangelo. Abbandonarla è tradire il Cristo e fare soffrire la gente. Il popolo non può essere trattato in modo paternalista, ma dev’essere aiutato ad assumere come protagonista la sua storia e quella della propria Chiesa. Poveri organizzati, che vivono la condivisione e che guardano al futuro con speranza».

  • Questo Sinodo è stato voluto dal Papa anche come forma di preparazione ai festeggiamenti per i duemila anni di cristianesimo. In che modo si può celebrare il nuovo millennio senza cadere in trionfalismi?

«Non vedo altra forma se non la denuncia contro il capitalismo come sistema idolatrico, proponendo il perdono del debito estero dei Paesi impoveriti e sfruttati dall’attuale sistema finanziario internazionale. Bisogna pure far risuonare la voce degli indios e dei neri in tutto il continente e favorire l’inculturazione profonda del Vangelo come buona notizia ai poveri. Bisogna assumere un atteggiamento ecumenico e di dialogo interreligioso come via di comunione planetaria tra le religioni e i popoli. Questo esige rispetto e molta preghiera personale. Ascoltare le rivendicazioni delle donne e portare equilibrio nelle relazioni tra uomo e donna all’interno dell’istituzione ecclesiastica in modo da superare i clericalismi e il maschilismo ancora presenti. Questo esigerà cambiamenti di comportamenti e di strutture. Ecco tre suggerimenti per non rimanere soltanto nel simbolico e per evitare i trionfalismi. Davanti alle commemorazioni del Giubileo, abbiamo bisogno di assumere pienamente una spiritualità ecumenica».

  • Si parla di una crisi della teologia della liberazione e dell’esperienza delle comunità di base. Lei è d’accordo con questa analisi?

«Le costanti visite che faccio alle comunità di base della mia arcidiocesi e i commenti dei teologi e vescovi sull’ultimo incontro nazionale delle comunità di base non ci permettono un’analisi pessimista. È chiaro che i tempi sono cambiati, perciò la riflessione teologica deve aggiornarsi».

  • Che tipo di aggiornamento?

«Oggi abbiamo davanti la questione chiave delle culture, del movimento delle donne e delle nazioni indigene, e soprattutto una ripresa delle radici storiche del nostro cristianesimo. Non è stato abbandonato l’approccio sociale e politico, ma si è aggiunto un ventaglio immenso di nuovi temi: ecologia, femminismo, prostituzione, la difesa dei contadini senza terra e la pastorale urbana...».

  • Ma si tratta di una crisi o no?

«Sì, ma è una crisi positiva. Una crisi di maturità e di ricerca di risposte nuove. Serve una spiritualità che attinga all’esperienza trinitaria, non chiudendo gli occhi e il cuore ai nuovi segni dei tempi. I martiri e i membri delle comunità di base sono la garanzia del fatto che stiamo sulla strada giusta».

  • È vero che è diminuito un po’ il numero di vescovi che appoggiano le comunità di base e che c’è uno spostamento di simpatie verso i movimenti come il Rinnovamento nello Spirito e Comunione e liberazione?

«Si può costatare una crescita vertiginosa del fenomeno pentecostale in tutto il pianeta e particolarmente in America latina. Assicurano che circa 300 milioni di persone, oggi, partecipano di questa esperienza in diverse denominazioni cristiane, incluso vescovi e preti cattolici. L’episcopato brasiliano – e non solo – soffre le influenze del momento storico ed ecclesiale che stiamo vivendo. Dei 375 vescovi brasiliani (98 sono stranieri e 277 sono brasiliani) Giovanni Paolo II ne ha nominati 193 durante il suo pontificato. Paolo VI aveva nominato 128 vescovi e i Papi precedenti 54. Questi numeri ci permettono di tracciare a grandi linee un profilo sociale dei vescovi. Ma non possiamo mai dimenticare che le Chiese particolari e i piani pastorali influiscono anche sulla figura e lo stile di azione dei vescovi. La vita nelle grandi città o la lotta per la terra in campagna portano alla conversione e mettono in questione i vescovi».

  • A partire dalla sua esperienza di ormai 27 anni alla guida della Chiesa di San Paolo, che ruolo dovrebbe avere un vescovo nei riguardi della sua gente?

«Penso che un vescovo non dovrebbe mai fare tutto da solo né in modo autoritario. La comunione e il fatto di decidere le cose assieme ai laici e ai sacerdoti sono due esigenze forti del Concilio Vaticano II. Dobbiamo essere sempre di più pastori e amici della gente. Come ci ricordava Giovanni XXIII: "Ora la sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità". Abbiamo bisogno sempre più di questo nuovo modo di essere vescovo».

  • Durante l’ultimo incontro nazionale delle comunità di base, una "mãe-de-santo" (la sacerdotessa del Candomblé, il culto afrobrasiliano) ha partecipato alle due principali celebrazioni. Questo fatto è stato molto criticato da alcuni settori del Rinnovamento nello Spirito in Brasile. Lei cosa ne pensa?

«Credo che il futuro dell’umanità passa non solamente attraverso l’ecumenismo, ma soprattutto attraverso il dialogo interreligioso. Le comunità di base sperimentano dei passi in questa direzione. La "mãe-de-santo" è cittadina come chiunque di noi, fa parte di un’altra religione e merita rispetto, tenerezza e amore da parte dei cattolici. Il nostro passato di persecuzione contro i neri e le loro espressioni religiose dev’essere ormai superato. Inoltre quelli che disprezzano altre confessioni è perché non amano sufficientemente la loro. In un incontro interreligioso, il primo atteggiamento è di tolleranza. Come ci ricorda l’attuale Papa, la veglia dell’anno 2000 dovrà essere "una grande occasione per il dialogo interreligioso". E poi non possiamo mai perdere di vista le indicazioni chiare del Concilio Vaticano II presenti nella Dichiarazione conciliare Nostra aetate, sul rapporto tra la Chiesa e le altre religioni non cristiane».

  • In che modo il Sinodo per l’America può trarre nuove luci per il dialogo con le altre religioni e con le culture indigene e afroamericane?

«Già nei Lineamenta si afferma che il volto di Cristo sofferente e crocifisso ha anche il volto delle minoranze etniche emarginate, degli indios e degli afroamericani, dei contadini e degli abitanti delle favelas. Assumere degli impegni concreti assieme a questi Cristi sofferenti è il primo passo. Ammirare le loro culture ancestrali e ascoltare il loro canto e le loro utopie sarebbe il passo seguente. Ma bisogna anche affermare che ascoltare le memorie di dolore e di lotta di questi popoli esige da parte nostra molta pazienza, amore e disciplina intellettuale. È questa la strada. E l’esempio del gesuita Matteo Ricci, grande evangelizzatore della Cina, ci potrà essere utile. Così come la lettura critica di Bartolomeo de las Casas ci sarà indispensabile».

  • Paolo VI, rilanciando l’idea dei Sinodi, aveva in mente il sogno di far diventare il governo della Chiesa più partecipativo, dove le grandi decisioni sarebbero state prese non più soltanto dal Papa, ma con l’aiuto di tutti i vescovi del mondo. Secondo lei, questo sogno si è realizzato?

«Il decreto conciliare Christus Dominus sostiene che il Sinodo è una forma di rappresentanza dell’episcopato e che tutti i vescovi in comunione tra loro devono impegnarsi per il bene della Chiesa. Potremmo riassumere questo nel motto "Agire localmente e pensare globalmente". Purtroppo la proposta del Sinodo come istanza decisionale è stata sostituita da un’assemblea semplicemente consultiva. Tutte le nove assemblee generali e ordinarie hanno radunato ogni tre anni una media di 230 partecipanti dei 4.500 vescovi membri (e quindi appena il 5 per cento del totale). Abitualmente il Brasile ha inviato sei rappresentanti appena. Per quello che risulta, le Conferenze episcopali possono essere, oggi, la nuova forma di vivere il sogno della collegialità proposto dai Padri conciliari».

  • Ma non crede che la Curia romana in qualche modo abbia troppo potere nei confronti delle Conferenze episcopali?

«Esiste un’eccessiva centralizzazione a Roma. Quando i Padri conciliari avevano approvato il documento sui vescovi, nell’ottobre del 1965, avevano chiesto pure che i dicasteri della Curia fossero "sottomessi a una ristrutturazione più adatta ai bisogni del tempo, regioni e riti". Credo che la Curia eserciti un potere di istanza differenziata da quello praticato dalle Conferenze episcopali. Bisogna salvaguardare il principio della sussidiarietà. Le frequenti visite ad limina e una più agile comunicazione con le Conferenze potranno aiutare a superare il problema».

  • Cosa ha provato quando la Santa Sede ha diviso la sua arcidiocesi nel 1989?

«Nel 1970, quando ho ricevuto l’incarico di arcivescovo, Paolo VI mi aveva dato carta bianca per innovare la pastorale urbana. La Curia romana però ci ha imposto un’altra strategia, ispirata piuttosto al Codice di diritto canonico. Dividendo la stessa città tra quattro vescovi, ha impedito la comunione che esisteva e un lavoro pastorale più coeso. Ciononostante, continuiamo a credere che il lavoro collegiale dei vescovi di una stessa città è il grande segno di comunione e funziona come un sacramento di conversione per i cittadini di questa metropoli, cattolici o no».

  • Lei crede che la questione del debito estero dei Paesi latinoamericani sarà uno dei punti forti del Sinodo?

«Non lo credo solo io, è un desiderio del Papa, dei vescovi e di tutto il popolo latinoamericano. In questa fine di millennio c’è bisogno d’impegnarsi di più in favore della democrazia economica, del condono del debito estero e del pagamento dei debiti sociali dei popoli».

  • In che modo le Chiese del Nord e del Sud del continente potrebbero spingere verso la cancellazione di questo debito?

«Seguendo il bel cammino della Chiesa cattolica in Inghilterra, che ha cominciato la campagna "Fair deal for the poor", dove i cattolici inglesi fanno pressione perché i prodotti comperati nel Terzo mondo ricevano un prezzo giusto e siano accompagnati da un’etichetta di condotta. Così possiamo combattere il lavoro schiavo e infantile, ma promuovere anche la sicurezza sociale, uno stipendio degno e il diritto di organizzazione sindacale in vari Paesi».

  • I Lineamenta hanno ricevuto del le critiche da parte dei teologi latinoamericani. «È molto debole dal punto di vista teologico», ha detto il teologo brasiliano Oscar Beozzo. Lei condivide questa opinione?

«Leggendo il testo critico di padre Beozzo non ho trovato l’affermazione sulla debolezza del documento. Beozzo valorizza l’approccio biblico dato al tema centrale e stabilisce dei limiti e lacune gravi del documento e la sconnessione tra il testo e il questionario finale. Penso che quest’incontro a Roma potrà essere positivo piuttosto per lo scambio delle esperienze tra i vescovi e la ricerca comune delle grandi linee pastorali. La forza di questo incontro non risiede tanto nei documenti che saranno firmati dal Papa, ma negli impegni solidali che i pastori prenderanno nei confronti del loro popolo. Così ci dicevano i colleghi a Medellín: "Non basta riflettere, riuscire ad avere le cose più chiare e parlare. È necessario agire. L’ora attuale non è più l’ora della parola, ma è diventata, con drammatica urgenza, l’ora dell’azione"».

  • Lei fa spesso riferimento a Medellín. Come valuta il fatto che i Lineamenta non abbiano mai citato i documenti delle Conferenze dei vescovi latinoamericani?

«Di fatto, è incomprensibile che non si valorizzi il magistero episcopale non solo latinoamericano, ma anche canadese e statunitense. Dimenticando la storia, commettiamo equivoci gravi e, peggio, perdiamo valori essenziali che sono stati già piantati. Speriamo che le discussioni e le riflessioni durante il Sinodo possano rimediare a queste gravi lacune».

  • Quando lascerà l’arcidiocesi, cosa pensa di fare?

«Penso di lavorare in favore degli anziani come me e dei bambini, particolarmente gli ammalati».

  • Che buoni ricordi porta con sé?

«Il lavoro in comunione con i laici, i colleghi vescovi, i sacerdoti e le religiose, sempre in modo corresponsabile. I piani di pastorale decisi e assunti da laici che dedicano la loro vita in difesa della vita. Il popolo generoso della periferia, dove ho potuto pregare sempre e trovare la speranza per continuare ad annunciare il Cristo vivo e risorto».

  • E quali i cattivi ricordi?

«La sofferenza dei disoccupati, l’insensibilità dell’élite economica e politica, gli anni della dittatura militare e i torturatori, la grave questione dei desaparecidos ancora senza soluzione in Brasile e, infine, la miseria in cui vivono i bambini nelle favelas e i detenuti nelle carceri del nostro Stato di San Paolo».

  • La speranza è stata una caratteristica del suo lavoro pastorale. Davanti alla globalizzazione del l’economia e all’aumento del numero degli esclusi nel cosiddetto Terzo mondo, lei quali motivi vede per sostenere la speranza in un mondo migliore?

«Sono tanti i segni positivi in cui credere per il cambiamento del mondo e l’instaurazione del Regno. Ne elenco alcuni: la crescente coscienza femminile all’interno della Chiesa; l’azione delle pastorali sociali nella nostra San Paolo; la valorizzazione dell’etica; la profondità con la quale il popolo legge la Bibbia; i movimenti sociali, come il movimento dei contadini senza terra; e, infine, la rilettura storica della Chiesa nel continente fatta da studiosi e agenti pastorali che partecipano alla Cehila (Commissione per lo studio della storia della Chiesa in America latina e Caraibi, ndr). Sono tutti segni di speranza che ci incoraggiano».

Paulo Lima

Segue: Ma la vera priorità resta l'evangelizzazione

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