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Americhe viste dal cardinale Arns: limportanza dellopzione dei poveri, la
sfida dellinculturazione, la necessità di una maggior partecipazione delle donne
alla vita della Chiesa e di una riforma della Curia romana. Tra feste e omaggi, il cardinale brasiliano
Paulo Evaristo Arns ha compiuto 76 anni, il 14 settembre scorso. Un compleanno con sapore
di vittoria. Arns ha vinto la battaglia contro un tumore maligno allocchio sinistro.
Dopo sette mesi di varie sessioni di radioterapia, il cardinale ora sta bene, anzi è
guarito completamente, assicurano i medici.
Ma unaltra preoccupazione questa volta di ordine pastorale
continua a disturbare il sonno non solo del cardinale, ma anche dei suoi vescovi
ausiliari e dei suoi collaboratori sacerdoti e laici: la sua successione e
lincertezza riguardo al futuro dellarcidiocesi.
In tutte le interviste che ha rilasciato recentemente, Arns si è
rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda riguardo al futuro. Non vuole
"complicare" i suoi rapporti con Roma. In una di queste interviste ha
detto soltanto che preferirebbe che a prendere il suo posto fosse qualcuno dei suoi
vescovi ausiliari, o qualcuno che avesse lavorato con lui e che conoscesse la città, come
lex presidente della Conferenza episcopale brasiliana e attuale vicepresidente del
Celam, monsignor Luciano Mendes de Almeida, vescovo di Mariana, nello Stato di Minas
Gerais.
Il cardinale Paulo Evaristo Arns è una delle persone più rispettate
della Chiesa brasiliana. Soprattutto per le sue prese di posizione in difesa dei diritti
umani e dei settori più poveri di San Paolo, una metropoli che conta più di 10 milioni
di abitanti, due milioni dei quali vivono nelle favelas.
Dal 1970 alla guida dellarcidiocesi, Arns ormai fa parte della
tradizione profetica dellAmerica latina. Loriginalità della Chiesa del
continente sta nel fatto di esercitare la sua missione incarnandosi in mezzo agli
impoveriti e di essere concretamente solidale con le sue organizzazioni liberatrici. I
primi passi di questo cammino sono stati fatti a partire dalla Conferenza episcopale
latinoamericana di Medellín, nel 1968, che Arns cita con frequenza nei suoi interventi.
Dopo Medellín, ci sono stati dei pastori che hanno lasciato perdere gli anelli con pietre
preziose, le ricchezze, le terre e i privilegi. Arns fa parte di questo gruppo. Da bravo
francescano, il cardinale ha venduto il Palazzo vescovile, nel 1973, per cinque milioni di
dollari, ed è andato a vivere in una casa semplice. Con i soldi ha messo in moto
loperazione periferia: un piano pastorale destinato ad aiutare le famiglie povere e
costruire dei centri sociali, usati poi per incontri e celebrazioni dei fedeli, che
avvenivano anche senza la presenza del sacerdote.
Arns fa parte della delegazione brasiliana (circa una ventina tra
vescovi e cardinali) che parteciperà al Sinodo per lAmerica a Roma. Prima di venire
allincontro, ci ha rilasciato questa intervista in cui ripropone limportanza
dellopzione per i poveri, difende una maggior partecipazione delle donne nella
Chiesa e critica una Curia romana che dovrà curarsi da «uneccessiva
centralizzazione».
- Lopzione per i poveri è ancora dattualità?
«È arrivato adesso il grande momento di questa opzione. Fino a ora è
stato solo un allenamento. Penso che questa opzione è qualcosa di vivo, che si attua in
mezzo a noi e nella Chiesa, tra gli stessi vescovi e le comunità di base. È un modo di
porsi davanti allesclusione economica e diventa un criterio di azione e conversione
al Vangelo di Gesù. Lopzione per i poveri è sinonimo di Vangelo. Abbandonarla è
tradire il Cristo e fare soffrire la gente. Il popolo non può essere trattato in modo
paternalista, ma devessere aiutato ad assumere come protagonista la sua storia e
quella della propria Chiesa. Poveri organizzati, che vivono la condivisione e che guardano
al futuro con speranza».
- Questo Sinodo è stato voluto dal Papa anche come forma di
preparazione ai festeggiamenti per i duemila anni di cristianesimo. In che modo si può
celebrare il nuovo millennio senza cadere in trionfalismi?
«Non vedo altra forma se non la denuncia contro il capitalismo come
sistema idolatrico, proponendo il perdono del debito estero dei Paesi impoveriti e
sfruttati dallattuale sistema finanziario internazionale. Bisogna pure far risuonare
la voce degli indios e dei neri in tutto il continente e favorire linculturazione
profonda del Vangelo come buona notizia ai poveri. Bisogna assumere un atteggiamento
ecumenico e di dialogo interreligioso come via di comunione planetaria tra le religioni e
i popoli. Questo esige rispetto e molta preghiera personale. Ascoltare le rivendicazioni
delle donne e portare equilibrio nelle relazioni tra uomo e donna allinterno
dellistituzione ecclesiastica in modo da superare i clericalismi e il maschilismo
ancora presenti. Questo esigerà cambiamenti di comportamenti e di strutture. Ecco tre
suggerimenti per non rimanere soltanto nel simbolico e per evitare i trionfalismi. Davanti
alle commemorazioni del Giubileo, abbiamo bisogno di assumere pienamente una spiritualità
ecumenica».
- Si parla di una crisi della teologia della liberazione e
dellesperienza delle comunità di base. Lei è daccordo con questa analisi?
«Le costanti visite che faccio alle comunità di base della mia
arcidiocesi e i commenti dei teologi e vescovi sullultimo incontro nazionale delle
comunità di base non ci permettono unanalisi pessimista. È chiaro che i tempi sono
cambiati, perciò la riflessione teologica deve aggiornarsi».
- Che tipo di aggiornamento?
«Oggi abbiamo davanti la questione chiave delle culture, del movimento
delle donne e delle nazioni indigene, e soprattutto una ripresa delle radici storiche del
nostro cristianesimo. Non è stato abbandonato lapproccio sociale e politico, ma si
è aggiunto un ventaglio immenso di nuovi temi: ecologia, femminismo, prostituzione, la
difesa dei contadini senza terra e la pastorale urbana...».
- Ma si tratta di una crisi o no?
«Sì, ma è una crisi positiva. Una crisi di maturità e di ricerca di
risposte nuove. Serve una spiritualità che attinga allesperienza trinitaria, non
chiudendo gli occhi e il cuore ai nuovi segni dei tempi. I martiri e i membri delle
comunità di base sono la garanzia del fatto che stiamo sulla strada giusta».
- È vero che è diminuito un po il numero di vescovi che
appoggiano le comunità di base e che cè uno spostamento di simpatie verso i
movimenti come il Rinnovamento nello Spirito e Comunione e liberazione?
«Si può costatare una crescita vertiginosa del fenomeno pentecostale
in tutto il pianeta e particolarmente in America latina. Assicurano che circa 300 milioni
di persone, oggi, partecipano di questa esperienza in diverse denominazioni cristiane,
incluso vescovi e preti cattolici. Lepiscopato brasiliano e non solo
soffre le influenze del momento storico ed ecclesiale che stiamo vivendo. Dei 375 vescovi
brasiliani (98 sono stranieri e 277 sono brasiliani) Giovanni Paolo II ne ha nominati 193
durante il suo pontificato. Paolo VI aveva nominato 128 vescovi e i Papi precedenti 54.
Questi numeri ci permettono di tracciare a grandi linee un profilo sociale dei vescovi. Ma
non possiamo mai dimenticare che le Chiese particolari e i piani pastorali influiscono
anche sulla figura e lo stile di azione dei vescovi. La vita nelle grandi città o la
lotta per la terra in campagna portano alla conversione e mettono in questione i
vescovi».
- A partire dalla sua esperienza di ormai 27 anni alla guida della
Chiesa di San Paolo, che ruolo dovrebbe avere un vescovo nei riguardi della sua gente?
«Penso che un vescovo non dovrebbe mai fare tutto da solo né in modo
autoritario. La comunione e il fatto di decidere le cose assieme ai laici e ai sacerdoti
sono due esigenze forti del Concilio Vaticano II. Dobbiamo essere sempre di più pastori e
amici della gente. Come ci ricordava Giovanni XXIII: "Ora la sposa di Cristo
preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità".
Abbiamo bisogno sempre più di questo nuovo modo di essere vescovo».
- Durante lultimo incontro nazionale delle comunità di base, una
"mãe-de-santo" (la sacerdotessa del Candomblé, il culto afrobrasiliano) ha
partecipato alle due principali celebrazioni. Questo fatto è stato molto criticato da
alcuni settori del Rinnovamento nello Spirito in Brasile. Lei cosa ne pensa?
«Credo che il futuro dellumanità passa non solamente attraverso
lecumenismo, ma soprattutto attraverso il dialogo interreligioso. Le comunità di
base sperimentano dei passi in questa direzione. La "mãe-de-santo" è cittadina
come chiunque di noi, fa parte di unaltra religione e merita rispetto, tenerezza e
amore da parte dei cattolici. Il nostro passato di persecuzione contro i neri e le loro
espressioni religiose devessere ormai superato. Inoltre quelli che disprezzano altre
confessioni è perché non amano sufficientemente la loro. In un incontro interreligioso,
il primo atteggiamento è di tolleranza. Come ci ricorda lattuale Papa, la veglia
dellanno 2000 dovrà essere "una grande occasione per il dialogo
interreligioso". E poi non possiamo mai perdere di vista le indicazioni chiare del
Concilio Vaticano II presenti nella Dichiarazione conciliare Nostra aetate, sul
rapporto tra la Chiesa e le altre religioni non cristiane».
- In che modo il Sinodo per lAmerica può trarre nuove luci per il
dialogo con le altre religioni e con le culture indigene e afroamericane?
«Già nei Lineamenta si afferma che il volto di Cristo
sofferente e crocifisso ha anche il volto delle minoranze etniche emarginate, degli indios
e degli afroamericani, dei contadini e degli abitanti delle favelas. Assumere degli
impegni concreti assieme a questi Cristi sofferenti è il primo passo. Ammirare le loro
culture ancestrali e ascoltare il loro canto e le loro utopie sarebbe il passo seguente.
Ma bisogna anche affermare che ascoltare le memorie di dolore e di lotta di questi popoli
esige da parte nostra molta pazienza, amore e disciplina intellettuale. È questa la
strada. E lesempio del gesuita Matteo Ricci, grande evangelizzatore della Cina, ci
potrà essere utile. Così come la lettura critica di Bartolomeo de las Casas ci sarà
indispensabile».
- Paolo VI, rilanciando lidea dei Sinodi, aveva in mente il sogno
di far diventare il governo della Chiesa più partecipativo, dove le grandi decisioni
sarebbero state prese non più soltanto dal Papa, ma con laiuto di tutti i vescovi
del mondo. Secondo lei, questo sogno si è realizzato?
«Il decreto conciliare Christus Dominus sostiene che il Sinodo
è una forma di rappresentanza dellepiscopato e che tutti i vescovi in comunione tra
loro devono impegnarsi per il bene della Chiesa. Potremmo riassumere questo nel motto
"Agire localmente e pensare globalmente". Purtroppo la proposta del Sinodo come
istanza decisionale è stata sostituita da unassemblea semplicemente consultiva.
Tutte le nove assemblee generali e ordinarie hanno radunato ogni tre anni una media di 230
partecipanti dei 4.500 vescovi membri (e quindi appena il 5 per cento del totale).
Abitualmente il Brasile ha inviato sei rappresentanti appena. Per quello che risulta, le
Conferenze episcopali possono essere, oggi, la nuova forma di vivere il sogno della
collegialità proposto dai Padri conciliari».
- Ma non crede che la Curia romana in qualche modo abbia troppo potere
nei confronti delle Conferenze episcopali?
«Esiste uneccessiva centralizzazione a Roma. Quando i Padri
conciliari avevano approvato il documento sui vescovi, nellottobre del 1965, avevano
chiesto pure che i dicasteri della Curia fossero "sottomessi a una ristrutturazione
più adatta ai bisogni del tempo, regioni e riti". Credo che la Curia eserciti un
potere di istanza differenziata da quello praticato dalle Conferenze episcopali. Bisogna
salvaguardare il principio della sussidiarietà. Le frequenti visite ad limina e
una più agile comunicazione con le Conferenze potranno aiutare a superare il problema».
- Cosa ha provato quando la Santa Sede ha diviso la sua arcidiocesi nel
1989?
«Nel 1970, quando ho ricevuto lincarico di arcivescovo, Paolo VI
mi aveva dato carta bianca per innovare la pastorale urbana. La Curia romana però ci ha
imposto unaltra strategia, ispirata piuttosto al Codice di diritto canonico.
Dividendo la stessa città tra quattro vescovi, ha impedito la comunione che esisteva e un
lavoro pastorale più coeso. Ciononostante, continuiamo a credere che il lavoro collegiale
dei vescovi di una stessa città è il grande segno di comunione e funziona come un
sacramento di conversione per i cittadini di questa metropoli, cattolici o no».
- Lei crede che la questione del debito estero dei Paesi latinoamericani
sarà uno dei punti forti del Sinodo?
«Non lo credo solo io, è un desiderio del Papa, dei vescovi e di tutto
il popolo latinoamericano. In questa fine di millennio cè bisogno dimpegnarsi
di più in favore della democrazia economica, del condono del debito estero e del
pagamento dei debiti sociali dei popoli».
- In che modo le Chiese del Nord e del Sud del continente potrebbero
spingere verso la cancellazione di questo debito?
«Seguendo il bel cammino della Chiesa cattolica in Inghilterra, che ha
cominciato la campagna "Fair deal for the poor", dove i cattolici inglesi fanno
pressione perché i prodotti comperati nel Terzo mondo ricevano un prezzo giusto e siano
accompagnati da unetichetta di condotta. Così possiamo combattere il lavoro schiavo
e infantile, ma promuovere anche la sicurezza sociale, uno stipendio degno e il diritto di
organizzazione sindacale in vari Paesi».
- I Lineamenta hanno ricevuto del le critiche da parte dei teologi
latinoamericani. «È molto debole dal punto di vista teologico», ha detto il teologo
brasiliano Oscar Beozzo. Lei condivide questa opinione?
«Leggendo il testo critico di padre Beozzo non ho trovato
laffermazione sulla debolezza del documento. Beozzo valorizza lapproccio
biblico dato al tema centrale e stabilisce dei limiti e lacune gravi del documento e la
sconnessione tra il testo e il questionario finale. Penso che questincontro a Roma
potrà essere positivo piuttosto per lo scambio delle esperienze tra i vescovi e la
ricerca comune delle grandi linee pastorali. La forza di questo incontro non risiede tanto
nei documenti che saranno firmati dal Papa, ma negli impegni solidali che i pastori
prenderanno nei confronti del loro popolo. Così ci dicevano i colleghi a Medellín:
"Non basta riflettere, riuscire ad avere le cose più chiare e parlare. È necessario
agire. Lora attuale non è più lora della parola, ma è diventata, con
drammatica urgenza, lora dellazione"».
- Lei fa spesso riferimento a Medellín. Come valuta il fatto che i
Lineamenta non abbiano mai citato i documenti delle Conferenze dei vescovi
latinoamericani?
«Di fatto, è incomprensibile che non si valorizzi il magistero
episcopale non solo latinoamericano, ma anche canadese e statunitense. Dimenticando la
storia, commettiamo equivoci gravi e, peggio, perdiamo valori essenziali che sono stati
già piantati. Speriamo che le discussioni e le riflessioni durante il Sinodo possano
rimediare a queste gravi lacune».
- Quando lascerà larcidiocesi, cosa pensa di fare?
«Penso di lavorare in favore degli anziani come me e dei bambini,
particolarmente gli ammalati».
- Che buoni ricordi porta con sé?
«Il lavoro in comunione con i laici, i colleghi vescovi, i sacerdoti e
le religiose, sempre in modo corresponsabile. I piani di pastorale decisi e assunti da
laici che dedicano la loro vita in difesa della vita. Il popolo generoso della periferia,
dove ho potuto pregare sempre e trovare la speranza per continuare ad annunciare il Cristo
vivo e risorto».
- E quali i cattivi ricordi?
«La sofferenza dei disoccupati, linsensibilità dellélite
economica e politica, gli anni della dittatura militare e i torturatori, la grave
questione dei desaparecidos ancora senza soluzione in Brasile e, infine, la miseria
in cui vivono i bambini nelle favelas e i detenuti nelle carceri del nostro Stato
di San Paolo».
- La speranza è stata una caratteristica del suo lavoro pastorale.
Davanti alla globalizzazione del leconomia e allaumento del numero degli
esclusi nel cosiddetto Terzo mondo, lei quali motivi vede per sostenere la speranza in un
mondo migliore?
«Sono tanti i segni positivi in cui credere per il cambiamento del
mondo e linstaurazione del Regno. Ne elenco alcuni: la crescente coscienza femminile
allinterno della Chiesa; lazione delle pastorali sociali nella nostra San
Paolo; la valorizzazione delletica; la profondità con la quale il popolo legge la
Bibbia; i movimenti sociali, come il movimento dei contadini senza terra; e, infine, la
rilettura storica della Chiesa nel continente fatta da studiosi e agenti pastorali che
partecipano alla Cehila (Commissione per lo studio della storia della Chiesa in
America latina e Caraibi, ndr). Sono tutti segni di speranza che ci incoraggiano».
Paulo Lima
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