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CHIESA E SINDACATO

LE RAGIONI DELL’INTESA

di Ruben Razzante
   

Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page

Per Sergio Zaninelli, docente di Storia economica alla Cattolica di Milano, Chiesa e movimento sindacale, pur nell’autonomia dei loro ruoli, sono chiamati a lavorare insieme per costruire una società fondata su una nuova etica della solidarietà.

«Anche il più convinto detrattore del ruolo svolto dal sindacato nelle società moderne non può negare il contributo da esso dato alla crescita della democrazia politica e dei suoi fondamenti: coscienza dei diritti e dei doveri, esperienza di corresponsabilità, accettazione di regole nei rapporti sociali, difesa della dignità. Senza il sindacato si va verso disuguaglianze feroci che fanno regredire la società». Sergio Zaninelli, professore di Storia economica all’Università Cattolica di Milano e studioso di storia del movimento sindacale, giudica qualunquista e fuori luogo la crociata contro le associazioni dei lavoratori condotta nelle ultime settimane da certa stampa e da taluni settori del mondo politico.

«Costoro», ribatte Zaninelli, «ignorano la situazione di carenza della politica e imputano ai sindacati l’azione di supplenza cui sono indotti. Già nel ’68 e negli anni immediatamente successivi, il potere politico entrò in crisi e furono i sindacati a riempire quel vuoto di rappresentanza che si era creato. Mi pare che per certi versi stiamo vivendo un clima analogo, con un ceto politico incapace di cogliere le esigenze del cambiamento».

  • Ma non le sembra deprecabile che un’organizzazione di tutela delle istanze dei lavoratori sconfini in compiti di sintesi politica?

«È una prassi che trova salde motivazioni nella storia del nostro Paese, assai squilibrata sul piano del rapporto tra i poteri. Quello politico è sempre stato esercitato in modo elitario da gruppi ristretti, dalle lobbies economico-finanziarie e industriali, cui si sono contrapposti i sindacati come organizzazioni di massa e unici interpreti dei diritti degli esclusi dalla gestione del potere».

  • Questo significa che una ripresa di iniziativa da parte del potere politico metterebbe in un angolo il sindacato compromettendone la stessa esistenza?

«La storia passata e presente conferma che il sindacato è stato, è e sarà un soggetto rilevante nella vita economica e politica. Non c’è, e non ci sarà declino inarrestabile del sindacato nella società postindustriale, né è pensabile un suo ruolo ottocentesco meramente rivendicativo, come se il sistema economico capitalista, che lo ha generato, non vivesse una profonda trasformazione».

  • Lei, quindi, vede solo rose e fiori nel futuro dei sindacati?

«No, i problemi non mancano e sono anche di grande portata. Il sindacato è un corpo vivo che risponde alle sfide del cambiamento, se la democraticità interna, se la vita associativa, se la rappresentatività restano vitali e si rinnovano continuamente. Negli ultimi tempi, però, questi aspetti si sono appannati e il sindacato ha perso capacità di immediatezza, si è burocratizzato perdendo il contatto con le realtà vive del mondo del lavoro.

Si è registrata una perdita di rappresentatività nei confronti dei lavoratori, cioè della realtà che genera il sindacato stesso».

  • Come si esce da questa situazione di appesantimento della struttura e dell’azione del sindacato?

«Il sindacato deve tornare a essere un movimento di base, radicato nel territorio, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, mobilitandosi all’interno per dimostrare la sua vitalità e necessità. La sua trasformazione in istituzione garantita dall’ordinamento politico, che qualcuno auspica, porterebbe alla sua sterilizzazione, alla sua rinuncia a essere soggetto autonomo, per diventare struttura subordinata del sistema. E ciò produrrebbe conseguenze analoghe a quelle che si ebbero tra le due guerre in Europa e poi in tutti quei Paesi nei quali il deficit di democrazia è stato accompagnato dall’istituzionalizzazione del sindacato».

  • Il valore della solidarietà, che rimane il collante dell’unità sindacale, introduce la questione dell’atteggiamento dei cattolici di fronte ai corpi intermedi, vera linfa vitale della democrazia. Quale atteggiamento dovrebbe assumere, secondo lei, la Chiesa di fronte alla messa in discussione dell’esistenza e della necessità dei sindacati?

«La Chiesa ha riconosciuto storicamente il fondamentale ruolo del sindacato nella società moderna, inserendolo in un disegno di società forte, imperniata sull’esistenza di corpi intermedi, sensibili al valore della solidarietà, che faccia da contrappeso alla invadenza della politica e dei partiti. Quando parlo di solidarietà, non intendo dire assistenza, ma azione intelligente di persone che affrontano insieme problemi comuni nell’interesse generale. Su questo valore il magistero della Chiesa non può che riconfermare i suoi fondamenti, invitando i lavoratori di ispirazione cattolica a operare attivamente nei sindacati. È quello che la Chiesa sta facendo con costanza. Basti pensare all’incontro che il 2 dicembre dello scorso anno, in Vaticano, ha visto protagonisti Giovanni Paolo II e i dirigenti sindacali di diverse aree del mondo e delle organizzazioni internazionali. In quella circostanza, il Papa ha autorevolmente rilanciato il valore della solidarietà di fronte alla pericolosa tendenza alla frammentazione sociale e ha riconosciuto, anche per il futuro, una funzione di primo piano per i sindacati, unici rappresentanti dei diritti dei lavoratori».

  • Questo significa che la dottrina sociale della Chiesa necessiterebbe di un aggiornamento?

«L’aggiornamento c’è già stato e riguarda l’approccio alle tematiche del lavoro, più che i contenuti dell’azione sindacale. La novità sta nel fatto che la Chiesa si sente sollecitata, a fianco dei sindacati, a sviluppare un’intensa e costante opera di formazione degli uomini all’impegno sociale. In altri termini, quello che si sta manifestando non è soltanto un magistero a disposizione degli uomini di buona volontà che lo vogliano accogliere e mettere in pratica, ma un magistero che intende inserirsi in modo attivo nella rivoluzione culturale che il movimento sindacale deve compiere al suo interno».

  • In che modo, secondo lei, potrà avvenire tale inserimento?

«Anzitutto con una convergenza nelle valutazioni circa le trasformazioni economiche in atto e le loro conseguenze sociali, per sensibilizzare i fedeli, mettendoli dinanzi alle proprie responsabilità e soprattutto a che non restino passivi (o peggio conniventi) di fronte al diffondersi di culture e prassi incoerenti con la fede vissuta. In secondo luogo, la Chiesa dovrà continuare a fornire una base etica alla nuova solidarietà; in terzo luogo, i cattolici dovranno garantire un apporto di volontarismo critico, ma costruttivo all’azione sindacale nei termini di un impegno personale e fattivo, come dicevo in precedenza».

  • La sinergia tra ambienti cattolici e sindacati continuerà anche negli anni Duemila?

«Credo di sì. Il movimento sindacale è oggi consapevole che la Chiesa, il suo magistero e la cultura sociale cattolica sono fattori insostituibili perché un’etica dello sviluppo, dell’intrapresa economica e delle istituzioni mantenga un alto profilo critico, una fecondità nelle coscienze e una capacità di sensibilizzazione nei confronti di settori importanti della società. A loro volta, la Chiesa e la cultura sociale cattolica sono sempre più consapevoli degli arricchimenti che possono venire loro da un mondo del lavoro che non può essere rappresentato da nessun’altra realtà che non sia il sindacato. Non si tratta per la Chiesa di "clericalizzare" i sindacati o di sostituirsi alla loro azione e neppure di ridurre il magistero a ideologia o a terza via. Si tratta, invece, di uno scambio vitale in cui ciascuno dei due soggetti esercita, in piena autonomia, il proprio compito».

Ruben Razzante
       

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