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Per
Sergio Zaninelli, docente di Storia economica alla Cattolica di Milano, Chiesa e movimento
sindacale, pur nellautonomia dei loro ruoli, sono chiamati a lavorare insieme per
costruire una società fondata su una nuova etica della solidarietà.
«Anche il più
convinto detrattore del ruolo svolto dal sindacato nelle società moderne non può negare
il contributo da esso dato alla crescita della democrazia politica e dei suoi fondamenti:
coscienza dei diritti e dei doveri, esperienza di corresponsabilità, accettazione di
regole nei rapporti sociali, difesa della dignità. Senza il sindacato si va verso
disuguaglianze feroci che fanno regredire la società». Sergio Zaninelli, professore di
Storia economica allUniversità Cattolica di Milano e studioso di storia del
movimento sindacale, giudica qualunquista e fuori luogo la crociata contro le associazioni
dei lavoratori condotta nelle ultime settimane da certa stampa e da taluni settori del
mondo politico.
«Costoro», ribatte Zaninelli, «ignorano la situazione di carenza
della politica e imputano ai sindacati lazione di supplenza cui sono indotti. Già
nel 68 e negli anni immediatamente successivi, il potere politico entrò in crisi e
furono i sindacati a riempire quel vuoto di rappresentanza che si era creato. Mi pare che
per certi versi stiamo vivendo un clima analogo, con un ceto politico incapace di cogliere
le esigenze del cambiamento».
- Ma non le sembra deprecabile che unorganizzazione di tutela
delle istanze dei lavoratori sconfini in compiti di sintesi politica?
«È una prassi che trova salde motivazioni nella storia del nostro
Paese, assai squilibrata sul piano del rapporto tra i poteri. Quello politico è sempre
stato esercitato in modo elitario da gruppi ristretti, dalle lobbies economico-finanziarie
e industriali, cui si sono contrapposti i sindacati come organizzazioni di massa e unici
interpreti dei diritti degli esclusi dalla gestione del potere».
- Questo significa che una ripresa di iniziativa da parte del potere
politico metterebbe in un angolo il sindacato compromettendone la stessa esistenza?
«La storia passata e presente conferma che il sindacato è stato, è e
sarà un soggetto rilevante nella vita economica e politica. Non cè, e non ci sarà
declino inarrestabile del sindacato nella società postindustriale, né è pensabile un
suo ruolo ottocentesco meramente rivendicativo, come se il sistema economico capitalista,
che lo ha generato, non vivesse una profonda trasformazione».
- Lei, quindi, vede solo rose e fiori nel futuro dei sindacati?
«No, i problemi non mancano e sono anche di grande portata. Il
sindacato è un corpo vivo che risponde alle sfide del cambiamento, se la democraticità
interna, se la vita associativa, se la rappresentatività restano vitali e si rinnovano
continuamente. Negli ultimi tempi, però, questi aspetti si sono appannati e il sindacato
ha perso capacità di immediatezza, si è burocratizzato perdendo il contatto con le
realtà vive del mondo del lavoro.
Si è registrata una perdita di rappresentatività nei confronti dei
lavoratori, cioè della realtà che genera il sindacato stesso».
- Come si esce da questa situazione di appesantimento della struttura e
dellazione del sindacato?
«Il sindacato deve tornare a essere un movimento di base, radicato nel
territorio, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, mobilitandosi allinterno per
dimostrare la sua vitalità e necessità. La sua trasformazione in istituzione garantita
dallordinamento politico, che qualcuno auspica, porterebbe alla sua sterilizzazione,
alla sua rinuncia a essere soggetto autonomo, per diventare struttura subordinata del
sistema. E ciò produrrebbe conseguenze analoghe a quelle che si ebbero tra le due guerre
in Europa e poi in tutti quei Paesi nei quali il deficit di democrazia è stato
accompagnato dallistituzionalizzazione del sindacato».
- Il valore della solidarietà, che rimane il collante dellunità
sindacale, introduce la questione dellatteggiamento dei cattolici di fronte ai corpi
intermedi, vera linfa vitale della democrazia. Quale atteggiamento dovrebbe assumere,
secondo lei, la Chiesa di fronte alla messa in discussione dellesistenza e della
necessità dei sindacati?
«La Chiesa ha riconosciuto storicamente il fondamentale ruolo del
sindacato nella società moderna, inserendolo in un disegno di società forte, imperniata
sullesistenza di corpi intermedi, sensibili al valore della solidarietà, che faccia
da contrappeso alla invadenza della politica e dei partiti. Quando parlo di solidarietà,
non intendo dire assistenza, ma azione intelligente di persone che affrontano insieme
problemi comuni nellinteresse generale. Su questo valore il magistero della Chiesa
non può che riconfermare i suoi fondamenti, invitando i lavoratori di ispirazione
cattolica a operare attivamente nei sindacati. È quello che la Chiesa sta facendo con
costanza. Basti pensare allincontro che il 2 dicembre dello scorso anno, in
Vaticano, ha visto protagonisti Giovanni Paolo II e i dirigenti sindacali di diverse aree
del mondo e delle organizzazioni internazionali. In quella circostanza, il Papa ha
autorevolmente rilanciato il valore della solidarietà di fronte alla pericolosa tendenza
alla frammentazione sociale e ha riconosciuto, anche per il futuro, una funzione di primo
piano per i sindacati, unici rappresentanti dei diritti dei lavoratori».
- Questo significa che la dottrina sociale della Chiesa necessiterebbe
di un aggiornamento?
«Laggiornamento cè già stato e riguarda lapproccio
alle tematiche del lavoro, più che i contenuti dellazione sindacale. La novità sta
nel fatto che la Chiesa si sente sollecitata, a fianco dei sindacati, a sviluppare
unintensa e costante opera di formazione degli uomini allimpegno sociale. In
altri termini, quello che si sta manifestando non è soltanto un magistero a disposizione
degli uomini di buona volontà che lo vogliano accogliere e mettere in pratica, ma un
magistero che intende inserirsi in modo attivo nella rivoluzione culturale che il
movimento sindacale deve compiere al suo interno».
- In che modo, secondo lei, potrà avvenire tale inserimento?
«Anzitutto con una convergenza nelle valutazioni circa le
trasformazioni economiche in atto e le loro conseguenze sociali, per sensibilizzare i
fedeli, mettendoli dinanzi alle proprie responsabilità e soprattutto a che non restino
passivi (o peggio conniventi) di fronte al diffondersi di culture e prassi incoerenti con
la fede vissuta. In secondo luogo, la Chiesa dovrà continuare a fornire una base etica
alla nuova solidarietà; in terzo luogo, i cattolici dovranno garantire un apporto di
volontarismo critico, ma costruttivo allazione sindacale nei termini di un impegno
personale e fattivo, come dicevo in precedenza».
- La sinergia tra ambienti cattolici e sindacati continuerà anche negli
anni Duemila?
«Credo di sì. Il movimento sindacale è oggi consapevole che la
Chiesa, il suo magistero e la cultura sociale cattolica sono fattori insostituibili
perché unetica dello sviluppo, dellintrapresa economica e delle istituzioni
mantenga un alto profilo critico, una fecondità nelle coscienze e una capacità di
sensibilizzazione nei confronti di settori importanti della società. A loro volta, la
Chiesa e la cultura sociale cattolica sono sempre più consapevoli degli arricchimenti che
possono venire loro da un mondo del lavoro che non può essere rappresentato da
nessunaltra realtà che non sia il sindacato. Non si tratta per la Chiesa di
"clericalizzare" i sindacati o di sostituirsi alla loro azione e neppure di
ridurre il magistero a ideologia o a terza via. Si tratta, invece, di uno scambio vitale
in cui ciascuno dei due soggetti esercita, in piena autonomia, il proprio compito».
Ruben Razzante
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