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| IL VESCOVO
DEGLI EMIGRATI Proclamato beato Giovanni Battista Scalabrini di Pietro
Borzomati |
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In un momento di grave difficoltà monsignor Scalabrini sollecitava lamico Bonomelli, vescovo di Cremona, a «prendere lultima parola da Gesù Sacramentato, ponendo la vostra dichiarazione innanzi al tabernacolo e decidendovi risolutamente». Definiva «insulsa» la risposta fattagli dal cardinale Jacobini: «È una cosa inqualificabile: ma risponderò come si conviene; con calma se potrò conservarla, ma con penna rovente. Che Dio mi aiuti a non uscire dai gangheri, ma sono indignato davvero». Le espressioni sono forti, ingiustificate se effettivamente i toni e i contenuti dei tenaci avversari, gli "intransigenti", non rasentassero, a volte, limprontitudine volgare e offensiva nellipotizzare, o del tutto annunciare come se fossero vere e non inventate di sana pianta determinate espressioni e giudizi dei protagonisti, "transigenti", come appunto il Bonomelli o lo Scalabrini. Era proprio vero che la Chiesa era minacciata da una «grande sventura» a causa di forti divisioni dovute a egemonie, in particolare del laicato cattolico nei confronti degli stessi vescovi. I due santi presuli di Cremona e di Piacenza, come altri loro confratelli, sacerdoti e laici, rispondevano, pertanto, respingendo ogni insinuazione, con argomenti convincenti sulla valenza, ad esempio, di unidonea soluzione della questione romana; ma, attraverso la preghiera Dio «susciti un altro san Francesco di Sales» , adeguati programmi pastorali e altre iniziative si tentava di porre argine a quella «rivoluzione ecclesiastica» che comprometteva levangelizzazione, anche a causa di protezioni autorevoli a Roma. In queste difficili circostanze la figura del vescovo di Piacenza si staglia in tutta la sua eccezionalità per ricchezza interiore, equilibrio, sensus ecclesiae, lealtà, mirate scelte spirituali e vita di pietà. Nelle lettere a Bonomelli emerge quel suo caratteristico abbandonarsi a Dio, il suo consumarsi per le anime o nel servizio ai poveri, quel che rappresentava per lui la Croce: «Voi mi parlate di croce», scriveva a Bonomelli, «oh! mio Dio, è la nostra porzione e la Chiesa ce la fa portare sul petto, doro, ma che si cambia spesso in ruvido ferro, che strazia lanima. Oh! quante volte io me la stringo al cuore e levando gli occhi al Cielo ripeto con ardente desiderio di essere esaudito: Fac me cruce inebriari. Preghiamo Dio allo scopo di santificarci: diventiamo due santi vescovi; voi lo siete già, io spero divenirlo, se Dio mi ajuterà (sic) e voi ne lo pregherete sempre». Vescovo santo che alle persecuzioni rispondeva con la preghiera, la
contemplazione, evangeliche testimonianze di servizio, appropriate esortazioni
allamico Bonomelli, quando gli scrive, ad esempio, che «gli articoli del Messagere
tartassati dal solito g.(iornale) sono di monsignor Capretti, e sono fior fiore di
dottrina cattolica. Ma dirlo a quella gente! Io non scrivo, né mando altro a Roma: è
inutile, se occorrerà, farò da me. LAl.(bertario) ha raccolto testificazioni
encomianti la sua predicazione e condotta di 65 parroci, 6 vescovi, 3 cardinali! Che ve ne
pare? E manderà il tutto a Roma per lappello! Povero arcivescovo! Navrà la
peggio. Ve lo ripeto: non avrei creduto possibile tante miserie nella Chiesa di Dio e in
questi momenti. E dire che ora, proprio ora un cardinale muore, lasciando un milione di
lire a suoi nipoti! Mi sento ferito nel cuore e comprendo che lira di Dio
durerà lungamente e londa della rivoluzione salirà, salirà ancora. Non si capisce
nulla: si continua nei disordini e si vogliono miracoli da Dio, perché fornisca i mezzi
di continuarli! Delle anime poco si curano, molto, molto daltre cose. Quante volte
mi pento di non aver seguito lantica vocazione delle missioni estere: non vedrei
queste miserie della Chiesa sotto il flagello di Dio! Ma ringrazio Iddio di darmi questi
sentimenti: amo le anime; amo la Chiesa, amo il suo Capo, ma non posso approvare questa
rete di interessi mondani, che tutti ci avvolge!». Locchio del cannone Scalabrini non mancò di esprimere la sua amarezza, osservando: «La morte del cardinale Bilio mi ha recato un dolore inesprimibile: è un segno che Dio vuole castigarci: porta via i migliori sostegni della sua Chiesa e permette che trionfino gli affaristi. Adoriamo i suoi consigli e preghiamo». E in altra circostanza, parlando del cardinale vicario Parocchi, si augurava: «che Dio lassista, sicché possa usare, non abusare della sua posizione», mentre il Bonomelli lo invitava ad aver «coraggio» «Portate anche questa croce per amore di Gesù Cristo, perdonate e pregate per questi infelici. È il nostro conforto massimo. Mirando Gesù Cristo crocifisso simpara assai. Animo!» , Scalabrini, dal canto suo, sollecitava il confratello alla preghiera «per il trionfo della Chiesa e per la conservazione del Santo Padre (...). A Roma ci guardano collocchio del cannone. Sta bene si conosca a prova che po poi questi due liberalacci sono anche i più devoti alla Santa Sede». E Bonomelli ribadiva: «Quando penso alle cose attuali, alla cecità del partito, alla rovina di tante anime e al pericolo dellItalia nostra, mi sento ferire in mezzo al cuore. Si pensa al temporale più che allo spirituale: non si vedono più le cose più chiare e sembrano pazzi. Il Vangelo di Gesù Cristo per molti è come lantico Testamento per gli Ebrei: lo leggono a ritroso, e come quelli si foggiarono un Messia a loro modo, così oggi si foggiano un nuovo Cristo, con idee tutte umane. O Signore! Non trattateci come gli Ebrei!». Nel febbraio del 1889 il vescovo di Cremona, scrivendo a Scalabrini, usò un linguaggio più duro: «Ah! Se il Santo Padre si levasse una bella mattina e a calci cacciasse giù per le scale del Vaticano questa turba schifosa di adulatori, che ruunt in servitutem et omnia serviliter faciunt (è Tacito?), che santa opera farebbe! Vi prego di presentargli i miei ossequi, che sono da figlio, ma non da servo e scrivetemi che aria tira: benché lo si vegga e lo si senta. Credo per altro che il Papa ier laltro sia stato felice di non aver il Poter temporale con quella baraonda. A stento sta in sella il Governo dItalia, che farebbe il Papa? O Signor benedetto! Che vorrebbe fare co i suoi soldati e con quella canaglia sulla breccia?». La fiducia nella Provvidenza era realmente incrollabile nei due vescovi, per cui, ad esempio, Scalabrini invitava lamico ad essere «tranquillo. La fase che comincia è dolorosa sì, ma piena di luce. Lasciamo fare alla Provvidenza. Quanto a me è inutile vi dica che farei per voi quello che non farei per me stesso. Dà noia quel certo turbamento che è naturale in simili circostanze, ma innanzi tutto la giustizia e la verità». Per unaltra occasione il vescovo di Piacenza ribadiva al confratello di Cremona il valore della spiritualità, della pietà soprattutto cristologica, dellannientamento, di un servizio realmente disinteressato se non alla gloria di Dio; «invece di feste e di devozioni», scriveva Scalabrini, «e pellegrinaggi col resto, emendiamoci tutti, in alto e in basso: povertà di spirito e in re, umiltà, amore delle anime, catechismo, disinteresse, e Dio ci aiuterà: ma vivere, come si vive laggiù è voler che Iddio faccia il miracolo di Sennacherib, è un insulto alla Provvidenza. Ho lanima gonfia, irata, fremente e se non schiatto, è molto. Quale pontificato! Pace. Preghiamo e basta». E, nel settembre dello stesso anno, confidava al suo confratello: «Purtroppo Roma non è sempre il paese della coerenza, e così tutto si spiega, mi scriveva a questo proposito un valoroso prelato; questo sistema ha pure i suoi vantaggi, perché certe cose che si sono stabilite ab irato, si modificano quando il tempo è tranquillo e splende il lume della ragione. Dio lo voglia!». Ma poi, in visita pastorale in montagna, il vescovo era lieto di essere «rallegrato dalla fede semplice di questa povera gente» in un periodo in cui «la Chiesa sembra convertita in una vera babele» e «forse sarà il presente uno dei più tristi periodi della sua storia. Laggiù veggono il male, talvolta lo deplorano in segreto, ma in pubblico o nulla, o atti che sembrano incoraggiare i demolitori dellordine gerarchico. È prudenza almeno, umana? È debolezza? È complicità? È paura degli uomini, che si lasciano demolire? Dio solo lo sa: quello che so io si è, che in niuna società ordinata si tollererebbero simili bricconate e simili bricconi». Al Bonomelli, sempre più proteso ad accettare in silenzio le tante accuse irriguardose e false contro la sua persona, Scalabrini, quasi ordina: «Esto robustus et confortare in Domino. Difendete lonor vostro, se non potete difendere quello de vostri. Non siate facile a far promesse laggiù e neppure a lasciarvi imporre condizioni. Pensate che il non difendervi, almeno contro il Papa, più che edificazione può recare scandalo, e se ne piglierebbe poi occasione per dire che voi stesso vi riconoscete reo. Capisco il rispetto, lobbedienza, la pietà, leroismo, capisco tutto; ma un vescovo non è padrone del proprio onore, come può essere un privato». Bonomelli lo avvertiva: «State allerta anche voi, perché siete uno dei liberali. Eppure io e voi liberali non faremmo certe transazioni che si fanno dai non liberali. Che vuol dire essere furbi e sinceri! Intanto i caratteri si abbassano, liniziativa individuale sparisce, il laicato si stacca da noi, il fariseismo signoreggia e alla religione vera, soda, di opere si sostituisce quella di parole». Una risposta di Scalabrini allamico Bonomelli ( «Ma il mondo poco su poco giù è sempre stato così e la vita del vescovo pure. Dunque teniamo serena la mente e tranquillo il cuore. Un po di ascetica poi e di quella fina è la panacea di tutti gli umori neri») poneva fine a una corrispondenza intrisa di valori molto forti, in alcuni casi polemici, comunque rispondenti al vero e protesi a tutelare lonore dei due presuli e a respingere con forza accuse che avrebbero potuto ripercuotersi negativamente nella comunità ecclesiale. Pietro Borzomati Vedi anche Scalabrini la risposta cristiana sul numero 45 di Famiglia Cristiana |
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