Jesus - Home Page
 
IL VESCOVO DEGLI EMIGRATI
Proclamato beato Giovanni Battista Scalabrini

di Pietro Borzomati 
     

Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page

Il 9 novembre Giovanni Paolo II proclamerà beato monsignor Giovanni Scalabrini, vescovo di Piacenza dal 1876 alla morte (1905). Fondatore di due congregazioni religiose (i Missionari e le Missionarie di San Carlo) per l’assistenza agli emigranti, e promotore di organismi, iniziative, progetti pastorali e sociali finalizzati a un’opera di rinnovamento di fondo della cultura dei cattolici italiani, fu convinto sostenitore della "conciliazione" tra Stato e Chiesa.

Diventato parroco di San Bartolomeo, alla periferia di Como, nel 1870, si distinse per l’opera di formazione e per un’azione sociale volta a tutelare i diritti dei lavoratori e, soprattutto, offrì testimonianze di vero servizio al mondo degli emarginati. Nominato vescovo di Piacenza, sensibilizzò i cattolici della sua diocesi e dell’intero Paese a favore di quelle posizioni "transigenti" in favore della soluzione della "questione romana".

Ebbe molti consensi ma anche forti contrasti e la disapprovazione di alcuni prelati della Curia vaticana, sospettosi per i suoi fraterni rapporti con monsignor Geremia Bonomelli vescovo di Cremona – a sua volta sospettato per le aperture in campo sociale e politico – e per gli arditi e nuovi programmi pastorali. Avversò quei dirigenti dell’Opera dei Congressi, gli "intransigenti", favorevoli all’astensionismo alle elezioni politiche, e quegli esponenti del laicato cattolico ( «vescovi in cilindro») che tentavano di minare i poteri episcopali per finalità prevalentemente egemoniche.

Ma Scalabrini va ricordato innanzitutto per la sua vigorosa spiritualità cristologica dell’azione, per la profonda pietà e per l’essere stato di fatto il "vescovo degli emigrati" sparsi nel mondo, per incontrare i quali si recò due volte nelle Americhe. La sua opera per i migranti fu imponente e si svolse attraverso iniziative religiose e sociali di grande efficacia che colmarono il vuoto e la latitanza delle istituzioni pubbliche. I suoi scritti pastorali e sociali sono acuti e originali ed eccezionale il suo servizio di "padre e maestro", come vigorosa è stata la sua denuncia di quanti speculavano su coloro che emigravano in terra lontana, per cui riteneva fosse necessario «muovere una guerra implacabile ai sensali di carne umana».

Dal volume di Pietro Borzomati, Giovanni Battista Scalabrini il vescovo degli emarginati del mondo, prefazione di Giorgio Rumi (Edizioni Rubbettino, Soveria Mannelli Catanzaro, pagg. 320, L. 40.000), pubblichiamo alcune pagine dedicate all’amicizia con Bonomelli e alla polemica sulla "transigenza".

In un momento di grave difficoltà monsignor Scalabrini sollecitava l’amico Bonomelli, vescovo di Cremona, a «prendere l’ultima parola da Gesù Sacramentato, ponendo la vostra dichiarazione innanzi al tabernacolo e decidendovi risolutamente». Definiva «insulsa» la risposta fattagli dal cardinale Jacobini: «È una cosa inqualificabile: ma risponderò come si conviene; con calma se potrò conservarla, ma con penna rovente. Che Dio mi aiuti a non uscire dai gangheri, ma sono indignato davvero».

Le espressioni sono forti, ingiustificate se effettivamente i toni e i contenuti dei tenaci avversari, gli "intransigenti", non rasentassero, a volte, l’improntitudine volgare e offensiva nell’ipotizzare, o del tutto annunciare come se fossero vere e non inventate di sana pianta determinate espressioni e giudizi dei protagonisti, "transigenti", come appunto il Bonomelli o lo Scalabrini.

Era proprio vero che la Chiesa era minacciata da una «grande sventura» a causa di forti divisioni dovute a egemonie, in particolare del laicato cattolico nei confronti degli stessi vescovi. I due santi presuli di Cremona e di Piacenza, come altri loro confratelli, sacerdoti e laici, rispondevano, pertanto, respingendo ogni insinuazione, con argomenti convincenti sulla valenza, ad esempio, di un’idonea soluzione della questione romana; ma, attraverso la preghiera – Dio «susciti un altro san Francesco di Sales» –, adeguati programmi pastorali e altre iniziative si tentava di porre argine a quella «rivoluzione ecclesiastica» che comprometteva l’evangelizzazione, anche a causa di protezioni autorevoli a Roma.

In queste difficili circostanze la figura del vescovo di Piacenza si staglia in tutta la sua eccezionalità per ricchezza interiore, equilibrio, sensus ecclesiae, lealtà, mirate scelte spirituali e vita di pietà. Nelle lettere a Bonomelli emerge quel suo caratteristico abbandonarsi a Dio, il suo consumarsi per le anime o nel servizio ai poveri, quel che rappresentava per lui la Croce: «Voi mi parlate di croce», scriveva a Bonomelli, «oh! mio Dio, è la nostra porzione e la Chiesa ce la fa portare sul petto, d’oro, ma che si cambia spesso in ruvido ferro, che strazia l’anima. Oh! quante volte io me la stringo al cuore e levando gli occhi al Cielo ripeto con ardente desiderio di essere esaudito: Fac me cruce inebriari. Preghiamo Dio allo scopo di santificarci: diventiamo due santi vescovi; voi lo siete già, io spero divenirlo, se Dio mi ajuterà (sic) e voi ne lo pregherete sempre».

Vescovo santo che alle persecuzioni rispondeva con la preghiera, la contemplazione, evangeliche testimonianze di servizio, appropriate esortazioni all’amico Bonomelli, quando gli scrive, ad esempio, che «gli articoli del Messagere tartassati dal solito g.(iornale) sono di monsignor Capretti, e sono fior fiore di dottrina cattolica. Ma dirlo a quella gente! Io non scrivo, né mando altro a Roma: è inutile, se occorrerà, farò da me. L’Al.(bertario) ha raccolto testificazioni encomianti la sua predicazione e condotta di 65 parroci, 6 vescovi, 3 cardinali! Che ve ne pare? E manderà il tutto a Roma per l’appello! Povero arcivescovo! N’avrà la peggio. Ve lo ripeto: non avrei creduto possibile tante miserie nella Chiesa di Dio e in questi momenti. E dire che ora, proprio ora un cardinale muore, lasciando un milione di lire a’ suoi nipoti! Mi sento ferito nel cuore e comprendo che l’ira di Dio durerà lungamente e l’onda della rivoluzione salirà, salirà ancora. Non si capisce nulla: si continua nei disordini e si vogliono miracoli da Dio, perché fornisca i mezzi di continuarli! Delle anime poco si curano, molto, molto d’altre cose. Quante volte mi pento di non aver seguito l’antica vocazione delle missioni estere: non vedrei queste miserie della Chiesa sotto il flagello di Dio! Ma ringrazio Iddio di darmi questi sentimenti: amo le anime; amo la Chiesa, amo il suo Capo, ma non posso approvare questa rete di interessi mondani, che tutti ci avvolge!».
    

L’occhio del cannone

Scalabrini non mancò di esprimere la sua amarezza, osservando: «La morte del cardinale Bilio mi ha recato un dolore inesprimibile: è un segno che Dio vuole castigarci: porta via i migliori sostegni della sua Chiesa e permette che trionfino gli affaristi. Adoriamo i suoi consigli e preghiamo».

E in altra circostanza, parlando del cardinale vicario Parocchi, si augurava: «che Dio l’assista, sicché possa usare, non abusare della sua posizione», mentre il Bonomelli lo invitava ad aver «coraggio» – «Portate anche questa croce per amore di Gesù Cristo, perdonate e pregate per questi infelici. È il nostro conforto massimo. Mirando Gesù Cristo crocifisso s’impara assai. Animo!» –, Scalabrini, dal canto suo, sollecitava il confratello alla preghiera «per il trionfo della Chiesa e per la conservazione del Santo Padre (...). A Roma ci guardano coll’occhio del cannone. Sta bene si conosca a prova che po’ poi questi due liberalacci sono anche i più devoti alla Santa Sede».

E Bonomelli ribadiva: «Quando penso alle cose attuali, alla cecità del partito, alla rovina di tante anime e al pericolo dell’Italia nostra, mi sento ferire in mezzo al cuore. Si pensa al temporale più che allo spirituale: non si vedono più le cose più chiare e sembrano pazzi. Il Vangelo di Gesù Cristo per molti è come l’antico Testamento per gli Ebrei: lo leggono a ritroso, e come quelli si foggiarono un Messia a loro modo, così oggi si foggiano un nuovo Cristo, con idee tutte umane. O Signore! Non trattateci come gli Ebrei!». Nel febbraio del 1889 il vescovo di Cremona, scrivendo a Scalabrini, usò un linguaggio più duro: «Ah! Se il Santo Padre si levasse una bella mattina e a calci cacciasse giù per le scale del Vaticano questa turba schifosa di adulatori, che ruunt in servitutem et omnia serviliter faciunt (è Tacito?), che santa opera farebbe! Vi prego di presentargli i miei ossequi, che sono da figlio, ma non da servo e scrivetemi che aria tira: benché lo si vegga e lo si senta. Credo per altro che il Papa ier l’altro sia stato felice di non aver il Poter temporale con quella baraonda. A stento sta in sella il Governo d’Italia, che farebbe il Papa? O Signor benedetto! Che vorrebbe fare co’ i suoi soldati e con quella canaglia sulla breccia?».

La fiducia nella Provvidenza era realmente incrollabile nei due vescovi, per cui, ad esempio, Scalabrini invitava l’amico ad essere «tranquillo. La fase che comincia è dolorosa sì, ma piena di luce. Lasciamo fare alla Provvidenza. Quanto a me è inutile vi dica che farei per voi quello che non farei per me stesso. Dà noia quel certo turbamento che è naturale in simili circostanze, ma innanzi tutto la giustizia e la verità». Per un’altra occasione il vescovo di Piacenza ribadiva al confratello di Cremona il valore della spiritualità, della pietà soprattutto cristologica, dell’annientamento, di un servizio realmente disinteressato se non alla gloria di Dio; «invece di feste e di devozioni», scriveva Scalabrini, «e pellegrinaggi col resto, emendiamoci tutti, in alto e in basso: povertà di spirito e in re, umiltà, amore delle anime, catechismo, disinteresse, e Dio ci aiuterà: ma vivere, come si vive laggiù è voler che Iddio faccia il miracolo di Sennacherib, è un insulto alla Provvidenza. Ho l’anima gonfia, irata, fremente e se non schiatto, è molto. Quale pontificato! Pace. Preghiamo e basta».

E, nel settembre dello stesso anno, confidava al suo confratello: «Purtroppo Roma non è sempre il paese della coerenza, e così tutto si spiega, mi scriveva a questo proposito un valoroso prelato; questo sistema ha pure i suoi vantaggi, perché certe cose che si sono stabilite ab irato, si modificano quando il tempo è tranquillo e splende il lume della ragione. Dio lo voglia!». Ma poi, in visita pastorale in montagna, il vescovo era lieto di essere «rallegrato dalla fede semplice di questa povera gente» in un periodo in cui «la Chiesa sembra convertita in una vera babele» e «forse sarà il presente uno dei più tristi periodi della sua storia. Laggiù veggono il male, talvolta lo deplorano in segreto, ma in pubblico o nulla, o atti che sembrano incoraggiare i demolitori dell’ordine gerarchico. È prudenza almeno, umana? È debolezza? È complicità? È paura degli uomini, che si lasciano demolire? Dio solo lo sa: quello che so io si è, che in niuna società ordinata si tollererebbero simili bricconate e simili bricconi».

Al Bonomelli, sempre più proteso ad accettare in silenzio le tante accuse irriguardose e false contro la sua persona, Scalabrini, quasi ordina: «Esto robustus et confortare in Domino. Difendete l’onor vostro, se non potete difendere quello de’ vostri. Non siate facile a far promesse laggiù e neppure a lasciarvi imporre condizioni. Pensate che il non difendervi, almeno contro il Papa, più che edificazione può recare scandalo, e se ne piglierebbe poi occasione per dire che voi stesso vi riconoscete reo. Capisco il rispetto, l’obbedienza, la pietà, l’eroismo, capisco tutto; ma un vescovo non è padrone del proprio onore, come può essere un privato». Bonomelli lo avvertiva: «State all’erta anche voi, perché siete uno dei liberali. Eppure io e voi liberali non faremmo certe transazioni che si fanno dai non liberali. Che vuol dire essere furbi e sinceri! Intanto i caratteri si abbassano, l’iniziativa individuale sparisce, il laicato si stacca da noi, il fariseismo signoreggia e alla religione vera, soda, di opere si sostituisce quella di parole».

Una risposta di Scalabrini all’amico Bonomelli ( «Ma il mondo poco su poco giù è sempre stato così e la vita del vescovo pure. Dunque teniamo serena la mente e tranquillo il cuore. Un po’ di ascetica poi e di quella fina è la panacea di tutti gli umori neri») poneva fine a una corrispondenza intrisa di valori molto forti, in alcuni casi polemici, comunque rispondenti al vero e protesi a tutelare l’onore dei due presuli e a respingere con forza accuse che avrebbero potuto ripercuotersi negativamente nella comunità ecclesiale.

Pietro Borzomati

Vedi anche Scalabrini la risposta cristiana sul numero 45 di Famiglia Cristiana

Jesus - Home Page
Periodici San Paolo - Home Page

  Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page