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Giubileo: tempo di perdono per ieri, ma anche per oggi

    

Jesus n. 11 novembre 1997 - Home Page Riflettiamo in silenzio penitente sul passato, nostro e altrui, e alziamo la voce per denunciare gli olocausti di oggi

È tempo di bilanci. Quando la trama della storia si scopre lacerata dalla violenza, dall’odio, dalle sopraffazioni, e il prezzo è stato il dolore umano di persone e talora di popoli, non possiamo sfuggire a questi duri interrogativi: che cosa è stato? Che cosa sarebbe stato meglio che fosse? O che fosse diverso? E quale peso di responsabilità abbiamo noi?

Questo tramonto di millennio è anche tempo di riflessione, tempo di discernimento, tempo di autocritica, tempo biblico di pentimento e perdono in vista della riconciliazione. È il senso vero del Giubileo: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non abita in noi... Se diciamo che non abbiamo peccato, noi rendiamo menzognero il Signore» (1Giovanni 1,8-10). Da questa convinzione scaturiscono le richieste di perdono da parte di uomini di Chiesa, che sulla scia delle parole e dei gesti di Giovanni Paolo II – dallo storico incontro nella Sinagoga di Roma alla recente visita a Parigi a proposito della strage degli Ugonotti – vanno infittendosi negli ultimi tempi. È forte e immediata l’eco del Simposio vaticano sulle responsabilità cristiane per l’antisemitismo. I vescovi francesi hanno riconosciuto la colpa per la collaborazione al regime degli occupanti nazisti, mentre si parla di rivisitazione critica per il silenzio durante il regime franchista da parte degli spagnoli.

Quanto, di recente, ha dichiarato Giovanni Paolo II – «Sono sempre il Papa e la Chiesa che chiedono perdono, mentre gli altri restano in silenzio» – non è, dunque, un passo indietro nella richiesta di perdono. Egli stesso ha scritto della Chiesa che «essa non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze e ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà dell’oggi» (Tertio millennio adveniente, 34). Quella frase, allora, esprime il desiderio che anche altri compiano il necessario "passo avanti" che la Chiesa cattolica sta compiendo.

Il fatto è che la Chiesa chiede perdono per il passato perché è proiettata verso un futuro che non è costruito sul suo fondamento umano e storico, ma su ben altre basi. Non è, dunque, il risultato di un contagio revisionista. Non è una pia scorciatoia alternativa alla riflessione storica. Lo ha ricordato il cardinale Carlo Maria Martini nel numero scorso di Jesus: «L’atto di teshuvà (il ritornare indietro) riguarda noi, oggi. Non intendiamo processare nessuno, sarebbe antistorico, né intendiamo giudicare epoche tanto lontane e mentalità così distanti dalle nostre. Possiamo e dobbiamo invece, come uomini e come cristiani, inginocchiarci dinanzi a Dio e alle vittime di tanto odio».

Gli interlocutori di questa richiesta di perdono sono, perciò, anzitutto il Dio che abbiamo tradito come comunità in cammino lungo la storia, della quale oggi noi siamo parte, e nella quale le responsabilità di ieri e di oggi si intrecciano strettamente come in un organismo vivo che non conosce rotture di identità; e poi le vittime, il cui dolore è materia viva del nostro rimorso per il tradimento del comando proprio di quel Dio che è amore, e il cui messaggio troppe volte è stato dimenticato, quando non stravolto a pretesto per l’odio. Per questo l’autocritica e la richiesta di perdono non sono un fatto rivolto solo al passato. È quanto di recente sottolineava anche Pietro Scoppola, da storico attento: «La questione riguarda l’oggi: la Chiesa deve accettare sempre la libertà di ricerca, perché è più facile criticare gli errori del passato, mentre è più difficile lasciare libertà di ricerca nel momento in cui i problemi si pongono».

In questo senso ci sembra vada interpretato il richiamo del Papa a non dimenticare "gli altri olocausti". La Shoà, di cui si chiede giustamente perdono, non deve diventare un alibi per i silenzi di fronte ai tanti olocausti di oggi, dei TUTsi nel Ruanda, degli innocenti in Algeria, degli Indios in Amazzonia, delle vittime di processi sommari in Cina, dei poveri e affamati in ogni dove... Anche se la comunità cristiana non è tra i responsabili di molte tragedie di oggi, è anzi più spesso tra le vittime, deve tuttavia coglierne l’ammonimento per non ripetere gli errori del passato, fossero anche solo peccati di omissione, o silenzi imbarazzati, complici e pilateschi. Per questo i cristiani hanno il dovere di farsi voce di chi non ha voce, di fare proprie e rilanciare "le urla del silenzio" degli uomini e delle donne, vittime degli inferni dei nostri giorni. Così si prepara il Giubileo, riflettendo in silenzio penitente sul passato, proprio e altrui, o alzando la voce per denunciare gli olocausti di oggi.

Il giudizio che ci attende tutti, infatti, non sarà solo per l’odio che abbiamo seminato, o per la violenza che abbiamo giustificato, ma anche per il silenzio con cui abbiamo talora coperto le voci di chi guardava a noi, come Chiesa, vedendovi l’ultima speranza dei disperati. Non vorremmo che ancora una volta si potessero applicare ai cristiani, a noi uomini e donne di oggi, le dure parole di Dietrich Bonhoeffer in Voci notturne a Tegel: «Abbiamo imparato a mentire per poco / ad adattarci all’aperta ingiustizia / Era fatta violenza all’inerme / e restavano freddi i nostri occhi».
   
       

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