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Fratelli maggiori o figli diseredati?

di Gianni Gennari

   

Jesus n. 10 ottobre 1997 - Home Page L’antigiudaismo si snoda in forme diverse lungo tutto l’arco di tempo compreso tra le origini cristiane e il XIV secolo. Ma fu in concomitanza con le crociate che si ebbe un’esplosione di vasti movimenti popolari antigiudaici.

Ogni volta che ci si occupa dell’ostilità cristiana nei confronti degli ebrei nel periodo che va dalla nascita della Chiesa alla conclusione del Medioevo è opportuno evitare di ricorrere al termine "antisemitismo". Questa parola presuppone, infatti, la presenza di un’ideologia volta non semplicemente a definire gli ebrei come un gruppo contraddistinto da una propria vita religiosa e culturale, bensì a porre in rilievo la presenza di alcuni caratteri immodificabili, indelebilmente legati all’essere ebrei.

L’antisemitismo culmina perciò quando, a partire dal XIX secolo, iniziarono a essere elaborate visioni razzistiche: se esistesse effettivamente una "razza ebraica", visto che si tratterebbe di un dato biologico, l’ebreo, qualunque cosa faccia, non cesserebbe mai di essere tale. L’antigiudaismo cristiano connette, invece, la condizione ebraica a una situazione modificabile; per esso l’ebreo è chi vive all’interno di una comunità contraddistinta da due caratteristiche di fondo: l’essere organizzata in base ai precetti contenuti nella Legge mosaica e l’essere connotata dal rifiuto di riconoscere Gesù come messia. In entrambi i casi, si tratta di condizioni modificabili: è infatti sufficiente che l’ebreo accolga Gesù e rinunci all’osservanza letterale della Legge perché, diventando cristiano, cessi di essere giudeo.

Occorre precisare che, per quanto atteggiamenti ostili siano risultati di gran lunga prevalenti, i cristiani non hanno sempre e comunque dimostrato avversione nei confronti degli ebrei. Questa constatazione non va intesa come improbabile tentativo di porre qualcosa sull’altro piatto di una bilancia troppo squilibrata; al contrario, la presenza di tali atteggiamenti positivi dimostra la non necessità dell’avversità cristiana nei confronti degli ebrei, fatto che, a sua volta, rafforza la responsabilità di chi ha voluto ugualmente assumere posizioni antigiudaiche. Un altro esercizio apologetico da considerare privo di fondamento è quello di appellarsi all’esistenza di un antigiudaismo precristiano. Sicuramente anche in seno al mondo greco-romano, si ebbero prassi ostili nei confronti degli ebrei.

A proposito di questo riferimento, bisogna innanzitutto smascherare il sottinteso secondo cui, se gli ebrei sono stati ovunque perseguitati, vuol dire che qualche colpa, in effetti, ce l’hanno (e ricordare il fatto che gli ebrei non furono sempre e comunque oppressi, agisce positivamente anche rispetto alla confutazione di questo stereotipo). In secondo luogo, occorre porre in luce la diversità dell’antigiudaismo cristiano rispetto a quello pagano. La polemica antiebraica greco-romana nasce dalla percezione di estraneità del giudaismo: le norme sui cibi, il divieto di contrarre matrimoni con non-ebrei, la proibizione delle immagini e la non partecipazione al culto pubblico collocavano gli ebrei in una situazione di ingiustificabile separatezza; si comprende allora perché l’accusa più riassuntiva fosse quella di considerare i giudei nemici del genere umano.

La polemica cristiana, invece, è diretta non a un estraneo bensì nei confronti di chi, nonostante tutto, si presenta come "fratello maggiore". Il problema cristiano riguardo agli ebrei continuò principalmente a essere quello di affermare che, la rivelazione contenuta nelle Scritture d’Israele dava ragione alla Chiesa e non al popolo ebraico.

Il lungo arco di tempo che va dalle origini cristiane al XIV secolo può essere diviso in quattro periodi principali: il primo riguarda gli scritti neotestamentari; il secondo comprende l’epoca che va dal secondo secolo all’Editto di Costantino; il terzo va dalla nascita dell’impero cristiano alle crociate; l’ultimo considera i secoli medievali fino a giungere alla peste nera della metà del Trecento.

Negli scritti del Nuovo Testamento non mancano certo espressioni molto dure nei confronti di componenti ebraiche (cfr. ad esempio la polemica matteana contro i farisei – Matteo 23,1-32 –, la violenta denuncia contro i giudei contenuta nell’intero Vangelo di Giovanni, o alcuni passi paolini, in particolare 1Tessalonicesi 2,14-16). L’impostazione generale di quei testi non è però antigiudaica, mancando il contrasto frontale cristiani-ebrei, che costituisce uno dei presupposti indispensabili di quest’ideologia. Gli scritti neotestamentari, nonostante le loro differenze, sono concordi nel porre il discorso relativo agli ebrei all’interno non di una secca dualità, bensì di una più articolata quadripartizione che conosce l’esistenza di ebrei credenti in Cristo, di ebrei non credenti, di gentili (cioè non ebrei) credenti in Cristo e di gentili non credenti.

Questo orizzonte plurimo non salvaguarda da ogni tensione, anzi esso comporta fortissime polemiche collegate al modo in cui interpretare l’autentica vocazione ebraica.

Inoltre nell’ambito neotestamentario si può già intravedere la tendenza secondo cui i gentili convertiti sono propensi a considerare sé stessi titolari degli antichi e ormai perduti privilegi ebraici; tuttavia a quell’epoca per tutte le Chiese era ancora fondamentale la presenza della componente giudeo-cristiana legata alla comunità madre di Gerusalemme, e un tale fatto, da solo, impediva all’antigiudaismo di diventare una caratteristica globale dell’intera cristianità.

Le cose cominciarono a cambiare quando, a iniziare dal II secolo, la Chiesa, diventata nel frattempo sempre più formata da soli gentili, si proclamò in sé stessa «nuovo e vero Israele»; tale scelta comportò che tutti gli scritti biblici fossero considerati dalla loro origine testi direttamente cristiani, mentre potevano dirsi ebraici solo se impropriamente accolti nel loro significato esclusivamente letterale. In tal modo la contrapposizione tra «carnalità ebraica» e «spiritualità cristiana» divenne globale: gli ebrei sono il popolo carnale in quanto leggono, ma non comprendono le Scritture loro rivelate, le quali, intese secondo lo spirito, divengono invece uno dei fondamenti della verità cristiana. Più ancora che da ogni altra imputazione (la stessa accusa di «deicidio» si sarebbe affermata solo in seguito), l’antigiudaismo trasse alimento dal giudicare gli ebrei in blocco popolo carnale e da ciò derivò l’inevitabile corollario di considerare il «fratello maggiore» espropriato di quell’eredità ormai definitivamente passata al «fratello minore».

La prima preoccupazione cristiana non fu di discriminare gli ebrei in «carne e ossa» (i cristiani prima di Costantino non avevano alcuna autorità, anzi essi stessi formavano una minoranza spesso perseguitata), ma di creare un’immagine di ebreo funzionale a una Chiesa che si pensava ormai come «nuovo Israele». Le cose mutano progressivamente a partire dall’Editto di Costantino.

Da allora infatti alcuni dei principi elaborati in sede teorica sarebbero stati, a poco a poco, trasferiti nella pratica. All’epoca di Teodosio, quando il cristianesimo divenne religione di Stato, la situazione per gli ebrei si fece ancora più pesante. Né ci si limitò a misure legislative; nel 415, ad esempio, gli ebrei vennero cacciati da Alessandria da una folla aizzata contro di loro dal patriarca Cirillo. Tutta la precedente legislazione antiebraica venne poi integralmente inserita nell’autorevolissimo Corpus iuris civilis di Giustiniano.

Tuttavia fu solo in concomitanza con le crociate che si ebbe, a partire dal basso, l’esplosione di vasti moti antigiudaici. Sospinta dalla convinzione di dover combattere gli infedeli vicini prima di lottare contro quelli lontani, la cosiddetta crociata popolare, che seguì immediatamente l’editto di Urbano II del 1095, fu contraddistinta da moti antigiudaici di inaudita violenza, vanamente contrastati dalle stesse autorità ecclesiastiche: in tale occasione i morti furono almeno diecimila.

Nel corso del XII secolo si sviluppò un altro tenace stereotipo antigiudaico: l’accusa di omicidio rituale, espressione con cui ci si riferisce alla presunta uccisione, attuata per scopi religiosi, di un cristiano per mano ebraica. Questa calunniosa insinuazione fu in seguito accompagnata dall’accusa mossa agli ebrei di profanazione dell’ostia. Il significato simbolico di entrambe le imputazioni è chiaro: reiterare nel tempo l’antica colpa ebraica di aver versato il sangue di Cristo.

Al periodo medievale risale anche la questione dell’usura: essendo vietato ai cristiani il prestito a interesse, esso fu ufficialmente affidato agli ebrei i quali, da un lato, non erano vincolati al Diritto canonico, mentre, dall’altro, secondo la legislazione biblica, potevano esigere l’interesse da parte dei non ebrei (cfr. Deuteronomio 23,20). Tale situazione favorì la nascita di ulteriori atteggiamenti antigiudaici, sostenuti anche dall’associazione psicologica tra l’usura giudaica e Giuda e i suoi trenta denari.

La catastrofe demografica provocata dalla peste nera a metà del XIV secolo fu accompagnata da gravi violenze antiebraiche. Caratteristica di quegli anni fu l’accusa mossa agli ebrei di avvelenare pozzi e sorgenti. Per quanto nel 1348 Clemente VI la destituisse di fondamento (così come nel 1247 Innocenzo IV aveva fatto per l’accusa di omicidio rituale), la falsa convinzione dell’esistenza di una congiura ebraica nei confronti della cristianità continuò ad avere ampia diffusione.

L’antigiudaismo, avviatosi con l’elaborazione di un’immagine dell’ebraismo funzionale a sancire la presunta superiorità spirituale cristiana e passato, a poco a poco, nella legislazione, rompe così gli argini, dando luogo, nel Medioevo, a scoppi di violenza incontrollabili persino dalla gerarchia ecclesiastica. Questi eccessi, tuttavia, non furono sufficienti a persuadere la Chiesa della necessità di modificare la visione complessiva secondo cui gli ebrei erano considerati popolo colpevolmente carnale.

Piero Stefani

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