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In vista
del Giubileo, un simposio vaticano affronterà il tema delle responsabilità dei cristiani
nellavere alimentato un antigiudaismo di matrice religiosa che ha generato i mostri
del moderno antisemitismo. È difficile parlare oggi di antisemitismo: è difficile perché tutto è stato
già detto, ma anche perché tutto non è bastato. Nella parabola del ricco epulone, il
ricco, dallinferno, chiede ad Abramo di mandare il povero Lazzaro, dal paradiso, ad
ammonire i suoi cinque fratelli perché si convertano ed evitino la dannazione. Ma Abramo
risponde: «Hanno Mosè e i Profeti, ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se
qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè
e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi» (Luca 16,2931).
Penso sempre a queste parole di Abramo quando leggo le frequenti
enunciazioni revisionistiche o più o meno sottilmente antiebraiche: enunciazioni ricche
di varianti sempre nuove. Cè chi contesta il numero degli ebrei uccisi nella Shoà
e sostiene che sono stati solo un milione, o quattrocentomila. Cè chi dice che sono
morti di malattia o che non sono morti affatto. Cè chi dice che è stata colpa
loro, e che Hitler era ebreo. Cè chi dice che dovrebbero morire anche coloro che
non sono morti. Cè chi dice che gli israeliani replicano la Shoà nei
confronti dei palestinesi. Si tratta evidentemente di posizioni culturalmente diverse, che
risalgono ora a tifoserie bestiali, ora ad ambienti politicamente estremi, ora a storici o
teologi che leggono e scrivono libri.
Dietro a tutti costoro, si potrebbe ricostruire una
genealogia di odio di quasi duemila anni (si leggano i due contributi di Piero Stefani in
questo dossier). Una genealogia che, giungendo fino a noi, ha "saltato"
Auschwitz e tutte le testimonianze e i testimoni diretti per poco ancora viventi
della Shoà.
Ecco perché ricordavo la risposta di Abramo: né i vivi né i morti
riescono a convertire, ad aprire gli occhi a chi non vuole convertirsi e non vuole vedere.
Proprio nel vedere, anzi nel guardare, sta invece il dovere dei cristiani, ossia di coloro
che, a partire dal Nuovo Testamento (si ricordi, come lo ricorda il cardinale Martini nel
suo contributo, Paolo in 1Tessalonicesi 2,15-16) e almeno fino allAssemblea di
Amsterdam (nel 1948) del Consiglio Ecumenico delle Chiese, gli evangelici, fino al
Vaticano II, i cattolici, hanno insegnato, imparato, praticato lerrore e il peccato
nei confronti di Israele. Persuasi che la Chiesa non possa reggersi e durare se non contro
la propria matrice. Del resto, contro quante altre realtà, nella storia, la Chiesa si è
levata, prima di papa Giovanni e di Bonhoeffer, proprio per incertezza su di sé (pensiamo
al Sillabo di Pio IX). Ma ora i cristiani, sebbene non ancora tutti, scoprono che
questa incertezza su di sé ha una sola guarigione. È ciò che Paolo esprime con le
parole: «È la radice che porta te» (Romani 11,18).
Come affermò il cardinale Martini, «la Chiesa, ciascuno di noi, le
nostre comunità non possono capirsi e definirsi se non in relazione alle radici sante
della nostra fede e quindi al significato del popolo ebraico nella storia, alla sua
missione e alla sua chiamata permanente» (Popolo in cammino, Milano 1983, pag.
79). Ecco perché l'esistenza del popolo ebraico (il quale, ricordiamolo, è
tuttora il popolo di Dio) è una necessità per la Chiesa, ed ecco perché il 614°
precetto enunciato da Fackenheim ("sopravvivere") è, come ogni altro aspetto di
Israele, al servizio delle genti. Ma dobbiamo aggiungere una cosa: il servizio
ministeriale di Israele che è poi il senso della sua permanente elezione è
la pietra di paragone per i cristiani: chi lo nega o lo ignora scalza le basi del
cristianesimo.
Oggi lantisemitismo, nelle sue varie forme non
tutte religiose, è una realtà sotterranea che improvvisamente riemerge: profanazioni di
cimiteri, scritte murali, minacce, insinuazioni, rigurgiti teologici. Ma il pericolo
maggiore, per i cristiani, è in quelli che potremmo chiamare i portatori sani: coloro che
ripetono passivamente nelle omelie, nei lezionari, nei commenti biblici, nelle catechesi,
nei giornaletti innumerevoli, nel folclore locale, gli stereotipi antigiudaici della
tradizione (stereotipi fra i quali frequentissimo è il parlare degli ebrei, anzi dei
"giudei", al passato); e coloro che, più silenziosamente, non assumono nella
loro coscienza la necessità di confrontarsi con Israele, ma lo considerano, per
dirla in termini scolastici, una materia complementare nellorizzonte cristiano. In
questi due atteggiamenti diffusissimi a ogni livello ecclesiale si
impantanano e affondano gli insegnamenti di Nostra aetate n. 4, di Orientamenti
e suggerimenti e di Sussidi, e ammutoliscono le parole dei tanti discorsi
papali (discorsi che forse rappresentano leredità più durevole e incontestabile di
Giovanni Paolo II).
Se lantiebraismo di stampo razzistico e laico deve essere
combattuto dalla società civile con gli strumenti della scuola e della legge, quello
religioso richiede un impegno più profondo, perché si tratta di un virus che
aggredisce il corpo ecclesiale dallinterno, non dallesterno: ossia che, nel
colpire Israele, contamina la Chiesa stessa. Ora è noto che la coscienza del morbo è
condizione essenziale per cercare la guarigione. Questa coscienza è la teshuvà.
Secondo il Midrash, la teshuvà è una delle sei realtà create da Dio prima
della creazione del mondo ( Bereshit Rabbà, I, 4). Noi vorremmo ricordare ai
cristiani che sarà anche lultima a cessare, per far posto a chaj-jè olam
ha-ba, la vita del mondo che verrà.
Paolo De Benedetti
Segue:
Fratelli maggiori o figli diseredati?
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