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Il dovere di riflettere

di Bruno Secondin

   

Jesus n. 10 ottobre 1997 - Home Page In vista del Giubileo, un simposio vaticano affronterà il tema delle responsabilità dei cristiani nell’avere alimentato un antigiudaismo di matrice religiosa che ha generato i mostri del moderno antisemitismo.

È difficile parlare oggi di antisemitismo: è difficile perché tutto è stato già detto, ma anche perché tutto non è bastato. Nella parabola del ricco epulone, il ricco, dall’inferno, chiede ad Abramo di mandare il povero Lazzaro, dal paradiso, ad ammonire i suoi cinque fratelli perché si convertano ed evitino la dannazione. Ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i Profeti, ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi» (Luca 16,2931).

Penso sempre a queste parole di Abramo quando leggo le frequenti enunciazioni revisionistiche o più o meno sottilmente antiebraiche: enunciazioni ricche di varianti sempre nuove. C’è chi contesta il numero degli ebrei uccisi nella Shoà e sostiene che sono stati solo un milione, o quattrocentomila. C’è chi dice che sono morti di malattia o che non sono morti affatto. C’è chi dice che è stata colpa loro, e che Hitler era ebreo. C’è chi dice che dovrebbero morire anche coloro che non sono morti. C’è chi dice che gli israeliani replicano la Shoà nei confronti dei palestinesi. Si tratta evidentemente di posizioni culturalmente diverse, che risalgono ora a tifoserie bestiali, ora ad ambienti politicamente estremi, ora a storici o teologi che leggono e scrivono libri.

Dietro a tutti costoro, si potrebbe ricostruire una genealogia di odio di quasi duemila anni (si leggano i due contributi di Piero Stefani in questo dossier). Una genealogia che, giungendo fino a noi, ha "saltato" Auschwitz e tutte le testimonianze e i testimoni diretti – per poco ancora viventi – della Shoà.

Ecco perché ricordavo la risposta di Abramo: né i vivi né i morti riescono a convertire, ad aprire gli occhi a chi non vuole convertirsi e non vuole vedere. Proprio nel vedere, anzi nel guardare, sta invece il dovere dei cristiani, ossia di coloro che, a partire dal Nuovo Testamento (si ricordi, come lo ricorda il cardinale Martini nel suo contributo, Paolo in 1Tessalonicesi 2,15-16) e almeno fino all’Assemblea di Amsterdam (nel 1948) del Consiglio Ecumenico delle Chiese, gli evangelici, fino al Vaticano II, i cattolici, hanno insegnato, imparato, praticato l’errore e il peccato nei confronti di Israele. Persuasi che la Chiesa non possa reggersi e durare se non contro la propria matrice. Del resto, contro quante altre realtà, nella storia, la Chiesa si è levata, prima di papa Giovanni e di Bonhoeffer, proprio per incertezza su di sé (pensiamo al Sillabo di Pio IX). Ma ora i cristiani, sebbene non ancora tutti, scoprono che questa incertezza su di sé ha una sola guarigione. È ciò che Paolo esprime con le parole: «È la radice che porta te» (Romani 11,18).

Come affermò il cardinale Martini, «la Chiesa, ciascuno di noi, le nostre comunità non possono capirsi e definirsi se non in relazione alle radici sante della nostra fede e quindi al significato del popolo ebraico nella storia, alla sua missione e alla sua chiamata permanente» (Popolo in cammino, Milano 1983, pag. 79). Ecco perché l'esistenza del popolo ebraico (il quale, ricordiamolo, è tuttora il popolo di Dio) è una necessità per la Chiesa, ed ecco perché il 614° precetto enunciato da Fackenheim ("sopravvivere") è, come ogni altro aspetto di Israele, al servizio delle genti. Ma dobbiamo aggiungere una cosa: il servizio ministeriale di Israele – che è poi il senso della sua permanente elezione – è la pietra di paragone per i cristiani: chi lo nega o lo ignora scalza le basi del cristianesimo.

Oggi l’antisemitismo, nelle sue varie forme non tutte religiose, è una realtà sotterranea che improvvisamente riemerge: profanazioni di cimiteri, scritte murali, minacce, insinuazioni, rigurgiti teologici. Ma il pericolo maggiore, per i cristiani, è in quelli che potremmo chiamare i portatori sani: coloro che ripetono passivamente nelle omelie, nei lezionari, nei commenti biblici, nelle catechesi, nei giornaletti innumerevoli, nel folclore locale, gli stereotipi antigiudaici della tradizione (stereotipi fra i quali frequentissimo è il parlare degli ebrei, anzi dei "giudei", al passato); e coloro che, più silenziosamente, non assumono nella loro coscienza la necessità di confrontarsi con Israele, ma lo considerano, per dirla in termini scolastici, una materia complementare nell’orizzonte cristiano. In questi due atteggiamenti – diffusissimi a ogni livello ecclesiale – si impantanano e affondano gli insegnamenti di Nostra aetate n. 4, di Orientamenti e suggerimenti e di Sussidi, e ammutoliscono le parole dei tanti discorsi papali (discorsi che forse rappresentano l’eredità più durevole e incontestabile di Giovanni Paolo II).

Se l’antiebraismo di stampo razzistico e laico deve essere combattuto dalla società civile con gli strumenti della scuola e della legge, quello religioso richiede un impegno più profondo, perché si tratta di un virus che aggredisce il corpo ecclesiale dall’interno, non dall’esterno: ossia che, nel colpire Israele, contamina la Chiesa stessa. Ora è noto che la coscienza del morbo è condizione essenziale per cercare la guarigione. Questa coscienza è la teshuvà. Secondo il Midrash, la teshuvà è una delle sei realtà create da Dio prima della creazione del mondo ( Bereshit Rabbà, I, 4). Noi vorremmo ricordare ai cristiani che sarà anche l’ultima a cessare, per far posto a chaj-jè ‘olam ha-ba’, la vita del mondo che verrà.

Paolo De Benedetti

Segue: Fratelli maggiori o figli diseredati?

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