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RISCATTATI DALL’ASSURDO

di Saverio Gaeta

   

Jesus n. 9 settembre 1997 - Home Page IL CARDINALE GIACOMO BIFFI - Senza Gesù Cristo, il mondo è una sorta di pièce teatrale di Ionesco o di Beckett. È il pensiero, come di consueto spigoloso e sagace, dell’arcivescovo di Bologna e "nume tutelare" del 23° Congresso eucaristico nazionale.

«Io sono pressoché l’unico a dire queste cose». Parlando con il cardinale Giacomo Biffi, 69 anni, arcivescovo di Bologna dal 1984 e in precedenza parroco docente di teologia, capita talvolta di sentirlo prorompere in questa affermazione («per fortuna», commentano alcuni; «purtroppo», ribattono altri). Ma il suo non è l’orgoglio di chi si sente gloriosamente isolato, o la nonchalance di chi mostra scarsa passione. È piuttosto la consapevolezza della difficoltà in cui si dibatte il cristianesimo d’oggi, nel desiderio di trovare una mediazione fra l’annuncio forte al mondo e il dialogo a tutto campo con l’umanità.

Nessuno può comunque sottrarsi al confronto con una delle più convinte e argute personalità della Chiesa d’oggi, capace di sviscerare il senso religioso del Pinocchio di Collodi, o di scrivere saggi di "teologia inattuale" ispirati alla saga della Bella, la Bestia e il Cavaliere. Una cultura realmente enciclopedica, la sua: si narra che derivi dal fatto che il padre faceva il rilegatore, il giovanissimo Giacomo approfittava di ogni libro che circolava in bottega per divorarlo in poche ore. La sua attuale immagine metafisica, simpaticamente scaturita da riflessioni di antica data, non solo afferma l’esistenza dell’Aldilà, ma sostiene che vi si mangeranno tortellini più buoni di quelli emiliani.

A pochi giorni dal 23° Congresso eucaristico nazionale – che avrà luogo dal 20 al 28 settembre nel capoluogo emiliano – lo abbiamo incontrato per dialogare sulle tematiche della settimana congressuale. Ma la riflessione si è spontaneamente ampliata, toccando i vari aspetti della persona di Gesù Cristo e della testimonianza dei cristiani nella Chiesa e nel mondo d’oggi.

  • Parlando di Cristo, lei ha recentemente detto: «Io ho puntato su di Lui la mia vita, l’unica vita che ho». Una testimonianza che in molti ha avuto l’effetto di un sasso lanciato nello stagno. Resta comunque il fatto che questa è la "sua" esperienza. Perché ritiene che chiunque possa esserne coinvolto in simile modo e con identica pregnanza? Qual è l’identikit che lei traccia di questo uomo che ha osato proporsi come Figlio di Dio e Salvatore dell’umanità?

«Intanto è un po’ curioso che mie parole abbiano colpito, perché me sembra di aver affermato cose ovvie. Per accorgersi che ho puntato la vita su Cristo, basta guardare l’abito che indosso. Non era mia intenzione proporre un’esperienza paradigmatica: in quell’intervento, cercavo soltanto di chiarire quale fosse il mio rapporto con Cristo. Se anche altri possano trovare condivisibile questa esperienza, non lo so. Comunque me lo auguro, perché sono persuaso che non si possa essere compiutamente uomini senza mettersi, pur inconsapevolmente, in comunicazione con Cristo. Allo stesso modo, non ritengo che l’identikit di Gesù Cristo si possa desumere dalla personale esperienza – in tal caso, davvero sarebbe difficilmente presentabile e comunicabile a tutti – bensì da quello che ci dicono le fonti evangeliche.

«L’identikit che emerge dalla Scrittura è questo: Gesù Cristo è veramente e concretamente uomo, ma dotato dell’eccezionale caratteristica di essere tuttora vivo. Uno che è deceduto duemila anni fa sulla croce, e che è ancora oggi vivo, è decisamente originale e unico. Perciò è Signore, in quanto ha vinto la morte, che è invece la "signora" di tutti gli altri viventi. In più, è un uomo che si è presentato come Dio: un’affermazione provocatoria, perché impedisce di affrontarlo con neutralità o benevolenza.

«Uno che si presenta chiaramente come Dio, non lascia che due alternative: o merita tutto il nostro disprezzo, oppure occorre che ci inginocchiamo e l’adoriamo. Il punto è che Gesù Cristo provoca una chiara presa di posizione: o gli si riconosce la natura divina, oppure lo si bolla come matto.

«La vita che abbiamo a disposizione è una sola, e questo rende drammatica la nostra opzione. È come uno che ha una moneta sola ed è incerto. A me capitava quand’ero bambino. La domenica mio padre mi dava 20 centesimi di mancia e io potevo fare cose bellissime, come comprare quattro caramelle da 5, o due liquirizie da 10: ma qualche volta tornavo a casa con tutti i 20 centesimi, perché quando decidevo per le caramelle mi veniva in mente come era buona la liquirizia, e viceversa.

«La necessità di fare una scelta è un aspetto che oggi mi sembra scarsamente avvertito, perché l’uomo vuole essere sempre disponibile a tutte le esperienze: se fa una cosa, vuol fare anche l’altra; se decide di affrontare un’esperienza mistica, vuol vivere anche un’esperienza sessuale. Il più acuto dramma del nostro tempo è proprio l’orrore di vincolarsi, che coinvolge anche la questione della vocazione: e intendo la vocazione di uomo, ancor prima che di cristiano».

  • Lei ha inoltre affermato che «molti nostri fratelli sono vittime dell’indifferentismo – quando addirittura non si fanno buddhisti, musulmani, adepti alle sètte – perché non sanno chi sia Cristo in sé stesso e che cosa propriamente sia il cristianesimo». Ma una spiegazione a livello teologico probabilmente non serve. Vuole invece raccontarci a livello esistenziale quale risposta possano rappresentare la persona di Gesù Cristo e il suo annuncio per le domande dell’umanità?

«Per poter entrare in questo ordine di idee, c’è una sola categoria che vale per Cristo: quella della salvezza. Gesù Cristo si presenta come Salvatore e questo lo rende indispensabile all’uomo. È esperienza comune – non soltanto oggi, ma da sempre – che noi uomini siamo miserabili, per molte ragioni. Prima di tutto perché non possediamo il senso dell’esistenza: quando Wittgenstein dice che "il significato dell’universo non sta nell’universo", riesce a esprimere con poche parole una verità grandissima, affermando che o questo universo è assurdo, oppure il suo significato è su un altro piano. Ma tutto ciò vale anche per il singolo, anche per la mia esistenza: e dunque prorompe l’appello a qualcuno che mi possa salvare da questa assurdità.

«La seconda miseria è la sconfitta morale. A questo proposito mi piace citare l’Amleto, dove vien detto: "Noi siamo indegni farabutti tutti quanti". È una frase che coglie bene la tragedia dell’uomo che non è mai all’altezza di ciò che sente di dover essere, e che quindi ha bisogno di superare la propria miseria morale. Infine, la miseria più incontestabile è la morte, intesa non semplicemente come fine dell’esistenza, ma come annientamento di tutto quel che si è fatto. Questo per me è un assurdo: perché mai dovremmo venire al mondo, perché mai dovremmo uscire dal nulla, soltanto per poi ritornare nel nulla?

«Di fronte a questa miseria umana, io non trovo da nessuna parte uno che dia risposta e salvezza, se non Cristo, il quale ci salva perché propone un senso e un traguardo alla nostra esistenza, perché ci offre il perdono dei peccati. Non è infatti vero, come si dice oggi, che non c’è più il "senso del peccato": basta vedere le denunce di tutti i tipi che vengono fatte sui giornali e alla televisione. Casomai, non c’è più il senso del peccato proprio, ma soltanto di quello altrui».

  • Il Congresso bolognese intende essere memoria e segno dell’Eucaristia, ossia del corpo e del sangue di Gesù Cristo che accompagnano da duemila anni la storia della Chiesa e del mondo. Ma, a giudizio di alcuni, quel pane che viene consumato nelle mense domenicali del popolo di Dio sembra avere un sapore un po’ stantio. Lei ritiene che la presenza viva di Cristo sia tuttora percepita nella sua integralità? Quale "iniezione di richiamo" bisogna effettuare a riguardo del "vaccino sacramentale" eucaristico, affinché continui a preservare dalle malattie dell’anima?

«L’immagine del pane stantio è molto bella ed efficace, ma non ha nessun contenuto. Perché i casi sono due: o uno crede che questo pane è il corpo di Cristo, e allora non vedo come possa pensare che sia stantio, qualunque sia la presentazione; oppure uno non ci crede, e allora possiamo usare tutti i riti adeguati, i canti avvincenti, i linguaggi moderni, ma resta un pezzo di pane mal cotto. Insomma, se non si ha fede, si mangia sempre male in questo banchetto.

«Secondo me, bisogna tornare all’essenziale, anche in quel modo provocatorio che è stato un po’ lo stile di Gesù Cristo: "Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue...". L’Eucaristia dobbiamo proporla nella sua verità complessiva, senza sconti. Per fortuna c’è poi anche il maestro interiore che è lo Spirito Santo, il quale riesce perfino a parlare con l’uomo d’oggi, nonostante tutte le "sovrastrutture" che questi si ritrova.

«Cristo infatti non è stato lì a ragionare sulla mentalità dei farisei, su come fare mediazione culturale... No, lui ha preferito l’apostolato del "pugno nell’occhio", l’annuncio di una "roba da matti", e poi alla fine ha detto: "Volete andarvene anche voi?". Quest’ultima è una delle domande oggi censurate, che non sentiamo mai citare, perché Gesù Cristo dev’essere uno che va d’accordo con tutti. Ma non è questo il Cristo del Vangelo».

  • Non pensa che c’è qualche modo per riproporre nuovamente la verità di sempre?

«La mia difficoltà è che, alla radice, non vedo proposta la verità, ma piuttosto il dialogo. Abbiamo trasportato in sede ecclesiale e religiosa il principio di McLuhan secondo cui il messaggio è la comunicazione, e così diciamo: "La rivelazione è il dialogo". Ma il dialogo è solo il modo per dire l’essenziale: ci sarà pure un problema di adattamento del linguaggio, ma non è questa la sostanza delle cose. La mia paura è che si tratti di un alibi per rinunciare all’evangelizzazione pura e semplice, cioè nella sua verità».

  • Ma, se uno si crea un alibi, è perché vuole nascondere un crimine. Qual è questo crimine?

«Il dribblare la Parola di Dio con il dialogo, in modo tale che possiamo restare tranquilli nel nostro mondo, senza che questa irruzione della divinità ci abbia a sconquassare. Ci difendiamo da Dio, cercando di avvolgerlo in discorsi che siano umanamente accettabili. Ma, in questo modo, Dio non interviene più e noi restiamo soli con la nostra miseria».

  • Cuore del messaggio congressuale è l’affermazione che «Gesù Cristo è l’unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre». In che modo si intrecciano e si completano a vicenda, in questa triade, gli elementi della memoria del passato, dell’attuale presenza e della profezia dell’eternità? C’è consapevolezza e spazio nella Chiesa d’oggi affinché tutti e tre siano valorizzati?

«Il messaggio del Congresso è l’affermazione della necessaria salvezza che viene da Cristo per tutti gli uomini: egli salva la storia perché la riscatta dalla sua assurdità. È stato Shakespeare a dire che la storia umana sembra "una favola raccontata da un idiota". È vero, tutte le volte che si è pensato di fare una filosofia della storia – sia da parte dell’idealismo, sia da parte del marxismo – lo scarto è stato evidente: non c’è alcuna razionalità percepibile nella storia.

«Il fatto che Gesù Cristo si ponga al centro della storia e riempia tutto il passato, con la sua azione di salvezza, e tutto il futuro, perché è il nostro traguardo, riscatta veramente la storia e le dà un senso. Ma questo avviene perché egli riempie il nostro presente. Trovo molto riduttivo lo sbandieramento che si fa oggi a proposito del cristiano che deve vivere "fra memoria e profezia": in questo modo poteva vivere nella sinagoga, e anche il pensiero della Riforma è un po’ su tale linea. La novità proposta dal cattolicesimo è invece che l’incarnazione del Figlio di Dio ha posto già in atto il regno di Dio.

«Questo è il senso profondo dell’Eucaristia: la presenza di Gesù Cristo, di chi ha operato la salvezza ed è il pegno della gloria futura».

  • Nel documento dottrinale del Congresso si sottolinea che «la celebrazione eucaristica offre alla Chiesa ogni motivo della sua speranza». Ma in che cosa consiste oggi questa speranza della Chiesa? E su quali certezze si fonda?

«La speranza della Chiesa è una sola: Gesù Cristo. Se ci fermassimo all’aspetto umano, guardando alla situazione che creiamo noi con i nostri errori e con le nostre alzate d’ingegno, dovremmo preoccuparci sul serio. Ma noi sappiamo che Gesù Cristo c’è, e allora – qualunque sia la situazione ecclesiale – la Chiesa non potrà mai scoraggiarsi.

«Talvolta mi vien chiesto se i cristiani debbano essere ottimisti o pessimisti. Né uno né l’altro, perché il cristiano non deve interpretare la realtà con il proprio giudizio, che è variabile: vince al totocalcio e la vita gli pare bella; gli viene il mal di denti e tutto il creato diventa un’assurdità.

«La speranza cristiana consiste invece nel sapere per certo che abbiamo Dio con noi e siamo il suo popolo. È, questo, l’atteggiamento di sintesi che contiene il pessimismo a riguardo di ciò che siamo capaci di fare noi e l’ottimismo per quello che è capace di fare il Signore. Possiamo star tranquilli: qualsiasi cosa capiti, dobbiamo continuare ad agire con molto impegno e con altrettanta serenità. Un sentimento che di per sé si irradia intorno. C’è un episodio emblematico negli Atti, quando san Paolo è su una nave che sta naufragando e c’è tanta confusione: egli celebra l’Eucaristia per i cristiani, ma il testo dice che tutti furono consolati e ripresero a mangiare. È questo il riverbero, anche al di fuori del confine ecclesiale, del sacramento dell’Eucaristia».

  • Gli uomini sono spesso tentati dallo scandalizzarsi per ciò che viene chiamato il "silenzio di Dio". E lo stesso mistero eucaristico è un evento trasformante che si svolge nel nascondimento. Come il Creatore ci parla tuttora mediante la presenza di suo Figlio nell’Eucaristia?

«Il problema è serio, tanto che qualcuno afferma non soltanto che Dio è silenzioso, ma perfino che è latitante: cioè che, dopo aver compiuto il misfatto della creazione, sia scappato, lasciandoci soli con i nostri guai. Per rispondere a questa sollecitazione, faccio una considerazione previa in apparenza paradossale: per affrontare il problema del male, è meglio essere atei che non teisti. Se infatti si parte dall’idea dell’esistenza di Dio, la prima cosa che viene in mente è di metterlo sotto accusa: "perché i bambini soffrono? perché c’è l’ingiustizia? perché permetti cataclismi e guerre?". Per chi parte da una concezione atea, l’ipotesi di Dio si rivela invece l’unica soluzione possibile affinché non sia tutto assurdo. A chi dice che dopo Auschwitz non è più possibile credere in Dio, io rispondo che proprio dopo Auschwitz non è più possibile "non" credere in Dio. Se Dio non c’è, una tragedia come quella è pura assurdità, nel senso che è un conto che non si pareggerà più: l’unica prospettiva che abbiamo per ricondurre tutto nelle nostre dimensioni è che invece esista un Dio capace di pareggiare i conti su un altro ordine.

«Perché questo pare che sia il progetto di Dio: non l’eliminazione del dolore, ma l’inquadramento del dolore dentro un progetto più alto. Forse, se il Signore avesse chiesto a noi, gli avremmo dato un altro parere: ma mica è toccato a noi fare il mondo! L’Eucaristia è al cuore di tutto questo ragionamento, perché, quanto più io la frequento, cioè mi assimilo alla sua logica, tanto più mi assimilo alla logica del disegno di Dio incentrato sul sacrificio di Cristo. Certo, di fronte a un ateo non ha alcun senso dirgli di andare a Messa: gli posso però suggerire di provare a riflettere sul fatto che il suo ateismo lo porta o al suicidio o a Dio. Non c’è alternativa».

  • Un angoscioso interrogativo venne pronunciato 2000 anni fa da Gesù: «Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?». Qual è la sua risposta, a giudicare dai segnali che percepisce nella Chiesa e nel mondo d’oggi?

«Intanto, il fatto che Cristo non abbia dato una propria risposta è molto inquietante, perché vuol dire che tutte le ipotesi sono possibili. In concreto, questo credo voglia dire che in parte dipende anche da noi se ci sarà o no la sopravvivenza della fede. Con tutti gli errori, i peccati e le critiche che possiamo fare a coloro che ci hanno preceduto nella vicenda ecclesiale, dobbiamo dar loro atto che sono riusciti a far arrivare la fede fino a oggi. Noi non sappiamo se con i metodi attuali riusciremo a tramandare la fede ai prossimi secoli. Ed è questo, per me, il senso intrigante di quella domanda di Cristo, che ci interpella fortemente».

Saverio Gaeta
   

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