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Don Raffaele Bensi

Padre e maestro

di Maurizio De Paoli
      

   Jesus n. 3 marzo 1998 - Home Page «È stato come un vescovo nella nostra città. Un punto luminoso di riferimento». Per il cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo di Firenze, non c’è dubbio: senza don Raffaele Bensi, padre spirituale, educatore e maestro che ha solcato da protagonista discreto più di sessant’anni di vita della Chiesa fiorentina, «non saremmo quello che siamo».

Sfogliare la storia della diocesi di Firenze degli ultimi settant’anni significa imbattersi in straordinarie figure di grande spessore profetico: Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, padre David Maria Turoldo, per citarne solo alcune. Sono questi i protagonisti di cui tutti conoscono il nome. Ma c’è stato un sacerdote, un protagonista nascosto e meno noto ai più, che ha percorso come un fiume carsico sessantasei anni della storia della Chiesa fiorentina lasciando un’impronta che resta ancora oggi indelebile in migliaia di cristiani e nel tessuto religioso, ma anche sociale del capoluogo toscano.

Si tratta di don Raffaele Bensi, del quale – nell’introduzione ad un libro che ne raccoglie la biografia, curato da Raffaello Torricelli – l’attuale arcivescovo di Firenze, cardinale Silvano Piovanelli, scrive: «Don Bensi è stato come un vescovo nella nostra città. Un punto luminoso di riferimento. Un sacramento personale di Gesù che accoglie e perdona. Un padre sempre pronto ad ascoltarti, a farti coraggio e a metterti sulle orme del Cristo con le ali dell’entusiasmo».

Originario di Scandicci, dov’era nato l’11 febbraio 1896, don Bensi è ordinato sacerdote il 6 aprile 1919. Pochi mesi dopo sceglie quello che sarà lo scenario del suo ministero pastorale per tutta la sua vita: diventa curato a San Michele Visdomini, in via dei Servi, a pochi passi dalla cattedrale e da Palazzo Pucci, sede dell’Azione cattolica, della Fuci, della stampa cattolica e di altre associazioni laicali. Da quel momento, don Bensi diventa il padre spirituale di migliaia di giovani fiorentini a cui trasmette l’entusiasmo della sua fede coerente, forte e genuina, maturata all’ombra di quello che possiamo considerare il motto del suo servizio pastorale: «L’uomo si agita e Dio lo conduce». E sarà sempre con questa totale disponibilità a seguire la voce del Dio che guida la storia che assumerà via via gli incarichi che gli verranno affidati: nel 1922 assistente dell’associazione "Italia Nova", un’organizzazione che si occupa della formazione religiosa degli studenti delle scuole medie superiori, fondata da padre Giovannozzi e da don Giulio Facibeni; dal 1922 al 1932 dirige le pagine fiorentine di Avvenire. Quindi dà vita alla San Vincenzo de’ Paoli giovanile, nella quale si mette subito in evidenza un giovane professore siciliano trapiantato a Firenze, Giorgio La Pira. Don Bensi fonda quindi il Circolo per i militari, punto di riferimento per molti giovani provenienti da tutta Italia per il servizio di leva.

Dal 1926, e per quarant’anni, don Bensi è anche insegnante di religione: oltre trentacinquemila gli studenti che lo hanno come maestro di spiritualità e testimone di fede sui banchi della scuola. Una delle sue alunne, Nicchia Furian Ruffo, in un libro di ricordi, lo descrive così: «Don Bensi, il nostro padre di religione, era un prete diverso da tutti gli altri: malgrado i capelli bianchi, pareva proprio un ragazzo come noi. "In Paradiso", diceva, "faremo le capriole con gli angeli". Ci educava alla libertà, all’amicizia, all’amore, ci insegnava la ricerca dell’essenza delle cose, dell’essere e non del parere. Nei nostri incontri-scontri con lui, non ci dava mai la quiete dell’anima, anzi spesso ce la toglieva».

Grazie a questo suo rigore e a questa sua capacità, tutta toscana, di dire la verità senza sconti ma con rispetto per l’interlocutore, don Bensi diventa punto di riferimento anche per molti sacerdoti che a Firenze sono i protagonisti di quella stagione inquieta che troverà poi nel Concilio il suo punto di riferimento. A conferma dell’autorevolezza morale di don Bensi c’è l’episodio che Raffaello Torricelli rivela nel suo libro: all’epoca del caso dell’Isolotto, che divise drammaticamente la Chiesa fiorentina, i vescovi della Toscana pensano che ci sia un uomo in grado di comporre il dissidio: don Bensi. In Vaticano si dicono d’accordo, e per don Raffaele è pronta la nomina a vescovo ausiliare. Ma quel Dio che «conduce l’uomo che si agita» decide diversamente. Non se ne fa nulla. E don Bensi continua la sua opera di padre, maestro, testimone, fino al momento della morte, il Giovedì santo del 1985, quando se ne va dopo essersi preoccupato di non lasciare dietro di sé documenti, lettere, carte che ne perpetuino la memoria.

Tutto inutile: Firenze non l’ha dimenticato. Né potrebbe, se è vero quanto scrive ancora il cardinale Piovanelli: «Senza di lui, don Bensi, non saremmo quello che siamo. Per mezzo di lui Dio si è fatto prossimo alla nostra vita, con forza paterna, con tenerezza materna».

Maurizio De Paoli

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