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Dio parla tra le rocce

Fra Lorenzo, l’eremita dell’Arcuentu

di Emanuele Melis
       

   Jesus n. 1 gennaio 1998 - Home Page

Ogni anno, per un mese, fra Lorenzo lascia il convento dei Cappuccini di Pula, nei pressi di Cagliari, per salire sul Monte Arcuentu. Qui, nel silenzio della sua «piccola Verna», trascorre le giornate in preghiera. E accoglie i molti visitatori che salgono fin quassù, guidati dal richiamo misterioso di un luogo che «parla di Dio».

Monte Arcuentu. 785 metri sul livello del mare, l’ultima vera cima delle colline del Sulcis-Iglesiente prima del golfo di Oristano. Un imponente torrione roccioso visibile tutt’intorno per decine e decine di chilometri. Sono da poco passate le due di un pomeriggio. Non è la giornata né l’ora più adatta per un’escursione, ma sulla cima c’è un frate cappuccino del convento cagliaritano di Fra Ignazio che, per un mese, trasforma in eremo questa montagna.

Nel resto dell’anno la cima ha un aspetto tremendo e insieme affascinante, come le leggende e la solitudine che la circondano. Ora, però, anche le pietre fanno compagnia: non solo quelle segnate di fresco con due strisce di vernice bianca e rossa, che indicano la strada più agevole per la cima, ma soprattutto quelle smosse dalle persone che hanno accompagnato fra Lorenzo in cima al monte. Un centinaio, più o meno, provenienti soprattutto dai paesi del Campidano, saliti fin qui come per accompagnare in processione il patrono di una di quelle chiesette che si incontrano frequenti nelle campagne della Sardegna.

Il ripido sentiero che dalla strada asfaltata porta fino alla base della roccia è finito e il suo posto è stato preso da un sentiero appena tracciato, ancora più stretto e difficile, con passaggi che si aprono improvvisi su strapiombi sempre più inquietanti a mano a mano che si sale. Dopo circa un’ora complessiva di cammino giungo alla meta. Passo a fianco del crocifisso di piombo sistemato alla fine della salita ed entro nel boschetto cresciuto sulla cima del monte. Unica traccia della presenza umana è il profumo intenso dei rami di leccio che bruciano nel caminetto ricavato all’interno di una delle capanne costruite da fra Lorenzo sui resti del vecchio castello.

Lo chiamo ad alta voce, ma il rumore del vento, reso più forte dagli alberi che funzionano da cassa acustica, non fa sentire quasi nulla. Lo cerco dalla parte opposta al lato da cui si entra, ma anche qui non trovo nessuno. Rientrando sotto il bosco vedo del movimento all’ingresso della cappella: «Pace e bene», sento. Ci salutiamo con un abbraccio. Poi rientra perché deve finire l’ora di preghiera. Anche qui, benché lui consideri come una vacanza questo periodo di ritiro, la giornata è scandita come in un monastero.

Sono da poco passate le 16. Fra Lorenzo è uscito dalla cappella e sta raccogliendo alcuni rami che il vento e il freddo dell’inverno hanno staccato dagli alberi. Mi offro di aiutarlo. Lui mi ringrazia e mi fa tagliare un grosso ramo di leccio che poi sistema accanto all’ingresso della capanna che funge da cucina, pronto per essere messo nel fuoco. Si toglie il grembiule da lavoro e comincia a raccontare la sua storia. Viene qui dal ’76. Prima aveva provato a ritirarsi in altre zone, ma nessuna rispondeva esattamente alle sue esigenze. Poi il consiglio di un amico e l’arrivo ad Arcuentu, che lui già conosceva, dato che è nato qui vicino, a Sardara, settantotto anni fa. Quando ancora lavorava col padre nelle campagne bastava dare un’occhiata a questa montagna per sapere che tempo avrebbe fatto il giorno dopo. Qui, nella sua «piccola Verna», come lui la definisce, trovò il posto adatto per meditare, per stare da solo con Dio. Ci fermiamo un attimo per scattare qualche foto.

Poi usciamo dal boschetto e ci sediamo vicino alla croce, dove si può parlare con più tranquillità, approfittando del tepore raccolto dalle rocce. Il discorso si sposta sul confratello fra Nazareno, al secolo Giovanni Zucca, un cappuccino morto nel 1992 quando la gente parlava già di lui come di un santo. Nel 1987, già anziano e provato, si ritirò quassù per quindici giorni, trascorsi in continua preghiera, come ricorda il pannello di rame posto davanti ad un altarino dedicato a Nostra Signora di Arcuentu.

Nell’isola, fra Nazareno sostituì come questuante fra Nicola da Gesturi, un cappuccino morto nel 1958 in odore di santità, e fino all’anno della morte svolse tra Cagliari e la vicina cittadina di Pula, suo paese natale, la sua missione che consisteva nell’ascolto dei fedeli e nella visita agli ammalati negli ospedali. La sua fama e la notizia della sua capacità di guarire le malattie dell’anima e del corpo si diffusero a poco a poco dappertutto. Dopo la sua morte sono venute fuori molte testimonianze sulle sue capacità taumaturgiche.

Cerco di saperne un po’ di più da fra Lorenzo, ma lui non sembra dare molta importanza al fatto in sé del miracolo nel suo aspetto materiale. Il vero miracolo, dice, è la riconciliazione di un’anima con Dio attraverso la confessione e la preghiera. L’aspetto materiale viene dopo, perché l’anima non è separata dal corpo e – continua – non deve dividere l’uomo ciò che Dio ha unito.

È intanto passata poco più di un’ora da quando abbiamo cominciato a parlare e fra Lorenzo si ritira di nuovo in cappella. Mi avvicino in silenzio, quel tanto che basta per vedere da fuori le sue mani che sgranano il rosario.

C’è una bella differenza tra la tranquillità di questa montagna e la stanzetta del convento, nella quale è lui, adesso, che riceve le persone, come faceva prima di lui fra Nazareno e prima ancora fra Nicola. Centinaia di persone si confidano con lui e chiedono consigli su come affrontare i momenti più critici della loro esistenza. Nei loro racconti ciò che maggiormente risalta è la capacità di fra Lorenzo di guardare le cose da un punto di vista diverso, quello del Vangelo, che, arricchito della spiritualità francescana, permette di dare il giusto peso alle cose di tutti i giorni.

Quassù, su Arcuentu, questo stato speciale dove si sperimenta l’Alterità si traduce in immagini che colpiscono e che restano nella memoria. La vista delle piccole capanne costruite con le pietre, il giaciglio fatto da qualche coperta stesa su una roccia, la scarna ma accogliente cappella, la pace e la serenità del bosco che si raggiunge attraverso il faticoso itinerario della Via crucis costituiscono, per chi viene, un’esperienza difficilmente descrivibile con le parole. È l’esperienza di chi riesce a uscire dal tempo quotidiano per entrare in un tempo qualitativamente diverso, il tempo della festa.

Questo fascino della persona e del luogo, anzi, della persona che riempie di sé il luogo che l’ha accolta, sfugge a pochi. Anche qui, dove si ritira per stare da solo, vengono infatti a trovarlo in tanti. Oltre agli amici, di quelli che lo frequentano da anni, e a qualche sacerdote che ogni tanto, accompagnato da giovani seminaristi, viene a celebrare la messa, c’è chi arriva per chiedere una preghiera per un congiunto che deve affrontare un intervento chirurgico oppure per una donna che sta per avere un parto che si prevede difficile.

Sempre più spesso giungono gruppi di persone dalle vicine località turistiche, in calzoncini e canottiera, arrivati sin qui solo per curiosità. Con questi ultimi, a volte lontani dalla vita della Chiesa, fra Lorenzo sente di doversi trattenere più a lungo. Allora mostra le rovine del vecchio castello, racconta la sua storia, la storia del giudice Barisone che, per pagare la sua nomina a re della Sardegna, dovette cedere queste terre, che poi passarono ai monaci Vallombrosani. Racconta la storia del geografo, etnologo e naturalista La Marmora, che qui salì nel secolo scorso, anche lui attratto dal fascino di questa cima, e vide precipitare il suo cavallo carico dei preziosi strumenti per le rilevazioni. Fa vedere dove dorme e dove mangia, li porta in giro alla ricerca di piante medicinali, delle quali fa conoscere le proprietà. Finita la visita naturalistica, comincia la visita alla cappella, che si conclude con la recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria. Nessuno riesce a sottrarsi alla preghiera e molti di loro ritornano a trovarlo anche nei giorni seguenti, con la scusa di una scampagnata.

È passato già un mese da quando fra Lorenzo è salito sulla montagna. Oggi la lunga parentesi si conclude. Dopo pranzo si recita tutti assieme il rosario. Finita l’ultima Ave Maria, fra Lorenzo dà un ultimo controllo alle capanne, vuota la piccola dispensa e con la sua roba riempie quattro bisacce che qualcuno aggiunge ai propri bagagli. Un ultimo saluto a Nostra Signora di Arcuentu e si comincia la discesa. Fra Lorenzo, salendo sulla macchina, guarda di nuovo la montagna che l’ha accolto anche quest’anno. Sembra che saluti qualcuno che è rimasto lassù.

Poi parte. Domani sarà a Pula, nella chiesa voluta e fatta costruire da fra Nazareno, e poi nel convento di Fra Ignazio.

Emanuele Melis

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