Periodici San Paolo - Home Page

dossier

Gli anni del breve pontificato
Papa fiducioso, forte e profetico
di Loris Capovilla
    

   Jesus n. 6 giugno 2000 - Home Page

Chiunque si accinga a scrivere di Angelo Giuseppe Roncalli, Papa, ha l’impressione di intuire il segreto della sua anima, ma ahimè, la parola vien meno nell’esprimere sentimenti tumultuosi e forti emozioni. Con riferimento al genio pastorale di cui era dotato e alla determinazione del suo servizio pontificale, possiamo considerare tre segni caratteristici del suo spirito: fortezza paziente, amore fiducioso, servizio profetico.

Fortezza paziente. A nessuno può accadere di raffigurarsi papa Giovanni con la spada in mano, ma nemmeno in atteggiamento di arrendevolezza, intento a coltivare non so quale sorta di eclettismo estetizzante e sentimentale. Bastava vederlo una sola volta per rimanerne conquistati. L’aspetto della sua persona esprimeva forza e bontà ed esercitava irresistibile fascino. Vi sentivate sospinti a corrergli incontro per abbracciarlo, se un certo qual ritegno innanzi alla sua persona aureolata di maestà non vi avesse trattenuti. Recava sul volto e sulle mani i segni caratteristici degli uomini maturi adusati alla fatica e all’abnegazione. Schivo di inutili convenevoli, egli era fedele alle buone maniere che conciliavano le esigenze del protocollo con la sincerità dei sentimenti. Il sentirvi a vostro agio davanti a lui non vi dava certo licenza di dirgli tutto ciò che vi passava per la mente. Aveva voce intonata e maschia che vi penetrava nelle profondità dell’anima; e i suoi occhi vi scrutavano più per stabilire immediato contatto del suo spirito col vostro che non per giudicarvi. Dava l’impressione di non aver paura dei vostri limiti o delle vostre mancanze, né della vostra cultura, e di non aver fretta di convertirvi.

Era uomo che durante tutta la vita esercitò la virtù naturale e soprannaturale della fortezza, che rinsalda l’anima nel perseguire un bene difficile, senza lasciarsi scuotere dalla paura, neppure dal timore della morte.

Il bene difficile da raggiungere è la perfetta conformità della debole volontà umana ai divini voleri; è il possesso di Dio, la conquista della santità, il servizio del prossimo. Chi è forte intraprende e sopporta cose ardue con risolutezza, coraggio e costanza.

Gioiello di piazza del Duomo di Bergamo è il battistero del secolo XIV, disegnato da Giovanni di Campione. All’esterno, in corrispondenza degli spigoli smussati dell’ottagono, su otto pilastri a forma di nicchie si innalzano simboliche figure delle virtù: fede, speranza, carità; temperanza, giustizia, prudenza, fortezza.

Risento la voce di papa Giovanni: egli amava descrivere questo battistero, che è nel suo insieme una catechesi: «Tre statue rappresentano le virtù teologali, quattro le cardinali. Indovinate un po’: cosa raffigura l’ottava? La pazienza. Ricordatelo. Ubi patientia ibi laetitia. Dove c’è la pazienza ivi dimora anche la letizia. Non si va a Dio senza la luce di queste sette lampade: le virtù teologali e cardinali, né si tiene saldamente in mano il gomitolo del nostro destino senza il culto della pazienza».

Chi conobbe da vicino papa Giovanni concorda nel dire che egli praticò i tre gradi della pazienza in modo eminente: dapprima accettò dalle mani di Dio il dolore e le privazioni senza lamentarsene; poi li abbracciò con risolutezza, per meglio conformarsi a Cristo; infine desiderò di bere il calice delle avversità. Fortezza paziente, dunque. I così detti "coraggiosi", che alzano la voce e le mani, che si vantano o pretendono di travolgere ogni difficoltà, in fondo non sono che dei megalomani. Nelle piccole come nelle grandi imprese, papa Giovanni lasciava al Signore l’ultima parola, e per questo avrebbe resistito e talora resistette agli stessi impulsi generosi del suo cuore. «Il coraggio», diceva, «si esercita quando sono in pericolo i supremi interessi dell’anima e non meschine rivalità di casta o il desiderio, sia pur legittimo, di personale soddisfazione».

Amore fiducioso. Quando, durante la lettura, egli si imbatteva in un pensiero che valutava patrimonio della sua stessa anima, lo trascriveva in un quaderno a portata di mano. Eccone uno particolarmente significativo di Antonio Rosmini: «Gesù Cristo non lodò mai le doti dell’ingegno ma sempre quelle del cuore. L’ingegno è proprio anche del demonio, cioè dell’essere più cattivo; non così il cuore. Gli uomini amano più il bel cuore che l’ingegno. Quindi anche al mondo i grandi ingegni sono stimati come pericolosi e hanno di solito molti nemici; quelli che hanno un bel cuore sono amati da tutti».

Siamo tenuti ad amare: lo esigono la natura, i vincoli di fraternità umana e di civiltà, la vocazione cristiana.

Il Concilio ecumenico inaugurato l’11 ottobre 1962, con messaggi rivolti a tutto il mondo, è stato nel suo svolgimento una continua professione di amore. Si noti: amore che non ha preteso alcuna contropartita, ma ha irradiato gratuitamente luce di verità e di fraternità offerta a tutti i popoli. Perché questo è il comando del Signore: evangelizzare ad ogni costo.

Uscendo dalla breccia aperta da Giovanni XXIII, i suoi successori Paolo VI e Giovanni Paolo II si sono fatti pellegrini intercontinentali per recare alle genti l’omaggio del loro rispetto e il dono della loro amicizia; e hanno continuato e continuano a rivolgersi ai governanti di ogni orientamento ideologico con impressionante frequenza, nulla lasciando di intentato pur di convincere gli uomini a scegliere le vie della persuasione, del dibattito, del colloquio in ordine alla risoluzione dei gravi problemi sociali e culturali, politici ed economici che tengono in stato di angoscia l’umanità intera.

Quando nell’esercizio dei nostri doveri noi non teniamo davanti agli occhi le beatitudini evangeliche e il capitolo 13 della prima lettera ai Corinti: «Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1Cor 13,2), inganniamo noi stessi e veniamo meno alla nostra vocazione che è di essere sale, luce, fermento.

Per parecchio tempo, dopo la morte di papa Giovanni, io continuai a dire e a scrivere che egli era stato universalmente amato. Erano di questo parere, tra molti altri, Tommaso Gallarati Scotti, François Mauriac, persino Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Un giorno una voce amica venne a richiamarmi alla realtà, esortandomi a non togliergli l’aureola degli autentici discepoli di Cristo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15,18).

È pur vero. Il Giornale dell’anima solleva il velo su ineffabili dolori praticamente tenuti nascosti. La cronaca quotidiana del suo servizio pontificale non fu raccolta solo e sempre in espressione di gratitudine. Ebbe anche opposizioni e critici ingenerosi e ingiusti. Devo attestare, tuttavia, che egli non si lasciò mai sfuggire parola amara, giudizio negativo nei confronti di alcun avversario.

Accanto alla mia, e più di essa, vale la testimonianza del cardinale Augustin Bea: «Più d’una volta egli mi parlò delle sue difficoltà nei riguardi di molte persone, difficoltà che gli procuravano una reale sofferenza. Però non si lamentò mai e non espresse nessun duro giudizio sopportando tutto, non solo con pazienza e tolleranza, ma sforzandosi sinceramente di capire e di scusare. [...] Più di una volta venni a conoscenza di come fosse pienamente conscio che tale opposizione e resistenza ai suoi piani e desideri era ingiustificata e aveva cattivi effetti; ma egli non dubitò mai della buona fede e della buona volontà delle persone interessate. Egli le scusava, cercava di spiegarne le azioni e i motivi nel miglior modo e le trattava con pazienza e carità paterna. Non uscii mai da un’udienza concessami senza rimanere profondamente impressionato dal suo carattere: era di vedute così largo, così tollerante e così indulgente e, ciononostante, così forte, così inflessibile nei suoi princìpi e nelle sue intenzioni».

Il messaggio di amore di papa Giovanni è stato raccolto. Come Abramo, anch’egli ha creduto contro ogni umana speranza, e come i grandi personaggi della storia sacra ha rifiutato le armi dell’umana saggezza, «disposto a tutto sopportare», così in una sua corrispondenza del 3 ottobre 1938, «e anche a divenire peripsema, cioè il rifiuto dell’umanità, per l’affermazione dei princìpi del Vangelo». Chi approda al Vangelo, sia stato pure un povero peccatore, un ingannato da fallaci promesse, ha certezza di riuscire.

Servizio profetico. Chi crede in Dio e nel mistero dell’incarnazione del Verbo e ha intera davanti allo sguardo la visione del fiume umano che scorre nel tempo verso l’oceano dell’eternità, non si sofferma a trastullarsi con le inezie di quaggiù e si serve di tutti i mezzi consentiti per raggiungere il fine ultimo. Sentirsi sempre in servizio, in obbediente servizio fu l’abituale stato d’animo di papa Giovanni.

Non siamo qui per noi stessi, non abbiamo ricevuto carismi e grazie singolari per goderne in delizioso isolamento. Nulla ci appartiene in modo esclusivo. Ciò che possediamo è in funzione dell’«utilità comune» (1Cor 12,7). Siamo chiamati a cooperare con Cristo e coi fratelli all’edificazione di tutta la Chiesa, protesi verso l’avvenire e non ripiegati con immobilizzante nostalgia su pergamene che narrano la storia antica.

Risento la voce di papa Giovanni che ripeteva con insistente frequenza: «A molti di noi accade di essere chiamati a compiti diversi da quelli immaginati».

È sempre il santo Simeone che riappare sulla soglia del tempio, in atto di scrutare l’orizzonte nell’attesa della misteriosa consolazione che gli era stata promessa.

Rivedo papa Giovanni, come è rimasto negli occhi di molti, sulla soglia della Basilica Vaticana in atto di accogliere tra le sue braccia la Chiesa universale e l’intera umanità sofferente. E mi tornano in mente le parole con cui François Mauriac, colpito dal discorso di apertura del Concilio, conchiuse nell’ottobre del 1962 un saggio autobiografico sul proprio itinerario alla fede: «...Papa Giovanni XXIII ha detto le parole di misericordia che io ho sempre desiderato ascoltare da Roma e le ha dette in presenza dei nostri fratelli separati. In tanto fulgore di gloria egli ha saputo quasi cancellarsi e scomparire, così che attraverso il vegliardo è lo Spirito stesso, lo Spirito d’amore e di consolazione che ha parlato al mondo... Per la prima volta, dopo la mia giovinezza, lo Spirito si manifesta, almeno a me, visibilmente. La sola forza che possa impadronirsene sulle ali più potenti siede oggi a Roma. Pietro non è più un vecchio isolato. Io lo vedo circondato da tutti i suoi figli, anche da quelli che avevano domandato la loro parte di eredità e si erano allontanati da lui. Ed ecco: egli non pronuncia più anatemi, non maledice; e tutte le nazioni volgono i loro sguardi verso la prora della vecchia barca, colpiti dalla vista di questo pescatore di uomini, più che non lo siano stati, durante quest’anno 1962, dagli esploratori del cosmo».

Loris Capovilla
   

Un Papa con 9.000 titoli

L’inventario dei testi – editi e inediti – di papa Roncalli, raccolti in Vaticano come documentazione in vista della causa di beatificazione, comprende 9.612 titoli (Cronotassi degli scritti di Angelo Giuseppe Roncalli – Giovanni XXIII). Un numero significativo, anche in confronto ad altri Pontefici, e indubbiamente non è ancora tutto, se si pensa alle sorprese che ogni tanto sbucano fuori da archivi inaspettati. Il segretario, monsignor Capovilla, ha contribuito soprattutto alla divulgazione del Giornale dell’anima, apparso per la prima volta nel 1964, che abbraccia in forma di diario spirituale tutta la vita di Roncalli, e delle Lettere ai familiari, edite nel ’68. Rimangono invece ancora da pubblicare i "diari" veri e propri, cioè le agende su cui egli scriveva quotidianamente; alcuni spezzoni sono comparsi nel volume Pensieri dal diario (Vicenza 1964) e sulla rivista Humanitas nel 1973. Tra le altre opere di Roncalli, vanno anzitutto menzionate quelle che dimostrano la sua passione per la storia. Oltre a due biografie di un certo valore, dedicate al Cardinale Cesare Baronio (in La Scuola Cattolica, 1908) e a Mons. Giacomo Maria Radini Tedeschi, vescovo di Bergamo (Bergamo 1914), ricordiamo il suo capolavoro, cui dedicò tempo ed energie dalla giovinezza fino all’elezione al pontificato: Gli atti della visita apostolica di S. Carlo Borromeo a Bergamo, in 5 volumi (Firenze 1946-1957). Esiste inoltre un Roncalli pubblicista, ma ancora in parte da scoprire. Articoli suoi, con o senza firma, apparvero per esempio sul quotidiano L’Eco di Bergamo a partire dal 1906 e su L’Osservatore Romano dal ’32; tra il 1921 e il 1925 scrisse per un giornale da lui stesso voluto, La propagazione della fede nel mondo. Conosciamo viceversa in gran parte, grazie alla cura di Capovilla, l’epistolario, cui Roncalli dedicò per tutta la vita un impegno pressoché quotidiano; oltre alle Lettere ai familiari già citate, importantissimo rimane il volume che raccoglie le Lettere 1958-1963, scritte a vari destinatari durante il pontificato e pubblicate nel ’78, come pure il carteggio con Montini (Giovanni e Paolo, due papi), edito nell’82. Tutte le Encicliche e discorsi del Papa, infine, sono raccolti nei 5 volumi che la Libreria editrice vaticana ha pubblicato tra il ’60 e il ’65.

m.r.

   

Per approfondire

La bibliografia su Giovanni XXIII è vastissima anche per quanto riguarda singoli temi del suo pontificato, o singoli periodi della sua vita, a partire dai suoi rapporti con il paese natìo (E. Roncalli, Un papa e la sua terra, Bergamo 1988). In particolare, oltre ai singoli contributi presenti nel già citato volume Papa Giovanni a cura di G. Alberigo, e nella miscellanea Fede Tradizione Profezia (Brescia 1984), segnaliamo alcuni saggi su argomenti specifici. Per il periodo della sua formazione, si può leggere Cultura e spiritualità a Bergamo nel tempo di Papa Giovanni, di Autori vari (Bergamo 1983). Sul periodo a Propaganda Fide, S. Beltrami ha parlato del ruolo di Roncalli nel suo libro L’Opera della propagazione della fede in Italia (Roma 1961). Molti testi sono stati dedicati all’azione di Roncalli durante gli anni in cui era rappresentante pontificio in varie parti d’Europa: Dieci anni di Papa Giovanni in Bulgaria, di G. Pesci (Greco e Greco, Milano 1998), racconta la sua esperienza di legato apostolico in quel Paese; A. Melloni si occupa del periodo in Turchia e Grecia nel libro La fine del passato. A.G. Roncalli vicario e delegato apostolico fra Istanbul, Atene e la guerra (1935-1944), pubblicato a Genova nel ’93; gli anni di nunziatura apostolica in Francia sono stati affrontati da D. Aimé-Azam in L’extraordinaire ambassadeur (Parigi 1967). A.G. Roncalli. Dal patriarcato di Venezia alla cattedra di San Pietro, a cura di V. Branca e S. Rosso Mazzinghi (Firenze 1984), descrive il futuro Giovanni XXIII durante il ministero episcopale nella città di San Marco. Un incalcolabile numero di saggi, naturalmente, riguarda gli anni del papato; tra la moltitudine di libri e articoli, segnaliamo anzitutto le pagine di G. Alberigo su Il pontificato di Giovanni XXIII contenute in La Chiesa del Vaticano II (1958-1978), prima parte (Edizioni San Paolo, Cinisello B. 1994); una visione d’insieme sull’impatto che il Papa buono ebbe a livello internazionale si può trovare nel libro John XXIII in World Opinion, redatto a cura dei giornalisti di Herder Correspondence (New York 1963). Di D.M. Turoldo, sono stati recentemente pubblicati i Colloqui con papa Giovanni. Riflessioni in margine a "Il giornale dell’anima" (Servitium, Sotto il Monte 1998).

m.r.

Torna al dossier

   Jesus n. 6 giugno 2000 - Home Page