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Nel corso del
Medioevo la progressiva assunzione di una forma monarchica da parte del
papato aveva risolto in modo netto il problema della santità del Papa. Il
Papa è reso santo per il fatto stesso che è Papa e il suo potere, nella
verticalità che lo collega all’autorità di Cristo, è avvolto e
garantito dall’alto. Come al sovrano dei popoli cristiani, protettore
della fede, ci si rivolge col titolo di "vostra cristianità",
al sovrano pontefice ci si rivolge col titolo di "vostra
santità". Il potere del Papa (anche questo dal Medioevo in poi) si
qualifica e si riconosce perché tocca a lui, dopo e sopra la voce del
popolo, proclamare i santi della Chiesa – sia attraverso la custodia
delle "liste" che la tradizione ha consacrato, sia attraverso la
beatificazione e canonizzazione che egli definisce con un atto pubblico e
solenne. Nell’esercizio di tale prerogativa è tutto sommato raro che un
pontefice beatifichi uno dei suoi predecessori, e quando è accaduto la
cosa ha avuto un significato particolare: e cioè riconoscere le virtù
personali, esercitate eroicamente, quasi a prescindere dal fatto che esse
appartenessero a uno che in una parte della vita è stato il vescovo di
Roma. Il caso più recente, quello di Pio X, è esemplare da questo punto
di vista: ossessionato dall’idea che il fermento del cattolicesimo d’inizio
Novecento nascondesse il serpeggiare di un’eresia ramificata (il
modernismo), Pio X se ne fece spietato persecutore, con conseguenze
profonde sulla cultura cattolica e la teologia del Novecento. Quando Pio
XII volle canonizzarlo lo fece per rimarcarne non solo il duro zelo, ma
anche la privata virtù.
Un desiderio del genere lo ebbe anche Giovanni XXIII,
che sperava di poter canonizzare Pio IX per suggellare con la solenne
proclamazione delle sue virtù private la fine di quel rapporto di scontro
e reciproca strumentalizzazione fra Chiesa e Stato che aveva segnato i
primi cent’anni dell’unità d’Italia. Fra pochi mesi Giovanni Paolo
II aggiungerà due papi all’elenco dei beati: Pio IX, in parte con l’antica
motivazione roncalliana, in parte con l’idea, almeno implicita, di
suggerire il Vaticano I come chiave ermeneutica del Vaticano II; l’altro,
Giovanni XXIII, in un senso che è diverso in sé e per l’ex "padre
conciliare" Karol Wojtyla. La beatificazione di papa Roncalli,
infatti, dà corpo a un’idea che proprio l’episcopato polacco aveva
proposto al Vaticano II. Nel 1964-65 vari vescovi – e fra i primi l’ausiliare
di Lodz – avevano proposto di canonizzare in Concilio il Papa del
Concilio. C’era in loro la consapevolezza che il Vaticano II aveva
bisogno di una chiave di lettura, di una icona che lo rappresentasse nella
sua conclusione e nella sua ricezione. Come lo zelo pastorale di san Carlo
Borromeo aveva dato forma all’applicazione del Concilio di Trento, si
pensava che una Chiesa consapevole di avere in consegna il balsamo
medicinale della misericordia e la perenne giovinezza dell’evangelo
potesse trovare in "san Giovanni XXIII" un volto espressivo e
allusivo al volto buono del suo Maestro e Signore.
La proposta cadde e Paolo VI, preoccupato in quegli anni
dalle polemiche contro Pio XII, volle un processo ordinario, che si è
chiuso da poco e che il 3 settembre porterà alla solenne beatificazione
di papa Roncalli. I tempi così lunghi rispetto a quelle profetiche
aspirazioni dell’episcopato polacco, l’essere arrivato così tardi in
una lista di beati, interpretati e letti in modo contraddittorio, la
discutibile accoppiata con Pio IX – tutto ciò induce qualcuno dentro e
fuori dalla Chiesa a guardare a quel passaggio con la convinzione che in
fondo il "beato Roncalli" viene oggi disinnescato, come un
vecchio residuato di una battaglia per il rinnovamento della Chiesa
cattolica che s’è conclusa (a prescindere da chi eventualmente ha
vinto...). Non credo sia così: il calendario cattolico ha custodito
gelosamente per secoli nomi di santi che nemmeno si sa se sono esistiti,
di cui si sono raccontate passioni leggendarie e letterarie, ma nei quali
s’è espresso un intuito fondamentale per le comunità cristiane. E
cioè che il cristianesimo è fatto di tutta la purezza e il rigore dell’evangelo,
ma è fatto anche di tutta la sete di pace degli uomini e delle donne: il
popolo cristiano professa la fede e insieme venera la concretezza della
fede creduta nella storia, nelle sue contraddizioni, nelle sue debolezze,
nelle sue aspirazioni. Papa Giovanni è questo: per quanto lo si possa
incastrare in liste, rappresenta – nella sua vita, ma anche e
soprattutto nel suo governo – il momento in cui il cattolicesimo ha
deposto sia l’idea di dover bastonare gli uomini per farli diventare
più virtuosi, sia l’idea di dover percorrere i lunghi tragitti del
paternalismo per avvicinare i lontani e ripartire dagli ultimi. La Chiesa,
secondo Roncalli, «è e vuole essere la Chiesa di tutti e specialmente la
Chiesa dei poveri»: la Chiesa è tale perché ciò che la connota non è
l’esclusione, ma la comunione. Dopo decenni in cui il Magistero ha
cercato orizzonti di dottrina sociale e metodi filosofici capaci di
"difendere la fede" in un mondo sentito come ostile e perverso,
papa Giovanni – nella sua vita e nel suo governo – comunica l’esperienza
che in quel mondo (forse davvero ostile e perverso, ma in cui vivono gli
uomini che Dio ama) la Chiesa trova lo spazio in cui fare esperienza della
misericordia continuamente ricevuta, continuamente annunciata. Ritornare
sul suo percorso biografico, sulla sua intuizione del Concilio come sfida
della comunione, sul suo modo d’essere ha un valore oggettivo, a
prescindere dai contesti, dalle accoppiate e perfino dalle intenzioni: la
beatificazione di papa Giovanni del 3 settembre 2000 riconosce che in quel
modo di proporre un cattolicesimo dal volto umano non c’è il pigro
tentativo di ridurre l’esigenza dell’evangelo per il consenso mondano,
ma la consapevolezza sapiente che in quell’evangelo che «non cambia, ma
che noi iniziamo a comprendere meglio», la misericordia non è un
accessorio.
Alberto Melloni
| Angelo Giuseppe Roncalli
venne eletto Papa il 28 ottobre 1958, e già il 23 gennaio 1959
confidò la sua idea di un Concilio al segretario di Stato,
cardinale Domenico Tardini. Il suo pontificato, comunque, non
resta legato esclusivamente all’indizione del Vaticano II: i
gesti e i documenti di Giovanni XXIII segnarono la sua epoca. In
particolare, vanno ricordate le sue encicliche Mater et Magistra
(1961), sulla Chiesa aperta al "mondo", e Pacem in
terris (1963), indirizzata, in un clima di guerra fredda, «a
tutti gli uomini di buona volontà».
Durante il suo breve pontificato
(conclusosi il 3 giugno 1963) Giovanni XXIII accumulò numerosi
record. Fu il primo Papa a ricevere un’onorificenza per la pace:
il premio internazionale Balzan. In campo ecumenico, nel ’60
incontrò Geoffrey Fisher, arcivescovo anglicano di Canterbury;
durante il regno di Roncalli, inoltre, per la prima volta venne
ricevuto in Vaticano un sacerdote shintoista. Sempre per la prima
volta nella storia, nel ’60 furono elevati alla dignità
cardinalizia degli extraeuropei. |
Segue: Papa fiducioso,
forte e profetico
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