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Parole di sempre

Nessuno tocchi Caino
di Gianfranco Ravasi (Biblista.) 
       

   Jesus n. 3 marzo 2000 - Home Page

Anche la vita del criminale è sotto la giurisdizione esclusiva e suprema di Dio, proprio per il carattere trascendente dell’uomo e della donna, creati «a immagine e somiglianza di Dio». Contro le tentazioni forcaiole che stanno risorgendo, anche in Italia, si impone quindi una riflessione sulla pena di morte comminata dagli Stati.

La nostra selezione dei temi biblici da proporre alla riflessione dei lettori non vuole seguire la sequenza di un dizionario. Ci affideremo a spunti diversi, anche di attualità, o ai suggerimenti degli stessi lettori che invitiamo a scriverci. Questa volta come punto di partenza assumiamo l’appello che Giovanni Paolo II da tempo ha rivolto agli Stati, che praticano ancora questa barbarie, per una moratoria, durante l’Anno santo del 2000, delle esecuzioni capitali.

L’"incarnazione" della Parola di Dio nelle coordinate storiche dell’umanità fa sì che la pena capitale occhieggi anche nell’Antico Testamento. Ma è proprio nelle stesse Sacre Scritture ebraiche che emerge la meta ben diversa a cui Dio vuole condurre l’umanità. Pensiamo a questa frase che si legge in Genesi 4,15 e che è divenuta il motto del movimento "Nessuno tocchi Caino" contro la pena di morte: «Il Signore impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato». Anche la vita del criminale è sotto la giurisdizione esclusiva e suprema di Dio, proprio per il carattere trascendente dell’uomo e della donna, creati «a immagine e somiglianza di Dio».

Contro le tentazioni forcaiole che stanno risorgendo ai nostri giorni, anche in Italia, la patria di Cesare Beccaria – il grande antesignano dell’abolizionismo con la sua opera Dei delitti e delle pene (1764) –, bisognerebbe ricordare le parole divine riferite dal profeta Ezechiele: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? Io non godo della morte di chi muore!» (18,23.32).

Ebbene, sulla scia di questo spunto, vorremmo proporre una considerazione più ampia sul tema del quinto comandamento, "Non uccidere", lapidario nella sua celebrazione dell’intangibilità della vita umana. È facile comprendere come, al di là del dettato così essenziale ed elementare del comandamento, si annodino tra loro tante questioni complesse, divenute ancor più incandescenti e aggrovigliate ai nostri giorni: pensiamo solo all’aborto, all’eutanasia, alla pena di morte, alla guerra... Ovviamente non ci è possibile su un tema così delicato costruire una sistematica e completa "morale della vita" o bioetica. Ci accontenteremo, perciò, di illustrare la base di questo precetto e al massimo di fare una sola applicazione concreta a mo’ di esempio, per quanto concerne la legittima difesa. Partiamo dalla frase biblica del Decalogo (Es 20,13), lo’ tirsah. Gli esegeti fanno notare che il verbo usato non è quello comune dell’"uccidere", ma il più raro rasah che di per sé significa "commettere assassinio". Perciò, a prima vista, ciò che il comandamento condanna in modo inequivocabile è l’azione violenta su un soggetto privo di difesa.

Pensiamo, tanto per fare un paio di esempi biblici, all’orribile uccisione per stupro collettivo compiuta dagli abitanti del villaggio di Gabaa nei confronti della seconda moglie di un levita ospite di quel piccolo centro della tribù ebraica di Beniamino (si legga l’intera vicenda nell’impressionante cap. 19 del libro biblico dei Giudici). Un altro esempio clamoroso di violazione del precetto "Non uccidere" nel senso sopra indicato sarebbe l’assassinio perpetrato dalla coppia regale Acab e Gezabele nei confronti di Nabot, raccontato nel cap. 21 del Primo Libro dei Re.

Tuttavia – e questo è l’elemento imbarazzante e fin "scandaloso" – nell’Antico Testamento ci sono casi in cui le uccisioni non sono condannate, anzi, per certi versi sono raccomandate o imposte: pensiamo alla cosiddetta "guerra santa", che comprendeva la strage e la distruzione radicale dei nemici (l’"anatema", in ebraico herem), o alla citata pena di morte, sancita in modo formale per alcuni delitti, o ancora alla "legge del taglione" che all’offesa risponde con un’offesa proporzionata e all’omicidio con un atto parallelo per ristabilire la giustizia. È per queste importanti eccezioni che nel quinto comandamento si usa il verbo specifico rasah e non quello più ampio e generale riguardante le uccisioni. Come si diceva, è questo il segno dell’"incarnazione" della Parola di Dio.

La Bibbia, infatti, non è una raccolta di tesi teologiche e morali perfette e atemporali, come sono i teoremi di geometria, bensì è la storia di una manifestazione di Dio all’interno delle vicende umane. È, dunque, un percorso lento di illuminazione dell’umanità perché esca dalle caverne dell’odio, dell’impurità, della falsità e s’incammini verso l’amore, la coscienza limpida e la verità. Sant’Agostino definiva appunto la Bibbia come «il libro della pazienza di Dio» che vuole condurre gli uomini e le donne verso un orizzonte più alto. È per questo che già nell’Antico Testamento si hanno pagine di condanna della violenza: «Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello... Non ti vendicherai e non serberai odio contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lev 19,17-18).

Il vertice di questo sviluppo lo si ha con Cristo. Certe sue parole sono più taglienti di quella spada che egli ha ordinato a uno dei suoi discepoli di rimettere nel fodero, dopo aver troncato l’orecchio del servo del sommo sacerdote, nella notte drammatica dell’arresto di Gesù al Getsemani (Mt 26,52). Cristo, infatti, nel "Discorso della Montagna" aveva esplicitamente dichiarato: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello; e se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne due con lui... Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori...» (Mt 5,38-44). Come comporre queste parole di Gesù con la tradizionale dottrina della legittima difesa, cui anche il recente (1992) Catechismo della Chiesa cattolica riserva un intero capitolo (nn. 2263-2267)? Inoltre, nel n. 2243 dello stesso documento si affronta anche la resistenza all’oppressione del potere politico, e nei nn. 2302-2317 si ha una forte apologia della pace, osservando però che «si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare».

È in questo testo della Chiesa che ritroviamo un passo famoso della Summa theologiae di Tommaso d’Aquino (II-II,64,7): «Se per difendersi si esercita una violenza più grande del necessario, questo sarà illecito. Ma se si respinge la violenza in modo misurato, è lecito... L’azione di difendersi può causare un duplice effetto: l’uno è la conservazione della propria vita, l’altro la morte dell’aggressore. Il primo soltanto è voluto; il secondo non lo è».

Al di là della difficoltà dell’applicazione equilibrata e corretta della regola tomistica (e classica) dell’autodifesa, come comporla col principio evangelico della nonviolenza assoluta? La risposta è proprio nella struttura della fede cristiana a cui sopra si accennava, legata all’incarnazione e quindi alla storia. I princìpi devono essere "incarnati" nella concretezza dei casi spesso molto più intricati e complessi (si pensi – per fare un esempio di altro genere – all’appello evangelico alla povertà, al distacco, alla condivisione dei beni all’interno di una società economica com’è l’attuale). Si devono, perciò, trovare vie meno dannose per il principio ma anche compatibili con determinati contesti speciali e particolari. Così si può ammettere una reazione di difesa nel caso in cui essa sia l’unica strada possibile per impedire l’aggressione, l’ingiustizia, l’oppressione: l’atto violento è finalizzato non a punire l’aggressore ma a farlo desistere e a bloccarlo. In situazioni eccezionali è, dunque, da considerarsi legittimo il ricorso alla forza purché esso sia per la difesa dei diritti dei deboli, e non per incrementare inimicizie e odio quanto piuttosto per estinguerli.

Riconosciuta la legittimità di questa tutela di sé e dei valori della persona (vita e libertà) – legittimità fondata anche sul principio dell’«amare il prossimo come sé stessi» (esiste, quindi, un lecito "amare sé stessi") – è però necessario per il cristiano ribadire con forza il principio dell’"amare il nemico" e, quindi, della nonviolenza. È ciò che anche san Paolo faceva scrivendo ai Romani: «Vinci il male con il bene!» (12,21). È ciò che Giovanni Paolo II fa coi suoi appelli alla «pace possibile, doverosa, necessaria».

Anche se apparentemente "utopica" e, proprio per questo, tesa verso un superamento costante delle situazioni concrete, la nonviolenza è, in realtà, molto più efficace di quanto politici e militari vogliano farci credere: basti solo pensare a Gandhi o a Martin Luther King. In un mondo che spesso sbrigativamente si orienta verso soluzioni di violenza, il seme e il lievito di questo principio cristiano devono essere ancora deposti nel terreno della storia. In questa luce il quinto comandamento acquista un rilievo altissimo nella sua forma più pura e assoluta. Esso si trasforma in un vigoroso appello alla coscienza degli individui e dei popoli (non solo cristiani), come ci ha ricordato Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae. Dobbiamo, allora, con coraggio ribadire la tutela della vita umana in tutti i suoi gradi e dobbiamo estirpare da noi stessi il seme dell’odio. Lo scrittore e predicatore domenicano Jean-Baptiste-Henri Lacordaire (1802-1861) ammoniva: «Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate!».

Gianfranco Ravasi
   

La pena di morte oggi è in vigore in ben 76 Paesi, tra i quali spiccano Cina e Stati Uniti. Per una buona panoramica sul tema, utile è il dossier La pena di morte, edito da Marsilio lo scorso anno. La "legge del taglione", che incontriamo nelle pagine dell’Antico Testamento è sedimentata in tantissime coscienze e in culture assai diverse. 
La Comunità di Sant’Egidio (con "Nessuno tocchi Caino", Amnesty International ecc.) ha proposto di illuminare il Colosseo ogni volta che viene sospesa una sentenza capitale. In Internet sul sito della Comunità di Sant’Egidio (www.santegidio.org/solid/pdm/pdm.htm) si può firmare l’appello per la moratoria della pena di morte.
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